Ho passato il compleanno con Montherlant, l’ultimo degli imperdonabili

Posted on Febbraio 09, 2019, 7:38 am
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Ho passato il compleanno con Henry de Montherlant, nonostante l’8 febbraio sia nato James Dean, si merita un cero. Ieri, dopo una sessione di tesi, consueto appuntamento annuale all’Università della Terza Età di Rimini. Il giorno del mio compleanno. Per festeggiarmi, parlo di Henry de Montherlant. Più lo leggo, più mi sembra uno scrittore desolatamente grande, isolato, sorprendente e incomprensibile. Artista dallo stile inimitabile, a misura della sua vita, che piglia Pascal, lo mescola a Sade, se ne frega degli avanguardismi alla moda – austero difensore della grandezza granitica dell’individuo, solo contro tutti.

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In particolare, ho parlato di Malatesta, il testo teatrale scritto da Montherlant dal 1943, durante gli anni dell’occupazione tedesca di Parigi, perduto tra le brume della storia antica, bramando la rivolta dell’ego. Montherlant sentiva un gemellaggio con il “condottiero, poeta, erudito, mecenate, assassino, sfrenato donnaiolo nonostante l’amore appassionato che in lui non viene mai meno per la moglie Isotta, leggero abbastanza per far erigere una chiesa in cui non c’erano che simboli pagani, grave abbastanza per vivere come gli anacoreti con un teschio sul tavolo, abbastanza sacrilego per essere condannato al rogo dal Santo Uffizio, abbastanza religioso per morire cristianamente”. Ancora più di Ezra Pound – che al principe di Rimini dedica i Cantos ‘Malatestiani’ – Montherlant accusa un legame di sangue, anzi, ‘di latte’ con il Malatesta, “dal momento – scrive in un marmoreo articolo sul Resto del Carlino, il 28 luglio 1969, in concomitanza con la messa in scena della pièce a Rimini – che un’amica di mia madre, che mi allattò, discendeva dai Malatesta (ne constatai la discendenza su di una pergamena vecchia di due secoli)”. Pubblico dal 1946, in scena a Parigi, la prima volta, nel 1950, Malatesta è l’opera di un uomo assediato dalla Storia, trafitto dai desideri, di tracotante vitalità, ucciso, non a caso, dal vile, dall’intellettuale di corte, dall’uomo stitico di cuore, reso buio dallo studio, incapace perciò di assecondare il rombo del destino. L’amore per Sigismondo Pandolfo Malatesta unisce Montherlant a Federico Fellini, che disse, più o meno mimandolo, “Sigismondo è il mio nume preferito. Doveva essere uno spietato predone, un guerriero invincibile, un eccezionale conquistatore di donne”.

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“Individualista, desideroso di realizzare un ideale di vita personale e originale… Montherlant sfugge a ogni classificazione” (Y.A. Favre); “Stilista che ausculta l’io… religioso dell’istante… anarchico… uomo del rinascimento” (Gianni Nicoletti): sembra quasi ovvio che un’era di servi – della propria individualità di latta, mal coltivata – malsopporti un genio invalicabile come Montherlant, autore di libri memorabili – Gli scapoli, Il Caos e la Notte, La rosa di sabbia – che sono scomparsi dal panorama editoriale. Se lo cercate, trovate, stampa Adelphi, Le ragazze da marito: un libro eccelso, che è una beffa. Della quadrilogia di Montherlant, infatti, è il solo romanzo disponibile: e gli altri? Idioti!

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Per festeggiarmi, ho tradotto il ‘coccodrillo’ di Montherlant, pubblicato sul New York Times. Particolarmente cristallino, illustra, semmai, come Montherlant fosse uno scrittore ‘pericoloso’ fin da allora. Montherlant è un indesiderato, uno degli imperdonabili – per questo lo adoro. Ah… ho dimenticato di dirvi che la mia traduzione-revisione del Malatesta di Montherlant (altrimenti nella traduzione del grande Camillo Sbarbaro) sarà pubblica. Ma su questo speculerò più avanti. (d.b.)

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Henry de Montherlant è morto; romanziere e drammaturgo francese

The New York Times, 23 settembre 1972

Henry de Montherlant, il romanziere e drammaturgo, si è ucciso sabato pomeriggio, 21 settembre, sparandosi alla gola nella sua casa al Quai Voltaire, da cui si vede la Senna. Aveva 76 anni.

Molti personaggi della sua vasta opera si suicidano, spesso l’autore ha lodato il suicidio ritenendolo un gesto nobile, un diritto dell’uomo, qualcosa di desiderabile rispetto che “affrontare il vuoto dell’inattività”. Questa attitudine è tipica di Montherlant, un nichilista che si occupa di estetica. Cieco dal 1968, dopo una caduta, è stato ammalato tra il 1969 e il 1971. Lo scorso febbraio, dopo un infarto, è stato ricoverato in ospedale.

Dal 1960 membro dell’Accademia di Francia, Montherlant è stato uno dei maestri della lingua francese. Il suo stile è classico, cristallino, nobile, freddo, elegante; egli possedeva l’accurata freddezza del marmo nel cesellare la sua prosa aforistica. Era un uomo di un altro tempo: aveva aggirato Céline, la rivoluzione surrealista e tutte le sperimentazioni del XX secolo.

Personalità controversa, Montherlant durante la Prima guerra aveva salutato la battaglia come la prova necessaria che convalida il valore di un uomo. Ha celebrato il ‘machismo’ e il suo culto nei libri dedicati alla corrida e allo sport. Tra il 1936 e il 1939 scrive l’audace, spettacolare, egocentrica tetralogia ‘Les Jeunes Filles’, spietata contro le donne a cui l’autore attribuisce tutti “i veleni dell’Occidente moderno: l’astratto, la liturgia del dolore, il desiderio di piacere, la socievolezza, un pensiero accondiscendente”. Durante l’occupazione tedesca, in un libro che compara le due guerre mondiali, salutò l’avvento della svastica come una nuova, grande era. […]

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Montherlant diventa corrispondente per “Marianne”, settimanale di destra. Il suo contributo al giornale collaborazionista “La Gerbe” lo porta all’espulsione dell’Associazione degli scrittori francesi nel 1947. Mentre lavorava come corrispondente di guerra, fu ferito. Ferito fu anche durante la Grande Guerra, garantendosi tre medaglie per condotta valorosa. Montherlant era un politico dilettante e ne fu orgoglioso. In alcuni aforismi scrive che “un’idea politica non è migliore di un’altra” e che “le idee politiche non hanno nulla a che fare con l’intelligenza”. Caratteristico del suo pessimismo è anche l’aforisma, “le nobili cause sono destinate per loro natura a soccombere”. Questo diventerà il tema fondamentale della sua carriera di scrittore e di drammaturgo. L’illustre critico letterario di “Le Monde”, Bertrand Poirot-Delpech ha sottolineato che “la nobiltà dei personaggi di Montherlant è solo apparente… il disprezzo sprigionato in loro dalla nullità di tutte le cose degenera in un irritato rifiuto degli altri… l’azione è ridicolizzata, l’amore ridotto a un mero gioco di scimmie”. I drammi incarnano, tra l’altro, le complesse relazioni tra l’autore e la fede nel cattolicesimo romano. “Non ho fede – non c’è Dio, non c’è una vita futura, tuttavia va bene così”, ha detto. Allo stesso modo, ha continuato a ragionare sui temi dell’etica cattolica.

Ritto come un militare, con le mascelle serrate, dall’aspetto cupo e ostile, una volta Montherlant disse di essere stato “un uomo dedito ai piaceri”. Ma dagli anni Quaranta ha vissuto come un recluso nel suo mefistofelico appartamento pieno di busti greci e romani, assistito da un maggiordomo e da un segretario. Non si è mai sposato.

Nel 1960, per costringerlo a diventare un membro dell’Accademia di Francia, gli accademici hanno acconsentito, contro il loro regolamento, ad ammetterlo nonostante si fosse rifiutato di scrivere la canonica lettera di richiesta: Montherlant aveva dichiarato che una lettera simile non l’avrebbe mai scritta.

Di recente, in conversazioni con gli amici, come lo scrittore Michel de Saint Pierre, aveva accennato al suicidio. Lo ha trovato morto il suo segretario, era seduto sulla sua poltrona preferita: su un tavolino, al suo fianco, erano poggiate tre lettere, una per un amico, una per il segretario e l’altra, contenente le sue volontà, indirizzata al tribunale.

Andreas Freund