7 giugno 1980: muore Henry Miller, romanziere eccelso, 88 anni. Approfittiamo dell’anniversario per rimediare all’errore di Luciano Bianciardi, che ha tradotto “mondo” per “verbo” (sbadataggine o vizio “ideologico”?)

Posted on Giugno 07, 2019, 9:50 am
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Il 7 giugno del 1980, in California, muore Henry Miller, 88 anni e almeno due capolavori della letteratura moderna mondiale.

Non una virgola da aggiungere alla biografia di uno dei più grandi romanzieri del XX secolo, Henry Miller, né un commento alle sue opere, ma il bisogno di rendere infine giustizia a Tropico del Cancro, la cui traduzione è a firma di un grande come Luciano Bianciardi, cui tutto è perdonato, anche una clamorosa topica nel cuore del Tropico milleriano.

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Bianciardi cui tutto è perdonato, per carità, a patto che di svista si tratti e non di una licenza nella quale non poteva certo indulgere, oppure, chissà, da parte dei piani alti della casa editrice, di una precisa imposizione “ideologica”.

Un po’ meno perdono, invece, agli evidentemente indolentissimi o distrattissimi o insipientissimi revisori delle ormai innumerevoli edizioni Feltrinelli e Mondadori che hanno fatto seguito alla prima, del 1962, va da sé “scandalosa”.

Henry Miller, Tropic of Cancer, versione originale in inglese: “The word must become flesh”… Traduzione italiana di Bianciardi: “Il mondo deve diventare carne”. Traduzione italiana più adeguata: “La parola deve diventare carne”. Miller scrive infatti word e non world. Un chiaro riferimento a San Giovanni. E la chiave di tutto quanto il romanzo.

Infatti altrove hanno letto assai meglio. Traduzione francese di Henri Fluchère: “Le Verbe doit devenir chair”. Forzando dunque un po’ la mano: “Il Verbo deve diventare carne”… Si ridia dunque carne alle parole. Innanzitutto a quelle del Tropico. Si rilegga così per la prima volta in italiano questo passo che è uno dei nuclei di tutta l’opera di Miller.

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E visto che non c’è molto da fidarsi delle nuove traduzioni C.E.I., ecco il versetto della più fedele C.I.F.T.L., ossia francofona: “[I]l Verbo si è fatto carne, ha abitato tra noi, e noi abbiamo visto la sua gloria, la gloria che gli viene dal Padre suo” (Gv 1,14).

Ed ecco il Tropico di Miller. Nella sua autentica versione: “Mentre m’incamminavo verso Montparnasse decisi di lasciarmi andare alla corrente, di non fare la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m’era successo finora era bastato a distruggermi; nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto. Il mondo era intatto. Domani poteva anche esserci la rivoluzione, l’epidemia, il terremoto; domani poteva non restare viva un’anima a cui volgersi per compassione, per aiuto, per fede. A me sembrava che la grande calamità già si fosse manifestata, che io non potevo esser più veramente solo che in quel preciso momento. Decisi che non mi sarei attaccato a nulla, che non avrei atteso nulla, che d’ora in poi avrei vissuto come un animale, una bestia da preda, un pirata, un predone. Anche se dichiarassero la guerra e toccasse a me di andare, io afferrerei la baionetta per affondarla, affondarla fino all’elsa. E se stupro fosse ordinato, stuprato io avrei, con il massimo zelo. E proprio in quell’attimo, nell’alba tranquilla di un giorno nuovo, non era forse la terra vertiginosa di delitti e di miserie? La marea incessante della storia aveva mai alterato, vitalmente alterato, un elemento solo della natura dell’uomo? Da ciò che egli chiama la parte migliore della natura, l’uomo è stato tradito, ecco tutto. Ai limiti estremi dei suo essere spirituale l’uomo si ritrova nudo come un Selvaggio. E quando trova, per modo di dire, Iddio, allora è pulito e schietto: uno scheletro. Bisogna intrufolarsi nella vita per mettere su carne. Bisogna intrufolarsi nella vita per mettere su carne. La parola [oppure: Il Verbo] deve diventare carne; l’anima ha sete. Su qualunque crosta mi si fermi l’occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare. Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale. Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se è rimasto qualcosa più in là, dovrò balzare indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. II mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l’alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi”.

Marco Settimini