Il vero inventore del Grande Fratello in tivù non è George Orwell, ma Hugh Hefner, 60 anni fa. Gita nella Playboy Mansion che ha disintegrato il mito della famiglia modello (moglie/madre a casa e marito ligio al lavoro e al consumo)

Posted on Aprile 17, 2019, 8:46 am
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“Si Non Oscillas, Noli Tintinnare”: se non sei promiscuo, gira i tacchi e non suonare, così c’era scritto all’entrata della Playboy Mansion di Chicago, la prima, mitica casa di Hugh Hefner e del suo harem di conigliette. La Casa del reality show. Sia lasciato in pace Orwell, e il suo 1984: se da anni siamo diventati, in tv e sui social, esibizionisti della nostra e spioni della vita altrui, è un po’ ‘colpa’ di Mr. Playboy. È stato Hefner, nel 1959, tra i primi a mettere il suo privato davanti alle telecamere, a mostrare la sua casa in tv, come ci viveva, e con chi: Playboy’s Penthouse, questo il titolo del reality di Hefner, in onda per due anni il sabato sera alle 23.30, su un canale ABC di Chicago. E cosa ci vedevi? Non la realtà, ma la sua rappresentazione.

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Un set che era la perfetta riproduzione della Mansion era installato nella Mansion stessa, e vi erano girati sketch della vita quotidiana di Hefner, tra i suoi ospiti famosi, le sue conigliette. Stralci della vita nella Mansion si potevano sbirciare anche su Playboy, nelle foto delle pazze, gatsbiane feste del venerdì sera, ma anche qui, vedevi solo quel che bastava a farti venire l’acquolina in bocca. Perché a nessuno, nemmeno a chi alla Mansion era invitato, era permesso girarci liberamente: c’erano posti in cui non si poteva assolutamente entrare. In quella di Chicago, dei 4 piani solo i primi 2 erano accessibili agli ospiti, il secondo dov’era l’immenso salone delle feste, e dove si apriva una botola, chi voleva si lasciava scivolare su un palo e ‘atterrava’ a piano terra, su una piscina suntuosa, con cascata e grotta, dove ogni lussuria era consentita. Tra le stanze proibite, c’erano la “Suite Elvis”, ovvero la stanza dove Presley una volta si era appartato con 8 conigliette, e la “Sala Oro”, la cui porta segreta si apriva accarezzando un fiore: era in realtà un luogo di lavoro, il set dove le ragazze posavano nude per fotografi rinomati, in scatti da paginone centrale. Il quarto piano era più vietato ancora: era il “convitto” delle conigliette, dove vivevano quando non lavoravano (nella Mansion di Los Angeles, era riservata loro un’intera villa a parte).

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Il vero Grande Fratello era al terzo piano, dov’erano l’ufficio e la camera da letto di Hefner. Qui erano ammessi – e non sempre – i giornalisti giunti davanti al trono del Re per intervistarlo. Hef si muoveva da queste due stanze – e dal suo letto – di rado: odiava viaggiare e viveva da recluso per scelta, in conformità alla sua filosofia per cui è tra 4 mura che una persona può trovare la sua libertà. Hefner è stato tanto criticato non solo perché ha avuto l’ardire di mostrare il sesso nella sua autenticità, libero dai tabù religiosi e sociali, ma di più perché ha attaccato frontalmente i valori della famiglia e del lavoro come condanna, su cui si basa la società occidentale. Con parole e foto su Playboy, e in seguito sui suoi canali tv e web, ma principalmente con la sua vita stessa, Hefner combatteva gli imperativi della famiglia modello, quella composta da una donna moglie/madre/casalinga, e un uomo ligio al duro lavoro e al consumo. Questa non è per forza la felicità, Hefner ne era convinto, e rivolgendosi a un pubblico maschile, gli indicava che si poteva vivere godendo ‘altri’ piaceri, e seguendo altre regole: uomo, diceva Hef, trovati un lavoro che ti realizzi, e vivi da scapolo in una casa che sia da te arredata e gestita, in cui invitare donne che da gentiluomo puoi sedurre e poi salutare, perché loro come te hanno il diritto di essere libere, autonome, e di far l’amore con chi vogliono.

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Hugh Hefner al lavoro, nel mitico letto e con la mitica pipa

Questi concetti tutt’oggi radicali, Hef li ha portati all’estremo anche nel lavoro: Hefner lavorava a casa, agli orari che voleva, estraneo ai ritmi urbani. Il suo è stato un esempio limite, benedetto dal successo e dai tanti soldi che il successo gli ha portato, ma va detto che Hefner lavorava senza sosta, a letto sì, in pigiama nero e giacca da camera zafferano (rossa dagli anni ’80 in poi), ma col cervello sempre acceso in un turbinio intellettuale incentrato sulla sessualità. E la stanza da letto di Hefner era il vero Grande Fratello che dicevo prima: dal suo lettone rotondo, con pannello di controllo sullo schienale, Hef monitorava se stesso, gli uffici, e tutto quello che succedeva nelle stanze di casa sua. Le Mansion di Chicago e di Los Angeles erano connesse al mondo per mezzo di televisori mai spenti, sui cui schermi passavano le immagini del pianeta, e su altri quelle che un sistema di videosorveglianza interno vi rimandava. Una telecamera era puntata anche sul letto rotondo di Hef, e un’altra su quello quadrato che era il suo ufficio, sommerso da foto, libri, giornali, enciclopedie sparse sul pavimento. Non crei un impero dal nulla, tantomeno se fondato su una rivista: tutto quello che Hefner viveva, leggeva, vedeva, e lo incuriosiva, finiva stampato sulle pagine della sua creatura. Hefner aveva una fede infinita nella tecnologia: il flusso di informazioni a cui oggi accediamo tramite internet, Hef lo sperimentava per mezzo del sistema di “interconnessione”, attivato nelle Mansion. E su cui, dopo il suo cervello, la gioia del sesso, e i libri, confidava.

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Playboy riuniva in sé il piacere degli occhi, dell’intelletto, del relax masturbatorio. Era il relax che Hefner voleva regalare ai suoi lettori, che potevano, se volevano, godere di un sesso libero, consapevolmente adolescenziale. Il suo archivio video è stato fonte di American Playboy–The Hugh Hefner Story, biopic di Amazon su un uomo speciale, che i suoi lettori li ha viziati, insegnandogli che nella vita va dato valore al meglio del meglio che, per Hefner, erano la letteratura, una buona pipa, pigiami di seta, e donne bellissime da rispettare e conquistare, educandosi a disconoscere reciprocamente ogni forma di gelosia e possesso.

Barbara Costa