“I barocchismi mi rompono i coglio@@”: Vittorio Feltri scatenato parla con Matteo Fais di stile, giornalismo e giornalisti

Posted on Giu 06, 2018, 8:31 am
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L’inizio della conversazione è fulminante. “Come le avevo annunciato, non vorrei parlare di politica, ma di questioni di stile”. “Beh”, borbotta lui con il suo inconfondibile accento bergamasco, “anche perché sarebbe una bella rottura di coglioni altrimenti”. Sorrido, anzi sghignazzo. Non desidero niente di più: Feltri che fa Feltri. Eppure l’uomo tanto odiato e, per lo stesso motivo, tanto stimato è molto diverso da quello a cui ci ha abituati la televisione. Ride, scherza. Mi chiede se sono sardo e imita il mio accento, dopo aver menzionato la sua amicizia con Cossiga. Addirittura, mi racconta di aver avuto una fidanzata della mia terra a cui, a quanto pare, è stato molto legato. Io sto al gioco: “Mi perdoni, ma uno scoop simile non posso farmelo sfuggire”. E giù altre risa. In verità, tutta l’intervista è un profluvio di ilarità. Grazie al cielo, perché diversamente mi sarei sentito come a nuotare accanto a uno squalo bianco senza la gabbia di protezione. Il Direttore è loquace. Racconta aneddoti, conversa piacevolmente. Mi fa venire persino il dubbio di essergli simpatico. Naturalmente, Feltri non è un ragazzino di primo pelo. Sa che lo stimo. Lo percepisce dall’impasto di deferenza e impiccio che mi blocca leggermente nella formulazione delle domande. Cerca di mettermi a mio agio e mi soppesa. Ma, evidentemente, le mie domande lo solleticano, perché dismette subito qualsiasi rigidità. Si lascia guidare, mentre tiene le mani ferme sul timone. Io cerco di carpire il suo segreto. In realtà, dopo circa quaranta minuti di botta e risposta, penso che, quello che ho sempre considerato il mio modello vivente di giornalista, non voglia celare niente agli sguardi indiscreti. Il suo segreto è alla luce del sole: essere Vittorio Feltri.

Direttore, lei pensa che la sua penna sia migliorata nel tempo? O ritiene di aver trovato, a un certo punto, uno stile tale da non necessitare di essere ulteriormente affinato?

Sinceramente, non mi sono mai posto il problema. Sono più di cinquant’anni che faccio questo mestiere e l’unica cosa che ho sempre ricercato è una scrittura lineare, priva di compiacimento. Il mio solo desiderio è di arrivare al lettore in modo chiaro e diretto, se non definitivo, almeno tale da non suscitare ambiguità.

Come si elabora un buon articolo, o meglio, lei come lo fa? Prende appunti prima, o scrive di getto? Lavora molto di lima?

Di solito non prendo appunti, se non saltuariamente per quelle due o tre cose fondamentali che mi preme di affrontare. Scrivo in modo abbastanza veloce e poi rileggo tre o quattro volte onde evitare cacofonie, ripetizioni, frasi inutili, avverbi che appesantirebbero. Questo quello che faccio per cercare di essere comprensibile al volo e senza tanti sforzi da parte del lettore. Per il resto, come principio di massima, scrivo solo se ho motivo di farlo, altrimenti evito.

Quanto conta l’incipit in un articolo?

Nulla. Molti si sforzano di trovare un attacco avvincente che possa essere, per dir così, arrapante. In realtà, se hai qualcosa da dire, non importa come cominci, ma soltanto che tu affronti subito il tema che ti sta a cuore e lo introduca in modo da suscitare un minimo di curiosità. Ma non è la semplice forza di un incipit a poter rendere buono o meno un articolo.

Quel suo stile così asciutto, rapido e trascinante, da cosa deriva? Ci sono forse delle particolari letture, romanzi o quant’altro, alla base?

Le letture influiscono sempre moltissimo nella vita e, di conseguenza, anche sul modo di scrivere. Specialmente in adolescenza, e nella prima parte della mia giovinezza, ho letto molti autori che mi hanno segnato. Non so, poi, se sono riuscito a prendere da loro… Ma qualcosa resta sempre, come una musica che ti rimane nell’orecchio. La prosa di quelli bravi è così, ti risuona dentro e spesso di porta a cercare di imitarli, a replicare quel loro modo di fare. Però, davvero, non saprei dire se ho preso da qualcuno in particolare. Sono certo che le letture fatte a suo tempo mi hanno aiutato ad arricchire il vocabolario, oltre ad avermi insegnato l’arte del periodare. D’altronde, se non leggi non puoi scrivere. Direi, però, che c’è anche una parte che riguarda la personalità del singolo. Io, per esempio, detesto i barocchismi, tutte le sterili esibizioni di cultura o di erudizione, che invece per molti sono fondamentali. Ma non per me, io voglio parlare alla gente. E, siccome il giornalismo è divulgativo per definizione, non esito neppure a concedermi qualche volgarità che rimandi al linguaggio del popolo… Eh sì, perché io mi rivolgo al popolo. Non scrivo certo pensando di parlare al Papa!

Il ritmo della sua prosa è qualcosa che lei persegue razionalmente, oppure le è ormai connaturato, nel senso che non potrebbe scrivere altrimenti? Insomma, bisogna esserci nati con il dono?

Credo di no. Penso che per un giornalista, come per uno scrittore, il talento sia meno importante del temperamento. Se vuoi raggiungere un certo risultato, lo devi fare razionalmente. Alla fine tutto questo diventa una seconda natura, ma ci vuole un po’ di tempo. Ricordo che all’inizio facevo molta fatica ed ero estremamente lento nello scrivere. Sarà che adesso di tempo ne ho poco, quindi vado velocissimo. Certo, ormai ho acquisito qualcosa di simile a quella che si potrebbe chiamare una tecnica, per questo procedo senza mai toccare il freno. Eppure, non si pensi, anche io devo rileggere. Non ne puoi fare a meno se, come me, detesti tutto ciò che rende pesante la prosa e vuoi arrivare nel modo più semplice possibile. Naturalmente, il tutto senza rinunciare a qualche finezza lessicale, a una battuta, perché chi legge ne ricavi comunque piacere.

Usa il computer? Com’è stato per lei il passaggio dalla macchina da scrivere al mezzo informatico?

Fino allo scorso anno scrivevo con la Lettera 22, che ho ancora sul tavolo mentre le parlo – tra l’altro, di macchine da scrivere ne avrò quattro o cinque. Mi veniva tutto più semplice con quel vecchio arnese. Poi sono dovuto passare all’iPad, perché qui al giornale nessuno mi ribatte più gli articoli. E devo dire che faccio una fatica terrificante perché, quando scrivo “è” verbo, mi esce “e” congiunzione e viceversa. Mi fa impazzire. Mi cambia pure le parole. Per cui ho bisogno di una rilettura particolarmente attenta e, siccome non sono presuntuoso, metto tutto nelle mani di un signore che lavora qui, Federico, che mi becca tutti i refusi.

Tutti sanno che lei è stato particolarmente legato a Oriana Fallaci, a livello professionale. Com’era di persona? Vi confrontavate? Le ha trasmesso qualche insegnamento di cui lei ha fatto poi tesoro?

Oriana Fallaci era una rompicoglioni formidabile, una che per scrivere due cartelle ci metteva anche una settimana. Era una perfezionista nevrotica che doveva avere le sue belle paginette pulite, linde, precise, ficcanti. Davvero una maniaca. Io non sono mai arrivato a quel livello. Ma devo dire che da lei ho imparato a rendere la prosa il più limpida possibile. La Fallaci, in questo, era veramente una maestra.

Cosa mi dice degli altri suoi modelli?

Tra quelli da cui ho cercato di imparare – non so se riuscendoci – ci sono sicuramente Montanelli ed Enzo Biagi. Quest’ultimo mi ha suggerito non pochi trucchi per rendere più appetibile un articolo e per risultare più efficace durante una discussione televisiva. Ma quello che ho ammirato di più, e che non sono mai riuscito a imitare, è Gianni Brera. Non per altro, ma era inimitabile. Mi ricordava Carlo Emilio Gadda. Ma quello stile non è per me. Io sono più diretto. Le ricercatezze lessicali mi stanno sul cazzo.

vittorio-2-2Se dovesse tracciare un ritratto di Indro Montanelli e dei rapporti che ha intrattenuto con lui, cosa direbbe?

Montanelli è sempre stato un modello per me. Uno così bisognava solo leggerlo, per cercare di comprendere il segreto di quella sua prosa così scorrevole e cercare poi di replicarla. Anche se questa chiaramente è un’operazione molto difficile: l’originale sarà sempre migliore (ride). La sua forza derivava anche dal fatto che, se non sentiva particolarmente un argomento, non ne scriveva. Contrariamente a me che, a volte, mi sforzo anche di scrivere delle cazzate di cui non mi frega niente (ride). Scherzi a parte, mi ricordo bene di lui all’opera, non fosse altro perché ebbi modo di vederlo diverse volte. Anche lui usava la Lettera 22 e, con il piede destro, come quando si suona il pianoforte, batteva sul pavimento per darsi il ritmo. Incuriosito dal suo fare, gli chiesi il perché. Mi rispose: “Sai, senza ritmo la scrittura sarebbe come una canzone stonata”. Dagli torto! Peccato che io non riesca a battere né dita, né piedi (ride).

Dei giornalisti più noti al momento, chi è il migliore e perché?

Vede, di giornalisti bravi ce ne sarebbero anche… Purtroppo, però, non ci sono più i fuoriclasse di una volta, come Montanelli e la Fallaci. Ma, tanto per fare un altro nome, prendiamo uno come Giorgio Bocca, che pure non aveva una prosa squisita ma casomai torrenziale, comunque di grande effetto: io non l’ho più trovato uno come lui. Un altro che mi piaceva particolarmente, dal punto di vista stilistico, era Virgilio Lilli del Corriere della Sera. Molto bravo è stato anche Gianfranco Piazzesi che era dotato di una scrittura poderosa, ma molto chiara. Poi, come le dicevo anche prima, per me c’è stato Enzo Biagi, la cui prosa era invece impressionistica: lui buttava lì delle frasi che poi cambiava immediatamente. Nel complesso, comunque, i suoi articoli erano leggibili, c’è poco da fare, e la leggibilità si sa quanto sia importante. Mi piacevano inoltre Curzio Malaparte, Achille Campanile – divertentissimo – e Leo Longanesi. E Flaiano – ah, il mio Flaiano! –, un fuoriclasse. Mi perdoni se i nomi mi vengono così in ordine sparso. Sa, è l’età! Se mi dovessero chiedere i dieci giocatori di calcio migliori del mondo, sicuramente mi verrebbero in mente cinque facce, tutte della Sampdoria, insomma gente che non c’entra un cazzo (ridiamo). Già, ma lei voleva un nome di quelli attuali… Beh, citerei Giampaolo Pansa. Adesso si è un po’ arrugginito, ma è stato un grande. Le sue cronache sono state probabilmente le migliori degli ultimi cento anni. Parlo delle cronache però, perché se deve fare un ragionamento politico si attorciglia. Praticamente non capisce un cazzo di politica, ma quando descrive è comunque meraviglioso (ridiamo). Poi, mi piace anche Cazzullo. È morbido come il velluto: tu lo leggi, poi magari non ti ricordi un cazzo, però lo leggi volentieri (ridiamo).

Cosa legge Vittorio Feltri quando non legge i giornali?

Io cerco di leggere libri e me ne arrivano tantissimi. Negli ultimi anni però mi succede che, dopo le prime trenta pagine, mi rompo i coglioni. Non so perché. Sarà che da ragazzo ho letto i classici, gente importante, mentre quello che c’è in giro adesso… Onestamente? Mi scassano la minchia! Ma di recente ho recuperato un pamphlet di Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole. Stupendo! Scritto da Dio. C’è intelligenza qui. Ecco, un altro che mi piace da morire è Bianciardi, un vero anarchico, completamente pazzo. L’avevo già letto tanti anni fa e mi è ricapitato tra le mani da poco. Ci sono passi veramente superlativi. Poi, vediamo, c’è Giuseppe Berto, quello di Il male oscuro, e certamente Italo Svevo con La coscienza di Zeno. Non posso dire di non aver preso qualcosa da loro, anche se non so bene cosa. Vede, le confesserò che qualche volta mi capita di fare una citazione ma, siccome non mi ricordo il nome dell’autore, non scrivo un cazzo. Nel senso che scrivo la frase, ma non dico a chi appartiene. Tanto nessuno si accorge mai di niente (ridiamo). Adesso le racconterò un aneddoto divertente. Molti anni fa, quando lasciai Il Giornale, andai a Il Foglio dove tenni per un periodo una rubrichetta quotidiana, una cosetta breve. A un certo punto, non sapendo più che cazzo scrivere, spulciai i Sonetti di Shakespeare. Quando beccavo qualcosa di interessante, traducevo e rimaneggiavo a mio modo. Ci avrò fatto una ventina di articoletti, così. Incredibile, copiavo da Shakespeare e non se n’è mai accorto nessuno (ride). Questo per dirle che la cultura è un qualcosa di cui parlano tutti, in Italia, ma nessuno la possiede realmente (ridiamo).

Esiste un avversario che lei ritenga insopportabile e, al contempo, obiettivamente eccellente?

Avversario… Guardi, a dire la verità, io non so che cosa sia il rancore. Forse perché lo ritengo troppo faticoso da coltivare. Non nutro sentimenti negativi, anche verso quelli con cui non condivido niente – alla fine, ognuno fa quello che vuole e a me che cazzo me ne frega! Anche quando mi criticano… Sa, queste di solito sono cose che ti prendono al petto, io invece non sento alcuna rabbia. Non so perché. Non riesco neanch’io a spiegarmelo.

D’accordo Direttore, mi vedo costretto a punzecchiarla. Le faccio un nome: Travaglio.

Mi piace da morire il suo modo di scrivere! Qualche volta è un po’ ripetitivo e noioso, ma capita quando uno scrive tutti i giorni. Però la sua prosa la trovo molto interessante. E poi, sia chiaro, io sono in buoni rapporti con lui. Ci telefoniamo e abbiamo anche lavorato insieme. Niente contro Travaglio.

Il suo approccio, nella scrittura di un articolo, sembra tutt’altro che freddo e distaccato. Lei non è, per così dire, un narratore da terza persona, ma entra in scena a gamba tesa. È possibile l’obiettività nel giornalismo a suo avviso e, soprattutto, è davvero necessaria?

No, l’obiettività è quasi impossibile, perché poi subentra l’emotività, le proprie opinioni anche se sbagliate… Io, per esempio, ho molte opinioni, ma tutte sbagliate (ride). Addirittura, a volte ho delle idee, ma non le condivido del tutto (ridiamo).

Sia cattivo. Un giornalista che proprio non vale niente?

La maggioranza! (ridiamo) Lasci perdere, l’elenco sarebbe troppo lungo.

Il peggior giornale presente al momento sul mercato?

La Repubblica. La prima pagina mi sembra una lapide mortuaria. Quando la vedo, mi faccio il segno della croce e mi rattristo. A volte, mi tocco pure i coglioni (ridiamo). Comunque, ha un direttore in perfetta sintonia con il giornale, è l’orfano per eccellenza (ridiamo).

Direttore, in tanti hanno criticato il tono generale del linguaggio usato da lei e dai giornalisti che dirige, o ha diretto, a Libero e Il Giornale. Lei come definirebbe la sua scelta stilistica, politicamente scorretta? E, soprattutto, come replica a queste accuse?

Io penso che, da quando si è affermato il politicamente corretto, non si bada più ai concetti, ma soltanto alle parole. Nessuno, invece, pensa al significato di queste. E, quando ci si ferma all’esame del lessico, vuol dire che siamo alla superficialità assoluta. Il linguaggio certo è importante, ma in quanto mezzo e non come fine. Recentemente, per esempio, ho detto che “Mattarella ha fatto una figura di merda”. Lo so, non è una bella espressione. Ma lei cosa direbbe se dovesse pensare che uno ha fatto una figura di merda? Userebbe forse un’altra espressione? Ma perché mi devono rompere le palle con questi discorsi!? E anche quando dico che uno non capisce un cazzo – che poi non è che lo faccia ogni tre righe, massimo una volta in ogni articolo – e lo faccio apposta, è perché un quotidiano è per definizione divulgativo. Una battuta, nel linguaggio popolare, aiuta ad avvicinarsi al lettore. Altrimenti, cercherei un sinonimo. Il fatto è che non voglio. Tanto, alla fine, chi c’è a criticarmi? I soliti quattro sfigati di sinistra. E va beh, me ne farò una ragione!

Matteo Fais