“Ho reso umani i pettegolezzi da ballatoio, ho lanciato in situazioni estreme lo splendore dei chiacchieroni”. Bohumil Hrabal, un piccolo uomo contro tutti i totalitarismi, lo scrittore che è riuscito a restare per sempre bambino

Posted on Agosto 04, 2020, 8:09 am
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Per natura prima ancora che per scelta, Bohumil Hrabal (1914-1997) era un uomo e uno scrittore libero, e in quanto tale non poteva che essere definito “sovversivo” sotto il regime comunista della Cecoslovacchia del dopoguerra e soprattutto del dopo “primavera di Praga”.
Un folletto, un outsider, uno scemo del villaggio, una sorta di “Gelsomina” in versione maschile, a tutti gli effetti uno “scrittore bambino”, che è facile ritrovare in quel tocco di ingenuità che fa da colonna sonora ai suoi libri. La sua intera opera non è stata altro che la resistenza di un piccolo uomo contro tutti i totalitarismi e gli invasori che via via è stato costretto a incrociare, dai nazisti agli stalinisti. Come quei bambini che parlano a voce alta per vincere la paura del buio, Hrabal raccontava storie, prima di tutto a se stesso, per fare fronte a una realtà atroce e brutale.

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I romanzi, i racconti e le altre mille storie raccontate a voce nelle birrerie di Praga rappresentano una sorta di manuale di autodifesa, un’ultima disperata resistenza alla grigia, crescente pianificazione della vita. E allora via sulle ali dell’immaginazione a caccia di ragazze da sedurre, baracconi da fiera, buffi funerali, nottambuli in cerca di avventure e tutto quella specie di circo felliniano che troviamo nelle opere di Hrabal. Una galleria di situazioni bizzarre al centro delle quali in genere si muove e agisce il “personaggio principe” di Hrabal, il pábitel, che in italiano è stato tradotto con “sbruffone” o ancora meglio con il neologismo di “stramparlone”; uno strano tipo che dà libero spazio alla chiacchiera, al monologo senza freni, allo sproloquio ininterrotto in cui la stessa cosa viene affermata, negata, contraddetta e dimenticata.

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«Tutto questo provocava in me uno sbigottimento, a un tratto mi consacrò e io divenni bello a me stesso, per aver avuto il coraggio di non diventare folle per tutto ciò che in quella mia solitudine troppo rumorosa avevo veduto, sperimentato e vissuto con il corpo e con l’anima, mi passava dentro una meravigliata consapevolezza che attraverso questo lavoro mi gettava nello sconfinato campo dell’onnipotenza».

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Nato a Brno, ma praghese di adozione, Hrabal sfugge a ogni classificazione letteraria. A spiazzare c’è intanto la sua esistenza a dire poco precaria, costellata da un’infinita successione di mestieri: magazziniere, operaio in un’acciaieria, rappresentante di commercio, assicuratore, imballatore di carta, macchinista sui treni, comparsa teatrale. Da tutto questo campionario di esperienze lo scrittore boemo ha tratto spunto per raccontare meravigliose storie visionarie di gente ordinaria, come per esempio in Treni strettamente sorvegliati e Una solitudine troppo rumorosa, forse i suoi due romanzi più belli. Gli strumenti che ha sempre utilizzato sono stati l’ironia, l’umorismo e una lingua viva e palpitante presa dalla strada. Hrabal rifugge dagli orpelli letterari, dallo scrivere troppo levigato, dal sapere libresco.

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«Ho reso umani i pettegolezzi da ballatoio e il vituperio e l’ingiuria, ho lanciato in situazioni estreme lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi, che talvolta finisce alla polizia o all’ospedale».

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Il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa ripete spesso una frase che calza a pennello alla figura di Hrabal: «Sono istruito contro la mia volontà». Lui stesso amava definirsi un “trascrittore”, vale a dire un tale che ascolta, assimila e poi restituisce nei libri le storie rubate ogni giorno nelle birrerie di Praga, che, di fatto, sono sempre state il suo “studio”, il posto dove nascevano i suoi libri.

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«Quando non scrivo, è allora che scrivo di più. Quando passeggio, quando cammino, quando faccio un monologo interiore, quando assorbo non solo quello che sento e che è interessante ma anche ciò che matura dentro di me… E allora di nuovo esco e vado in giro per le birrerie, è solo nella taverna che i discorsi si muovono». 

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Hrabal è diventato celebre in campo internazionale solo dopo il 1970, quando era già avanti negli anni e quasi tutte le immagini che abbiamo di lui sono quelle di un uomo anziano, ma se ci fate caso sotto quei capelli bianchi ci sono gli occhi e l’espressione di un bambino. Nonostante abbia attraversato un’epoca cupa e piena di orrori e la sua vita sia stata tutt’altro che facile, Hrabal sembra toccato da una grazia sublime riservata a pochi altri. Come Robert Walser, un altro genio dell’ingenuità, è riuscito a vincere la sfida più grande e a restare per sempre un bambino.

Silvano Calzini