Hermann Broch o dello scrittore in forma di lince. Dialogo con Ada Vigliani

Posted on Marzo 13, 2020, 7:36 am
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In effetti, Hermann Broch è un’aquila. Inimmaginabile non subire il fascino di questo scrittore dalla “testa d’uccello”, idolatrato – prediletto al contrasto – da Elias Canetti. Broch erompe e rapisce, ascende a vette inaudite per perfezionare il verbo con cui sprofonderà nella preda. Confida nel fato come nell’assalto, riduce il caso in miracolo. Canetti lo svela in un dettaglio: “Per strada uno sconosciuto avrebbe potuto rivolgergli la parola e prenderlo per il braccio: Broch lo avrebbe seguito senza la minima resistenza… Quella che comunemente si chiama curiosità assumeva in Broch una forma particolare che si è tentati di definire ‘avidità respiratoria’… Ogni essere respirante, e quindi ogni persona, poteva cattura Broch… Per lui ogni incontro era un rischio, perché non sapeva più sottrarvisi”. Si lascia conquistare per assalire, Broch. Carlos Fuentes ha scritto che Broch “appartiene alla ‘tradizione della Mancha’, una creazione letteraria che non desidera soltanto riflettere la realtà, ma creare un’altra realtà, una tradizione inaugurata dal Don Chisciotte di Cervantes”. Per me, banalmente, Broch ha forgiato il romanzo ‘impossibile’, che non sonda i limiti del linguaggio – quello è Joyce – ma dell’uomo. Adoravo – e adoro – La morte di Virgilio – per Feltrinelli è ancora nell’antica traduzione di Aurelio Ciacchi –, il racconto-cattedrale sul fine della Storia, sul ruolo dell’arte, sul sacrificio dell’artista. Di quel romanzo affascina il dettato, ipnotico e ostico, che si disfa in lirica – Broch è stato anche un ottimo poeta – e l’estro assoluto, privo di assoluzione. Quel libro è una rovina – “Ho rinunciato a un vero compimento artistico del libro perché in quest’epoca d’orrore non avevo diritto di dedicare un altro paio d’anni ad un’opera che ad ogni passo si sarebbe fatta sempre più esoterica” – che sancisce la fine di Broch come scrittore (“Credo con ciò di aver definitivamente concluso la mia carriera letteraria”, dirà, sbrigativamente, nel 1946: scriverà poco tempo dopo Gli incolpevoli). Avventure da una bibliografia scapigliata. In realtà, è con la trilogia dei “Sonnambuli” che Broch contribuisce a fondare il romanzo del secolo – “Thomas Mann, Musil e Broch costituiscono quasi un’ideale famiglia, degnissima d’inserirsi nella famiglia di Proust e Joyce”, scriveva, decenni fa, Ladislao Mittner, dimostrando che l’assoluto non ha classificazioni. Letta all’epoca – nella traduzione di Clara Bovero, per Einaudi, ripresa nel 2010 da Mimesis – la trilogia mi sfiancò: Broch è autore eccezionale ma austero, la sua aristocrazia del pensare chiede arte da domatore d’aquila. Leggere il primo libro del trio, ora, Pasenow o il Romanticismo, pubblicato da Adelphi e tradotto da Ada Vigliani – la traduttrice di Robert Musil e di W.G. Sebald, di Elias Canetti e di Schopenhauer, di Goethe e di Stefan Zweig – mi ha fatto scoprire uno scrittore assolutamente nuovo, che precipita in una esperienza estetica e filosofica. Prima di essere aquila, Broch è stato lince: capace di vedere i mutamenti di un mondo dallo spettroscopio di un viso, dai dettagli di una singola storia – nei “Sonnambuli” lo scrittore sceglie tre momenti storici e tre personaggi per dirci la ‘fine dell’Occidente’ –, di definire i tratti peculiari di una personalità descrivendone la camminata, di costruire una narrazione elegante, elusiva, felina. Una frase per capire: “La calca attorno a lui, il trambusto, come diceva la baronessa, tutto quell’andirivieni affaccendato, quell’affollarsi di volti e schiene, gli sembrava una massa molle, che sfuma e scivola via senza offrire alcuna presa. Chissà fin dove lo avrebbe condotto! E, mentre con una piccola scossa tornava ad assumere il portamento regolamentare, gli diede un certo sollievo il pensiero che è possibile amare solo una creatura proveniente da un mondo estraneo”. Così, ho tentato di capire la lince, di carpire la sua malia, il suo slancio. (d.b.)

Milan Kundera ritiene I Sonnambuli la quintessenza del romanzo ‘europeo’, del romanzo, cioè, in cui si agita un pensiero, un agire che ragiona, in questo caso, intorno al “ruolo dell’irrazionale nelle nostre decisioni, nella nostra vita”. Eppure, Broch sembra un po’ sparito dal dibattito intorno all’arte del romanzo: come mai, a suo avviso? Esiste ancora la possibilità di un romanzo ‘del pensare’, oggi?

Conosco bene le riflessioni di Kundera su Broch e la sua passione per questo scrittore. Sono un po’ imbarazzata quando leggo o mi vengono chiesti giudizi di valore oggettivi del tipo “la quintessenza”, “il migliore” etc.  A vent’anni la “quintessenza” della letteratura tedesca del primo Novecento era per me Thomas Mann, in particolare La montagna incantata. Nel frattempo avevo scoperto Musil, ci ho messo un po’ a compiere il “passaggio” e poi lo scrittore austriaco ha acquistato per me il “primato” (ma per me, per la mia sensibilità, per la mia formazione culturale), un primato non ancora offuscato. E che dire di Kafka? Per certuni è insuperato e insuperabile. L’attenzione degli accademici, dei critici letterari, del pubblico dipende molto dalle contingenze storiche, i grandi (e Broch è scuramente un grande) sono in primo piano, poi arretrano sullo sfondo, poi tornano. Persino Canetti che in gioventù lo amava e lo innalzava al livello di Musil e Kafka, successivamente nei suoi Diari lo definiva non all’altezza dei grandi del Novecento. Broch è obiettivamente difficile, difficile da mettere a fuoco.  E non credo che questa difficoltà sia soltanto legata al “romanzo del pensare”: il romanzo del pensare lo troviamo anche in autori che al momento viaggiano per così dire “sulla cresta dell’onda”. Lui lo ha detto molto chiaramente: in un’epoca di matematizzazione della filosofia, il romanzo ne diventa l’erede, il luogo in cui si dibattono i problemi, i temi che la filosofia esclude ora dall’ambito della razionalità. E mi sembra una dichiarazione d’intenti che è stata condivisa non solo dai suoi contemporanei, ma ritorna anche in molti scrittori del nostro millennio. I generi letterari fissi sono ormai da tempo scompaginati. Se penso all’altra mia grande passione letteraria, e cioè a W.G. Sebald, un autore che ovviamente è lontanissimo da Broch, il romanzo o il non-romanzo fatto di invenzione, di memoria, di riflessione, è diventato un genere o un non-genere predominante.

Tra i temi dominanti di “Pasenow” mi pare ci sia quello dell’uniforme/uniformità, del contrasto tra doveri e desideri, tra norme e tentazioni, tra valori borghesi e potenza degli istinti. In effetti, pubblicato 90 anni fa, ambientato 40 anni prima, il romanzo sembra possedere una distintiva ‘attualità’ nell’analisi cruenta (e raffinatissima) della ‘fine dell’Occidente’. Che effetto le ha fatto, traducendolo?

Ho cominciato a tradurre Broch una ventina d’anni fa affrontando il celebre Hofmannsthal e il suo tempo. Il tema era appunto la crisi dei valori, la fine dell’Occidente, in forma di pura riflessione, di saggio. Nei romanzi la crisi viene calata in una storia, in personaggi, in situazioni conflittuali etc. L’attualità in riferimento al mondo d’oggi c’è tutta, le crisi non durano venti o trent’anni, sono processi lunghi, tra passi avanti, passi indietro e passi di lato, e sono crisi dalle quali non si sa come si esce. Nel conflitto ad esempio tra valori borghesi e potenza degli istinti, come dice lei, la grandezza di questo scrittore e del suo romanzo è che, a differenza di una love story sentimentale e strappalacrime (se raccontiamo solo la trama di Pasenow, qualcuno potrebbe anche interpretarlo in questi termini), Broch sa mettere a fuoco tutti i sotto-sentimenti e le sotto-ragioni, ci suggerisce che la via del dovere, dell’onore, dell’uniforme militare non è la scelta della pavidità, è il tentativo inconscio di alzare un baluardo, capace di strappare ancora qualche anno al tracollo imminente.

 Che ritmo, che musica ha il linguaggio di Broch? Che tipo di difficoltà ha attraversato, traducendolo?

Per un caso fortunato fin dai miei inizi, ormai quasi quarant’anni fa, sono sempre riuscita a tradurre scrittori che – seppur molto diversi tra loro – mi piacevano, mi incuriosivano, per i quali provavo ammirazione. Tendo sempre a entrare nella sensibilità dell’autore, nei suoi pensieri leggendo il più possibile di lui, cerco di conoscere i libri della sua biblioteca etc. E ogni volta devo come spogliarmi dell’aderenza all’autore appena tradotto per calarmi in quello nuovo, un processo abbastanza lungo, all’inizio si è disorientati, poi a poco a poco “vivendo insieme” ci si conosce! Broch è uno scrittore puntiglioso e preciso (ingegnere e filosofo, come Musil). Non lascia al caso la scelta o la ripetizione di una parola o di una frase. Bisogna seguirlo passo passo, comprendere quali termini hanno un ruolo di leitmotiv all’interno dell’opera e perché. È difficile, ma con lui come con tutti io credo che, per quel Teseo che è il traduttore nel labirinto del testo, il filo te lo fornisca proprio lo scrittore/Arianna! La difficoltà in più consiste nel fatto che con Broch si fatica non solo per restare alla sua altezza, ma perché senti la sua fatica nel salire e devi salire con lui.

Qual è il libro che più l’ha emozionata, nel tradurre; quale è stato il più difficile da tradurre?

 Ho tradotto Sebald fin da subito con grande partecipazione, nonostante la difficoltà di una scrittura “interminabile”, periodi lunghi pagine e pagine e piuttosto labirintici. Ma con Sebald credo di aver trovato la misura, in certi casi per istinto e poi naturalmente verificando con la precisone della razionalità. Difficili sono gli Aforismi di Canetti, “versi in prosa”, spesso brevi, icastici e decontestualizzati, lampi che ti accecano e ti rendono difficile recuperare la limpidezza dello sguardo. Difficile è la traduzione degli scritti postumi di qualsiasi autore: non sai se quello che non capisci è dovuto all’imprecisione del brogliaccio o alla tua inadeguatezza, se certe sciatterie sono volute o molto probabilmente lasciate lì nella fretta, nella provvisorietà della scrittura. Una fatica che non dimentico facilmente è la traduzione del Redentore, una prima stesura già molto curata dell’Uomo senza qualità.

Penso che un libro, se è grande, coinvolga intimamente la nostra vita, possa facilitare alcune scelte, esaltare alcuni caratteri remoti. Quale libro le ha ‘cambiato la vita’, quale vorrebbe ritradurre, in quale autore vorrebbe avventurarsi? 

Al di là dell’amato Sebald, il libro che mi ha cambiato la vita, o meglio che ha accompagnato la mia vita, è stato L’uomo senza qualità, da quando l’ho letto in terza liceo, da quando ho scritto su Musil la tesi di laurea, da quando ho cominciato a tradurlo a poco più di trent’anni. A ogni passaggio, dopo la tesi, dopo la traduzione, sentivo di esserne molto condizionata e mi dicevo: “Adesso basta, ti ho già dato tanto, caro Musil, adesso mi dedico ad altro” e poi per caso Musil continuava a ripresentarsi: conferenze, saggi, la traduzione del Redentore, incontri su di lui. Ormai non lo caccio più, lo sposto sullo sfondo ben disposta a riportarlo in primo piano. In generale mi piacerebbe ritradurre alcuni libri tradotti all’inizio della mia carriera. Lascio all’immaginazione di chi ci legge quali… Gli autori in cui vorrei avventurarmi sono tanti, da quel Mann che tanto amavo al liceo (Tonio Kröger, ad esempio) e che mi piacerebbe incontrare sulla pagina da tradurre. E Kafka. Sto lavorando a una raccolta di scritti di Canetti (compresi i terribili aforismi) sul tema Kafka e sto rileggendo moltissimo di lui (in particolare Lettere e Diari). Non saprei da che parte cominciare per tradurlo, ma in ogni caso è prematuro. Devo ancora finire I Sonnambuli e chissà che la mia avventura con Broch non continui nella scalata di altre sue faticose vette.