Herman Melville alla ricerca della Balena Bianca tra Edimburgo, Costantinopoli e Venezia. Una lettera al fratello Allan e un solo desiderio, “lasciarsi annichilire”

Posted on febbraio 10, 2018, 5:13 pm
8 mins

Herman Melville aveva otto fratelli: a lui sopravvisse soltanto la sorella Catherine, di sei anni più piccola. Tra la nidiata di fratelli, aveva una certa predilezione per Allan, più giovane di lui di quattro anni, che morì poco prima dei cinquant’anni. Melville, come si sa, fu baciato dal talento, dall’incomprensione e da una vita lunga – morì a 82 anni – e piena di sofferenze. Nel 1856 scoccano i primi dieci anni dell’attività letteraria di Melville: dopo i romanzi ‘esotici’ (ma già labirintici), Typee (1846), Omoo (1847) e Mardi (1849), e i romanzi crudemente marinari (Redburn e Giacchetta bianca), Herman ha scritto, con la foga degli apocalittici, il più importante romanzo della storia letteraria americana, Moby Dick (1851), seguito da Pierre o delle Ambiguità (1852), fatalmente gnostico, e Israel Potter (1855). Come scrittore, in quel 1856, Melville è sfiancato, sfinito. La sua attività letteraria, ferina, si riduce a nulla: vende poco, è letto male, si sente solo al mondo. Nel 1856, in ottobre, allora, risolve di viaggiare un po’, di andarsene – facendo economia – per il Mediterraneo, magari i vagabondaggi gli fanno bene. La lettera al fratello Allan, che pubblichiamo per i nostri lettori, inedita in Italia, descrive questo viaggio intanto immaginato, che dalla Scozia porterà il grande scrittore a Costantinopoli, al Cairo, a Venezia. La lettera assume una particolare importanza se associata a un altro documento. Melville scrive al fratello Allan tra il 10 e il 14 novembre del 1856, da Liverpool. Prima di imbarcarsi sul ‘Persia’ va a trovare l’amico Nathaniel Hawthorne, il sodale a cui ha dedicato Moby Dick, console a Liverpool fino al 1857. Nei diari di Hawthorne – raccolti in parte nel ‘Meridiano’ Mondadori che ne raccoglie le Opere scelte, 1994 – alla data 20 novembre 1856, troviamo il resoconto della visita di Melville. “Si è trattenuto con noi dal martedì al giovedì, e il mercoledì abbiamo fatto una lunga passeggiata insieme: seduti in una conca tra le dune di sabbia (al riparo dal vento freddo e violento), abbiamo fumato un sigaro. Melville, come sempre fa, ha cominciato a discorrere della Provvidenza e dell’avvenire e di tutto ciò che trascende l’umana comprensione, informandomi ‘d’essersi praticamente deciso a lasciarsi annichilire’. Non pare tuttavia trovar pace in tale prospettiva, e, credo, non s’acqueterà mai finché non sarà in possesso d’una fede sicura. È strano come persista – e abbia persistito da che lo conosco, e probabilmente da molto prima – nel vagare su e giù per questi deserti, lugubri e monotoni quanto le alture sabbiose tra cui ce ne stavamo seduti. Non può credere né trovar quiete nella sua mancanza di fede, ed è troppo onesto e coraggioso per non tentare l’una e l’altra cosa. Se fosse religioso sarebbe uno degli uomini più sinceramente religiosi e pii; la sua è una natura assai nobile ed elevata, e merita l’immortalità più della maggior parte di noi”. Il brano è bellissimo, l’immagine – Melville e Hawthorne, i due titani del romanzo americano, che fumano un sigaro, sulle dune sabbiose, alla periferia di Liverpool, stretti da un vento violento, parlando di Provvidenza e di nulla – stupenda. Il dio della dissipazione e del niente che morde il viso di Melville. Lui che vaga, audace e inquieto, alla ricerca della sua Balena Bianca. Buona lettura.

*

Ad Allan Melville

10 novembre 1856, Liverpool  

Herman_Melville

Herman Melville (1819-1891)

Lunedì sera. Mio caro Allan – sono stato a terra per circa due settimane, e mentre pianifico altri viaggi, ti scrivo. Prima lascia che ti racconti dei miei movimenti. Per quando riguarda il viaggio: non fu spiacevole, benché i passeggeri lo fossero. C’era, penso, soltanto un americano a parte me. Gli altri erano per lo più scozzesi con una manciata di inglesi. Tra di loro, sei o sette ‘commercianti’ che non facevano nulla tranne bere e giocare tutto il tempo. Con questa gente, naturalmente, avevo poco a che fare. Ce n’era uno, però, che mi incuriosiva: era stato un ufficiale in India, è una specie di filosofo e ha girato il mondo. Ho chiacchierato a lungo con lui, così siamo riusciti ad ammazzare il tempo. Tempo buono, per altro, tranne una burrasca che durò circa 36 ore e che ci obbligò a ritirarci per 18 – Sono rimasto a Glasgow tre o quattro giorni. Città commerciale ma molto raffinata, con strade nobili e una vecchia cattedrale piuttosto interessante. Ho visitato il Dumbarton Castle, a venti miglia di distanza, e sono stato al lago Lomond. Da Glasgow mi sono diretto a Edimburgo, restando lì per cinque giorni, penso. Sono stato bene. Da alcuni scozzesi a bordo del piroscafo ho chiesto notizie di ‘Scoonie’ (come si scrive?), ho saputo che esiste un posto con quel nome, ma nient’altro. La sera in cui sono arrivato a Greenock ho ricevuto un brutto colpo al naso che non ha migliorato il mio aspetto. Un marinaio stava abbassando la barca con uno dei paranchi; la fune si è bloccata; sono saltato per liberarla quando improvvisamente la corda mi è volata in faccia con violenza; ho pensato per un attimo che il mio naso si fosse rovinato per sempre. La ferita ora è guarita e spero che tra qualche giorno non rimanga neanche la cicatrice – ma per la settimana seguente ho avuto la faccia di uno che ha fatto a botte al bar.

Da Edimburgo sono andato a York. Riguardo al mio prossimo viaggio, penso che, se non ci sono ostacoli, prenderò un piroscafo per Costantinopoli. Costa $ 100, che è il prezzo più economico per un viaggio transatlantico. Il percorso tocca Gibilterra & Malta. Se seguo questa via posso risparmiare. La sola difficoltà è avere il passaporto per visitare i diversi luoghi. Da Costantinopoli vorrei andare ad Alessandria in nave, poi al Cairo, e da lì a Trieste, Venezia e arrivare a Roma, per un soggiorno piuttosto lungo. Magari mi sbaglio, ma penso di potercela fare con i soldi che ho; comunque non starò via di casa oltre il mese di marzo. Il mio godimento è nel viaggio solitario, vagare il mondo senza compagnia. Così la mia salute se ne avvantaggia. La mia gamba e la schiena sono migliori – e anche la testa. Ma tu come stai? E Sophia? e i piccoli? Spero che tutto vada bene. Ho scritto alla mamma.

14 novembre La ‘Persia’ salpa domani, sul presto. Questa mia ti arriverà da lì. Farò il tour del Mediterraneo, allora – comincia lunedì. Probabilmente non mi sentirai ancora per un po’ di tempo. Scriverò quando posso. Dio ti benedica, il mio amore vada a Sophia & baci ai bambini. Affettuosamente,

tuo fratello Herman