Alfred compie 120 anni. Ecco i 4 film inevitabili di Hitchcock. Anthony Perkins è fatale, James Stewart è il Platone della storia del cinema, Tippi l’innocente violentata

Posted on Agosto 07, 2019, 1:12 pm
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La divinità astrologica non mangia dalle mie mani. Il 13 agosto Hernán Cortés penetra a Tenochtitlán, fiocinando il cuore del Messico; al cinema esce Bambi; s’innalza il muro di Berlino. Il 13 agosto di 120 anni fa nasce Alfred Hitchcock: profilo indimenticabile, rari premi rispetto al talento (5 candidature agli Oscar, un solo premio, nel 1968, in onore), un genio.

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Bilanciare la trama perfetta, dialoghi arguti, l’invenzione ‘formale’, cinematografica. In Hitchcock c’è tutto: storia, parole, immagini. Il vero thriller, in realtà, è scoprire che l’uomo, se va bene, è duplice – altrimenti, è molteplice, decisamente inafferrabile.

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Hitchcock è ipnotico. Mia figlia ha undici anni e senza alcuna induzione esterna vede ripetutamente Vertigo. Kim Novak, la rarità del mistero, il tuffo nell’ambiguo. Hitchcock crea icone vertiginose, entri in una spirale, sei condotto all’indagine di te.

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Ironia e violenza, nel muso brioso del caro, vecchio Alfred.

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Spesso l’amore è differito – arzigogolato al sé, in relazioni fugaci, ostaggi di un tradimento – mentre la morte è ovunque. L’uomo è di cristallo: agenti esterni lo minacciano, ma egli è ancor più minaccia per se stesso.

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Gioco ad allineare i 4 film inevitabili di Hitchcock:

*Psycho (1960). Troppo facile? Anthony Perkins invaso dalla madre, vampiro nella mania – avvolto nella coperta, sguardo spiritato, l’insetto che trotta sul dorso della mano, “non so fare del male neanche a una mosca” – è una icona che non ti levi dal cranio. Janet Leigh la donna troppo bella e troppo fragile, preda di amori disordinati. Alberghi, motel, uffici di polizia, luoghi di lavoro: non c’è una ‘casa’, siamo esseri sbattuti, nudi, al freddo rapace delle nostre ossessioni. Il discorso dello psicologo, alla fine del film, riduce Freud in barattolo: questo ‘parlato’ e questa profondità sono impensabili anche in un film ‘impegnato’, oggi.

*Nodo alla gola (1948). Un capolavoro formale – l’ipotesi di girare un film di 77 minuti in un solo piano sequenza (suddiviso per dieci), vincendo le norme della tecnica – e sostanziale – che razza di dialoghi, con le lezioni del prof sul ‘superuomo’ nietzschiano. Il delirio dell’intelletto, la supremazia del luciferino; James Stewart, attore-feticcio di Hitchcock, si eleva a Platone del cinema.

*Gli uccelli (1963). L’irruzione della bestia, il selvaggio che va a manate, con apocalittica sapienza, nella vita umana. Incombe. La sfilza di migliaia di uccelli, immobili, che fissano la statuaria bellezza di Tippi Hedren – e noi, insieme a Hitchcock, desideriamo che sia ferita, vilipesa, oltraggiata – è l’immagine insondabile di un dio, venuto a verificare la sua creatura e a farne scempio. Il terrore levita con una levità irraggiungibile. Chi è innocente? Il finale strazia nel silenzio, nell’incompiuto.

*Notorius (1946). ‘Spiare’ è il verbo privilegiato di Hitchcock (il voyeurismo compulsivo del regista ha un manifesto in La finestra sul cortile). La storia d’amore tra il ferreo Cary Grant e Ingrid Bergman – Alfred sa gestire le star fino a distillare la quintessenza del sentire – si concatena alle trame oscure della Storia, nel covo nazista di Rio de Janeiro. Cospirazioni, incomprensioni, contraddizioni, una trama di rapace tortuosità, si risolvono nella scena che serra il film. Iride sopra l’abisso e la vendetta