I missili di Mr. Trump “lo sconsiderato” in Siria sono un sms a Putin. E accelerano l’intervento – drammatico – della Cina. Ecco perché a chi gioca a Risiko dei bambini siriani che muoiono importa nulla

Posted on Aprile 14, 2018, 10:32 am
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La scia del missile che fende la notte siriana sembra la stella cometa. I tre re Magi, però, non sono quelli dell’oleografia natalizia. Uno è un settantenne dalla parrucca improbabile che si è sposato una bambola gonfiabile slovena; l’altro è una racchia con un nome falsamente primaverile, May, maggio; il terzo è il toy boy di una maestrina assatanata, sorride come una baguette e sbatte i tacchetti perché vuole mettere i denti di latte sulla Siria, brioches un tempo francofona. La parola magica che ha scatenato l’attacco in Siria mutilerebbe le palle di Nostradamus. ‘Armi chimiche’. Ricordate? La sceneggiata si svolgeva sempre in Medio Oriente, un po’ più in là. In Iraq. Al posto di Assad c’era Saddam – nome assonante – ma le ‘armi chimiche’ non c’erano, chissà dov’erano, la fake era necessaria a detronizzare il cattivo. Ora. I giornali rigurgitano commenti di analisti, geostrateghi, opinionisti. La realtà dei fatti è più brutale di chi gioca a Risiko in una redazione con sedili in pelle e umani incravattati. Dei bambini che muoiono in Siria martoriati dalle armi chimiche, francamente, frega un cavolo a nessuno. I morti, come si sa, dacché sono morti, servono per fare altri morti. Soprattutto: alcuni morti sono più importanti di altri, per l’uso che se ne può fare. Alcuni morti sono oro, giustificano la guerra; altri sono pappa per vermi e stop, mors tua cazzi miei. Per capire il resto non serve Machiavelli: il trio Usa-UK-Francia spara missili in Siria come fossero sms a Putin. Se poi, per caso, cade Assad – le recenti detronizzazioni di Saddam e di Gheddafi dovrebbero aver insegnato che l’area musulmana non è il Sudamerica – c’è trippa per tutti, la Siria ha bei siti archeologici, tanti spazi edificabili e un tot di petrolio. Ora. M’interessa capire cosa dicono i giornali anglofoni – di solito meglio attrezzati giornalisticamente – sul tema. Ewen MacAskill, via Guardian, alterna banalità cerchiobottiste (“L’attacco di Trump alla Siria non è privo di rischi – ma non è la terza guerra mondiale”), a numeri interessanti. Intanto. Stati Uniti batte Russia 20 a 1. “Nonostante la retorica, la forza militare russa è ben lontana dai tempi dell’Unione Sovietica… Gli Usa spendono circa 550 miliardi di dollari l’anno in difesa, mentre la Russia nel spende quasi 70. Basti un dato: la Russia ha solo una vecchia portaerei, gli Stati Uniti ne hanno 20”. Va bene, ma bombardare – come è stato fatto, dopo una telefonata agli amici russi – i ‘giacimenti’ di armi chimiche non è un poco pericoloso? Pare di no. “Gli esperti britannici di armi chimiche dicono che il rischio di dispersione è minimo, e che comunque le armi chimiche sarebbero fatte esplodere prima di lasciarle disperdere”. Il rischio, ad ogni modo, c’è. Gli analisti americani parlano un po’ più chiaro. Paul Sonne sul The Washington Post è consapevole che un raid-confetto come quello di questa notte è una ‘sveltina’ quasi inutile. “Robert Ford, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, ha detto che l’azione militare dissuaderebbe Assad dall’uso di armi chimiche solo se reiterata, solo se si verificassero altri attacchi”. Il The New York Times, invece, mette il dito in una questione sonoramente politica. Negli Usa, diversamente da quanto prevede la Costituzione (“i poteri di guerra sono divisi tra Congresso e Presidente”), il Congresso conta bellicamente quanto un becco. Ciò significa larga libertà per il Presidente di giocare alla guerra con i suoi consiglieri. “Il Presidente Barack Obama e ora Mr. Trump hanno ordinato almeno 37 volte attacchi contro lo Stato Islamico e altri gruppi militari in 14 paesi, compresi Yemen, Filippine, Kenya, Eritrea, Niger. Ciò permette al Congresso guidato dai Repubblicani di evitare il dibattito pubblico e di non prendersi la responsabilità per l’invio di uomini e donne americani in battaglia”. Soprattutto, “questo dà mano libera al volubile e sconsiderato Mr. Trump, che potrebbe essere ancora più pericoloso se dovesse ingaggiare una guerra contro Iran o Corea del Nord”. Più articolato – e drastico – l’articolo di Dominic Green pubblicato sullo Spectator (“Bombardare la Siria è un grave errore”). Intanto, Green mette il dito nella piaga militare di Francia e UK, i leccapiedi di Trump. “La Russia ha una sola portaerei? Beh, è più di quello che possiede la Gran Bretagna. L’avventura libica del 2011 ha provato come Gran Bretagna e Francia non possano fare nulla senza l’apporto degli americani”. La seguente analisi, a lunga gittata, acceca. “Se agiamo come vuole Putin, bombarderemo la Siria. A quel punto, l’architettura di sicurezza costruita dopo la Seconda guerra mondiale sarà distrutta. L’esito potrebbe accelerare l’arrivo della Cina come potenza militare globale, a un ritmo che non sapremo gestire. La mappa muta, il Medio Oriente sta esplodente, l’Occidente non ha una strategia regionale. Non è questo il momento di bombardare la Siria. Difficile da riconoscerlo, ma è così. Se facciamo gesti spericolati, incapaci di sostenerli, la lezione sarà molto amara”. Capito? Trump fa il gradasso a Risiko, Putin ride sotto i bicipiti – ormai ha un red carpet davanti, può fare ciò che gli pare, è giustificato dallo yankee – e la Cina, una tirannica immensità, aguzza gli artigli. L’Occidente tramonta nella propria stupidità. Di fronte ai missili che lampeggiano come stelle comete, però, più che gli opinionisti o gli strateghi biblici, servono i poeti. Di fronte a parole babeliche brandite come claim, come loghi pubblicitari (Donald Trump che cinguetta: Assad è un “Gas Killing Animal”), serve l’abisso del verso lirico. Il poeta ci fa capire che l’innocenza è perduta, che il male alligna ovunque, che solo i malvagi agiscono ‘a fin di bene’, che le battaglie da combattere sono quelle perdute, e che comunque se si vuole difendere qualcosa non basta un tweet, bisogna proteggere l’amato facendogli scudo con il nostro corpo. Le guerre viste in tivù come una partita di calcio sono l’orrore. (d.b.)