Hitchcock? Unico, inimitabile, lo Schopenhauer del cinema. Da “Intrigo internazionale” a “Vertigo” ecco gli imperdibili

Posted on Agosto 13, 2019, 12:52 pm
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È un esercizio retorico parlare di Hitchcock come il migliore di sempre, il GOAT; certi appellativi andrebbero lasciati ai ragazzi che parlano di calcio e di Ronaldo in riva al mare, o seduti all’ombra di un café siracusano.

Cosa c’entra il maestro inglese con l’antica città greca affacciata sulla costa orientale delle Sicilia? Nulla, senonché la mirabile bellezza della polis ricorda il genio superlativo del silente rivoluzionario del cinema. Le mura sfregiate, i balconi appesi alle pareti verticali con ferri battuti arrugginiti, accanto alle pietre bianche splendenti, leggermente ruvide, portano a mente la commistione tra sacro e profano del regista, la perfetta simbiosi tra arte e intrattenimento – che non si è mai vergognato di manifestare con il riserbo dell’educazione della borghesia inglese.

Se un merito gli va ascritto – e di meriti ve ne sarebbe troppi, forse è meglio dire trovato, e messo sul pulpito –, è quello di avere intuito che il cinema, come ogni forma d’arte, è silurazione di emozioni, lacerazione dei dubbi, abrasione della realtà, scarnificazione e merda elevata a simbolo.

Non era la bellezza, o il ritmo, o la grazia, o la lenta gestazione di un angelo nella pancia dello spettatore, a motivarlo; era la semplice curiosità nell’esplorare l’animo umano, la sua intima natura.

Come un erotomane che gioca con la sua musa, Alfred si divertiva a stimolare nello spettatore la paura feroce, il dubbio straziante, la risata sguaiata fino all’isteria, al pianto, all’urlo. I suoi film non si misurano in banali stelline, ma nell’intensità della mano nello stringere il bracciolo della poltrona.

In fondo, e lui lo sapeva (lo sa, dato che la sua lezione rimane incastonata come una gemma nella coscienza cinematografica di ogni cinemaniaco), la settima arte è un gioco diabolico, e lui ne era l’angelico burattinaio. Non è stato Kubrick, Scorsese, Bergman né Fellini, né Renoir: tutti figli delle arti auliche. Era unico, inimitabile, l’imprevisto della Storia, come Schopenhauer, come Ernesto Guevara.

Ha spezzato il mondo in due con una lama dorata, ma non l’ha diviso: l’ha raddoppiato.

Il prestigiatore dal passo lento.

Ecco i 4 film scelti da me come sintesi e apoteosi della sua grammatica cinematografica.

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La giostra

Ogni volta che guardo Intrigo internazionale, penso che se non ci fosse stato oggi non avremmo film d’azione. Esattamente come se non avessimo avuto A Bout de Souffle non avremmo avuto Scorsese e Sorrentino, senza questo non avremmo visto James Bond (uscito guarda caso tre anni dopo) e i suoi figliocci. Il film è divertimento allo stato puro, piacere per gli occhi, dove gusto leggero, film d’accademia, perfezione registica si fondono a creano una delle trame più apprezzabili degli anni ’50. Da vedere almeno una volta all’anno.

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La perfezione

Pochi film nella storia sono penetranti come Notorius. Ingrid Bergman e Cary Grant sono in stato di grazia sotto la regia del regista anglofono. Nessuna certezza nelle loro azioni, nessuna comprensione nei loro gesti: paura e amore si allacciano come rovi spinati e i personaggi si lacerano le ossa fino a scoprire l’amore. I dettagli, il close-up sulla chiave, la macchina che sferza veloce mentre lei guida ubriaca, la sicurezza dell’Hemingway del governo, il ritrovamento dell’uranio nella bottiglia tipicamente Bourgignone, la tazzina – la tazzina!, amici miei – l’avvelenamento. Infine, Cary Grant che scende con lei in braccio rompendo ogni schema, scoprendo di amare. Un autentico orgasmo sotto le stelle.

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L’atroce

Metti uno zio lontano, una famiglia medio borghese della California degli anni ’40, con un padre ossessionato dall’omicidio perfetto; mettici pure che quello zio è un gran criminale e che piomba con grande felicità della nipote tra le sue braccia. Gli ingredienti per un film riuscitissimo. Il terrore si fonde con la fiducia, l’affetto con la paura, il dubbio con l’incredulità, ed ecco che L’ombra del dubbio, con un grandissimo Joseph Cotten emerge dal forziere dorato della filmografia di Hitchcock.

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La poesia

Nel parco giochi di Hitchcock, pochi film sono più lirici di Vertigo. Il titolo italiano per rispetto della Bellezza per sé lo lasciamo nella bocca dei manigoldi. Silenzi, attese, travagli interiori, amore, morte, ossessione, azione, violenza e intrighi. Sicuramente la dimostrazione che, quando ci si è messo, non era inferiore Bergman o Fellini, o Lucrezio nel dipingere l’essere umano della sua miseria. Per inciso, Sight and Sound lo ha votato nel 2012 come miglior film della storia, spodestando Quarto potere dalla cima alla vetta dove era fermo da 50 anni.

Jonathan Grassi