Homer Simpson: da 30 anni è in tivù. Il suo nome è tratto da un romanzo formidabile che disintegra il mondo dello spettacolo

Posted on Dicembre 18, 2019, 11:26 am
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Gli ultimi 50 anni di Stati Uniti d’America si capiscono facendo il gioco delle differenze tra i Peanuts e i Simpson (ormai sono vecchi entrambi). I Peanuts escono in albo nel 1950 e al cinema cinquant’anni fa, nel 1969, con A Boy Named Charlie Brown. I Simpson, creati nel 1987, come si sa, sbarcano in tivù trent’anni fa, il 17 dicembre del 1989. Per dire: da una parte – Schulz – i protagonisti sono bimbi che filosofeggiano, e un ‘bracchetto’ che ha vezzi da scrittore, il cui silenzio è eracliteo. Dall’altra – lato Groening – il centro è una famiglia specifica, in un luogo specifico, con deliri specifici.

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Ma su questo, lasciamo la via ai pensatori che mescolano il motto delfico – conosci te stesso – a quello di Bart – ciucciati il calzino – d’altronde, c’è più bibliografia sui Simpson che su Tommaso d’Aquino.

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Qui importa un punto. Homer Simpson. Pingue, occhi che esplodono nel nulla, paradisiaco sul divano, esteta del manico di birra, sufficientemente pelato, giallo. Da dove arriva? Le opinioni discordano – Matt, lo Jahvè dei Simpson, gioca con l’ambiguo. Homer Philip Groening, padre di Matt, che il 30 dicembre prossimo compirebbe 100 anni – se ne è andato nel 1996 – potrebbe essere il prototipo di Babbo Simpson (d’altronde, le sorelle di Matt si chiamano Maggie e Lisa…). Però Matt Groening ha citato, un paio di volte, un romanzo straordinario e strampalato.

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Nel 1939 Nathanael West, geniale e misconosciuto scrittore americano, pubblica Il giorno della locusta. Di fatto, il protagonista del romanzo – quello che innesca le vicende surreali, che terminano nell’apocalisse hollywoodiana – è un buffo tizio che si è trasferito in California “da una piccola città vicino a Des Moines, nello Iowa, chiamata Wayneville, dove per vent’anni aveva lavorato in un albergo”. Sessualmente represso, perennemente malato (“il dottore gli consigliò di andare in California a riposare”) fino all’ipocondria, “occhi febbrili, mani indisciplinate”, non bello, decisamente goffo. Si chiama Homer Simpson.

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Dando credito al destino: 50 anni dopo il romanzo di West, Homer Simpson atterra in tivù. Nel 1975 John Schlesinger trae da Il giorno della locusta un film di qualche successo: due nomination agli Oscar, visione a Cannes, fuori concorso. Homer Simpson è interpretato da Donald Sutherland. Il romanzo, come sempre capita ai capolavori, invece, non consentì la fama sperata al suo autore. “Le vendite non vanno nel modo sperato: West, molto deluso, arrabbiato, torna a lavorare per il cinema”. Per il cinema West lavora nel sottosuolo, per film modesti (in un anno e mezzo ne scrive sei, tra cui Five Come Back, I Stole a Million, Men Against the Sky). Dell’aureo mondo dello show, intendo, West vede il lato oscuro. Tuttavia, il romanziere trova l’amore – Eileen, donna sbandata con figlio appresso – e un barlume di fugace felicità. Progetta un nuovo romanzo – “una storia di avventure alla Conrad” – si sposa con la sua bella. Ma il destino gli si schianta addosso: l’incidente d’auto che gli accade il 22 dicembre del 1940 è letale. Stava tornando dal Messico verso Los Angeles. Guidava in modo spericolato, come sempre, dicono. Con lui muore la moglie, Eileen. “La Hollywood di West, mondo illusorio, di cartapesta, dove la natura scompare rimpiazzata da sostituti artificiali, dove il tempo non ha più senso, dove le persone sono prive di spessore, bidimensionali come gli sfondi cinematografici, è straordinariamente attuale” (Marisa Caramella).

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Scena capitale: “Homer camminava più che mai come un automa mal costruito e i suoi lineamenti erano composti in una smorfia rigida, meccanica. S’era infilato i pantaloni sopra la camicia da notte e un lembo di essa gli usciva fuori dall’apertura sbottonata sul davanti. In ciascuna mano teneva una valigia”. Vuole lasciare la California, sgangherato da quel chiasso luminoso.

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Homer Simpson, così, è un nome che rimanda all’illusorietà del mondo televisivo, alla sua maniaca follia. Forse Groening lo ha scelto proprio per quello: è la chiave che disintegra la finzione, il KO dello show, la suprema bestemmia. Il giorno della locusta – che titolo stupendo – è il romanzo che smutanda il mito di Hollywood e la buona creanza antropologica. L’uomo è una locusta, non sa fare altro che mangiare e mangiarsi in una specie di sabba cannibale; la massa – vedi la scena di folla finale, fosforescente – è una mitragliata di locuste, ciò che resta dopo il loro passaggio è niente. Ricordando i Simpson, rileggiamo quel romanzo di provocatoria potenza. (d.b.)