I bravi cittadini d’Albione hanno paura di Ernst Jünger in divisa. Ovvero: i diari di guerra del grande scrittore sbarcano in UK e USA, e la globalizzazione, in letteratura, non esiste

Posted on Gennaio 24, 2019, 11:53 am
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La ‘globalizzazione’ in letteratura non esiste. Per fortuna. Intendo. Nel sottosuolo esistono ancora parole seminali che fondano una identità specifica. Preciso. Il mondo unico, globalizzato – ma non pacificato – permette a me, lettore periferico della provincia Italia, di farmi una biblioteca di autori giapponesi, che mi piacciono più degli italici – i quali, oggi, scrivono scimmiottando gli americani come ieri mimavano i francesi. Eppure. Permangono dei ‘caratteri’ specifici, uno stile, un passo, una giuntura dello sguardo che, ad esempio, permette che soltanto in Francia, terra di viziosi indagatori del proprio ombelico – da Montaigne a Pascal al Divin Marchese – nasca un Houellebecq, sorga un Carrère. In Francia si fa la storia dell’io mentre in Italia, da Manzoni in qua – Verga, Pavese, Pasolini –, ci si confronta con la Storia, con i flussi fluttuanti della ‘società’.

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Drastiche semplificazioni. Però non mi pare un caso che soltanto ora, da pochissimo, siano atterrati su suolo inglese i diari di guerra – quelli del ’41-’45 – di Ernst Jünger, come A German Officer in Occupied Paris, per le edizioni di pregio della Columbia University Press, in pompa (“Questi diari di guerra appaiono qui in inglese per la prima volta, dando un nuovo quadro dei dilemmi del ventesimo secolo, visti dalla penna acuta di un osservatore paradossale”). Scrivono proprio così. Paradoxical observer. Ora. In Italia non giudicheremmo “paradossale” lo sguardo di Jünger, autore di libri che crescono in necessità più passa il tempo. Paradossale, semmai, è che soltanto ora si possano leggere i diari di Jünger in UK e Usa. In Italia il Diario 1941-1945 del geniale scrittore tedesco è stato pubblicato da Longanesi nel 1957, poi ripreso da Guanda nel 1995 nella stessa traduzione di Henry Furst; in Italia, come si sa, sono pubblici anche gli altri diari, il Diario di guerra 1914-1918 (Libreria Editrice Goriziana, 2016), poi Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi (Guanda, 2008) e La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione 1945-1948 (Guanda, 2009). Insomma, da noi Jünger – eventualmente marginalizzato dai cretini, da chi ha paura della fiammata letteraria – è una icona, nel mondo inglese era un tabù.

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Sulla The New York Review of Books fu Bruce Chatwin a ‘sdoganare’ Ernst Jünger nel mondo anglofono, scrivendo una vasta recensione ai diari, pubblicati in Francia. La visione di Bruce, il dandy dell’irrequietezza, è denunciata fin dal titolo, An Aesthete at War, “Una volta letti questi diari non si dimenticano. Sono certamente la produzione letteraria più strana uscita dalla Seconda guerra, estranea da qualsiasi cosa di Céline o di Malaparte. Jünger riduce la sua guerra a una sequenza di poemi in prosa allucinatori in cui le cose sembrano respirare e le persone agiscono come automi o, nel migliore dei casi, come insetti”. Era il 5 marzo del 1981. 37 anni dopo, ci sono arrivati.

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Il pensiero di Jünger è in sostanza diverso, eccentrico dal blabla anglosassone: nella copertina del libro lo scrittore è scintillante indossando la divisa della Wehrmacht. Eroe decorato durante la Prima guerra, autore del libro di culto Nelle tempeste d’acciaio, Jünger prese decorose distanze dal Partito nazionalsocialista, ma a Parigi, durante l’occupazione tedesca, ha la blusa da ufficiale, “fece una vita privilegiata, incontrando artisti e scrittori come Céline, Cocteau, Braque e Picasso”. Uomo di spietata lucidità e dal talento crudele, sbaglieremmo a ritenerlo un vago flâneur che fa slalom tra le granate; Jünger è l’esteta che ha scritto “la lotta unisce gli uomini, l’inattività li separa”, e crede nel valore di redenzione del disastro (“Di tempo in tempo bisogna immergersi nelle fiamme per rinascere”).

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Agli inglesi Jünger letteralmente esplode tra le mani. Alex Colville sullo Spectator (titolo: Ernst Jünger — reluctant captain of the Wehrmacht) attacca descrivendo lo scrittore tedesco come “una figura profondamente ambigua e controversa, che detestava la democrazia, glorificava il militarismo tedesco, eppure disprezzava i nazisti”. Il fascino emanato da Ernst Jünger è corrusco, incomprensibile al lettore inglese, che sosta su posizioni di critica. “I colleghi di Jünger a Parigi furono coinvolti nell’attentato ordito da Stauffenberg nel 1944 e chiesero il suo aiuto. Era una delle voci conservatrici più influenti in Germania a quel tempo, una delle poche che i seguaci di Hitler avrebbero preso sul serio. Tuttavia, ha rifiutato di prendere posizione durante il caos, quando molti credevano che Hitler dovesse morire, che bisognasse cambiare aria… Jünger attese che il male si autodistruggesse: un pompiere che combatte la fiammata aspettando che l’edificio bruci. Come sempre, ha abitato in una zona grigia”.

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Ma tu guarda. L’individualismo granitico, l’intelligenza giganteggiante di Jünger terrorizza i civili cittadini d’Albione. A me strappa sempre bagliori emotivi quando lo scrittore, dopo un bombardamento, l’elettricità salta, l’urbe è circoscritta nell’oscurità, guarda il cielo, con quelle stelle improvvisamente palpabili, “Che cos’è l’essere umano e i nostri giorni terrestri al cospetto di questa gloria? Che tenuta ha il nostro tormento fugace?”. (d.b.)