Hokusai è una cartolina turistica. Ovvero: i 5 libri necessari (cioè, inconsueti) per capire il Giappone

Posted on Gennaio 15, 2019, 7:21 am
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In una immagine, un uomo e una donna sono sul ponte – il ponte si flette sotto il loro peso – sono affaticati, visibilmente, ma due stambecchi, dall’altro lato della valle, li fissano pacifici. Sotto i due, un bosco, quietamente feroce – in cima, intorno, spadroneggia il cielo, con uccelli che sembrano spilli, a bloccare il giorno. “Sono come noi, sospesi sull’abisso, ma dov’è la destinazione del ponte, dove porta?”, scrivo. In effetti, il ponte si dilegua irragionevolmente oltre il monte, in destinazione celestiale.

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yasushiCiò che affascina Hiroshige è lo splendore del bianco. In una serie di silografie gioca a mostrare il diverso carisma del bianco: il bianco della neve, dei fiori di ciliegio, del chiarore lunare. Uomini maestosamente soli sotto una nevicata – il manto bianco, il cappello bianco. Un tempio, sopra una rocca glaciale, glabra, sembra una fiamma – tutto è imbiancato, ma non per questo innocente, perché il gelo cova una giustizia tremenda. La mostra bolognese dedicata a Hiroshige e a Hokusai – fino al 3 marzo al Museo Civico Archeologico – è cliché e déjà-vu. Sembra di avere già visto tutto, un Giappone da cartolina – per capirne le ambiguità, però, basta leggere Tiziano Terzani – probabilmente mediato dai cartoni animati (compresi i capolavori di Hayao Miyazaki). Insomma. Il Fuji, l’ideogrammatica solitudine, la natura maniaca e micidiale – siamo acquietati dall’idea che abbiamo del Giappone, la ‘giapponeseria’ che stordì Van Gogh e affascinò Monet.

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Mentre visito la mostra giapponese, casualmente, rileggo la ‘Trilogia della Frontiera’ di Cormac McCarthy dall’inizio, da Cavalli selvaggi. Continua a sorprendermi – al di là del genio narrativo – la dedicata precisione con cui McCarthy nomina le cose. In realtà, tutta la letteratura americana è fatta di nomi, di nominazioni. Sul treno, sul retro del libro, scrivo questo: “Con i nomi teniamo a bada la nostra oscurità, cerchiamo di dare geografia all’informe che ci distingue e distrugge”. Mi fa tenerezza questa necessità del nome: come se un nome (nome&cognome) esaurisse l’identità, come se bastasse costellare di nomi un continente non proprio per renderlo proprio, privato, appropriato. La stessa cosa accade nella letteratura biblica, originaria. Il libro dell’Esodo, che è quello fondamentale per la storia d’Israele, non si chiama Esodo ma shemòt, che significa ‘Nomi’. Il protagonista del libro, appunto, sono i nomi, minuziosamente trascritti, di quelli che compirono la traversata nel deserto, che testimoniano l’adempimento della promessa divina di una terra; ‘Nomi’ è il libro in cui Dio rivela a Mosè il suo nome, anzi, la molteplicità inesauribile dei suoi nomi. Nel Vangelo Gesù chiama ciascuno per nome – ma a volte sceglie di cambiare il nome (Sim’on diventa Pietro), perché il nome è un compito. In Giappone non c’è l’ansia del nome – cioè di impossessarsi di ciò che si nomina. I nomi sono falene, sono fatati, non sono fatali. I nomi si indossano, si cambiano, come maschere. Il vero compito è spogliarsi di tutti i nomi, incenerirli, restare un essere senza nome – non sono ciò che vuoi, ma ciò che non puoi dire. L’uomo biblico-occidentale vuole che il suo nome marchi la Storia, sia lì a imperitura memoria – l’uomo nipponico preferisce sbalordire scomparendo.

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tanizakiAmare, alla moda del romanzo occidentale, è fondere i nomi, fondare nuovi nomi, costellare la civiltà di marchi, marchiare con la propria firma, che raffigura, stilizzato, il vigore del proprio ego. Nel mirabolante Genji monogatari, il racconto del principe Genji, caposaldo della letteratura giapponese, l’amore nasce perché è già in perdita, è un assaggio di fugacità, è affondare in una siderea nostalgia, galleggiare su ciò che non sarà, posporre il desiderio all’infinito, sbriciolare e sregolare il nome in questo inseguimento vano. Non si ama la carne ma il suo bagliore, non si investiga la memoria ma la malinconia.

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Eccelle l’artista occidentale nell’arte del ritratto – perché ogni uomo è infallibilmente ciò che è, il suo volto è un sigillo, un nome. Quello d’Oriente, invece, per quanto si applichi nel disegnare la lampeggiante geisha, riesce meglio nel dettagliare un pesce, nel definire i remoti particolari di una tigre, il nitrito di un drago, la vastità di un fiore.

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Più che la mostra, per capire il Giappone – il luogo dove ha origine il sole, mentre da noi cala, affonda – vi squaderno cinque libri, fondamentali. Per lo meno, esteticamente superbi.

*Il fucile da caccia, Inoue Yasushi: pubblico nel 1949, lieve e febbrile romanzo dell’attrazione e del tradimento, della pulsione e del dolore, narrativamente perfetto (è costruito su tre lettere, fatte pervenire a un terzo, estraneo alla vicenda). “La tristezza irrazionale contenuta nelle tue frasi violente, minacciose fece sbocciare di colpo dentro di me, come un fiore di cristallo, la felicità di una donna che si sente amata”. Ha la leggerezza di una foglia, la crudeltà di un bacio di vipera.

*Libro d’ombra, Jun’ichiro Tanizaki: pubblico nel 1933, qui il grande scrittore della perversione e dell’eros nero – leggete, vi prego, Il tatuaggio, La chiave, Diario di un vecchio pazzo, libri di corrosiva spudoratezza – cerca di rispondere alla domanda infinita, “ma perché piace tanto, a noi Orientali, la bellezza che nasce dall’ombra?”.

kawabata*Il maestro di Go, Yasunari Kawabata: pubblico nel 1954, non è considerato tra i grandi libri di YK – come Il paese delle nevi, Mille gru, Bellezza e tristezza – ma è il romanzo esemplare per capire il senso della maestria, l’obbedienza al talento, il nitore del genio, che nasce sempre da una illuminazione di tale intensità al cui cospetto concetti come vittoria e sconfitta sono vani, invalidati. Si racconta l’ultima, memorabile partita di Go di un maestro assoluto, che sfida un campione dei tempi moderni.

*Un’esperienza personale, Kenzaburo Oe: pubblico nel 1964 è il libro più intimo del granitico scrittore, avvezzo allo sperimentalismo – Gli anni della nostalgia è il suo romanzo-summa, che racconta lo sradicamento dalla tradizione nipponica rileggendo Dante e William B. Yeats. Si racconta di Tori-bird, bimbo gravemente disabile, con acuti mirabili: “Se ci sarà un giudizio finale, in quale categoria di morti potrà essere citato, accusato, giudicato un bambino con funzioni vegetative, morto subito dopo la nascita? Per qualsiasi giudice non saranno forse prove insufficienti le sue poche ore trascorse sulla terra piangendo, la lingua che si dibatte nel rosso perlaceo della bocca spalancata?”.

*Cronaca della luna sul monte e altri racconti, Nakajima Atushi: pubblico nel 1942, lo scelgo in onore dell’editore Marsilio, che attraverso la collana ‘Mille Gru’ ha portato in Italia moltissimi scrittori nipponici. Nakajima Atsushi è scrittore di somma eleganza, un po’ un Borges nipponico. La maledizione della scrittura è un racconto esplicito, con frasi da indossare spesso: “Se pensiamo di essere noi a usare la scrittura per i nostri libri ci sbagliamo di grosso. Siamo noi a essere sfruttati come schiavi dagli spiriti della scrittura. Ma la cosa più grave è che i danni causati da questi spiriti sono terribili”.

Davide Brullo