“Sarei uno sciocco se mi accontentassi della felicità domestica”. La maledizione di Hemingway, il padre-imperatore

Posted on Giugno 30, 2020, 6:27 am
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La letteratura riguarda, sempre, un padre – e un figlio che gli si oppone. Non è necessario che il padre sia ‘biologico’: si scrive per invitare a duello un maestro, perché sia esatto all’ampiezza della propria intelligenza. Per garanzia di destino, Crono evira Urano, e memore della violenza divora i figli finché Zeus, grazie all’abilità propria e all’astuzia della madre, riesce a vincerlo. Distratto da sé, Edipo uccide il padre, per strada; nella Lettera al padre Kafka istituzionalizza il terrore provocato dal genitore, come si sa, nel 1927, Sigmund Freud scrive il saggio Dostoevskij e il parricidio, a partire dal concetto che “Il parricidio è, secondo una nota concezione, il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo. In ogni caso è la fonte principale del senso di colpa, seppure forse non l’unica”. Tutti e tre I fratelli Karamazov, in effetti, avrebbero ragione di uccidere il padre, Fëdor Pavlović, per lo meno, hanno motivo di contrasto con lui, sono con lui in una sfida perpetua – sessuale, economica, etica. Il padre esiste come ancora e ostacolo e scandalo, pare – nel gergo evangelico la consonanza tra Gesù e il Padre è consustanziale, eppure, Gesù annienta il padre terreno, fittizio, Giuseppe, e adombra una priorità sul padre celeste, il Dio ebraico. Cristo pare prevalere su Dio, nonostante siano Uno.

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In modo diretto – e crudele – chi crea crede alle proprie creazioni più che alle proprie creature. Per uno scrittore, i figli sono ‘modelli’, materia letteraria. O problemi. L’articolo pubblicato su “The Conversation” da Verna Kale, associate editor dell’Hemingway Letters Project, è, in questo senso, interessante. “Chiamato affettuosamente Papa, che tipo di padre fu Hemingway? Ho passato il tempo a investigare le circa 6mila lettere inviate da Hemingway nell’arco della sua vita. L’ultimo volume – il quinto – che raduna le lettere scritte tra il gennaio del 1932 e il maggio del 1934 offre uno sguardo sulla vita intima di Hemingway. Durante questo periodo, lo scrittore esplora il senso della paternità. Diciamo che i figli furono una distrazione da ciò che più di tutto gli importava: la scrittura”.

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Dalla prima moglie (di quattro), Elizabeth Hadley Richardson, Hemingway ebbe un figlio, John, per tutti Jack, per i genitori Bumby – e in questa spoliazione dei nomi non può non esprimersi un destino. Nacque nel 1923, Hemingway aveva 24 anni, aveva appena pubblicato qualche racconto e una manciata di poesie, a Parigi, Ezra Pound lo invitava a Rapallo, per il “Toronto Star” firmò un pezzo, Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley Than Napoleon, ricco di ipnotiche smargiassate (“In punta di piedi mi portai alle sue spalle per vedere cosa stesse leggendo con tanto rapito interesse. Era un dizionario Francese-Inglese… capovolto”) che “costò a Hemingway la censura di Mussolini in Italia” (così Masolino d’Amico in Album Hemingway, Mondadori, 1988). Insomma, stava diventando Hemingway a cazzotti. Da Pauline Pfeiffer, sposata nel 1927, Hemingway ebbe gli altri due figli, Patrick e Gregory. Il primo, soprannominato Mouse, che da adulto si trasferì in Africa offrendosi come esperto in safari a ricchi occidentali in cerca di fiere, nacque nel 1928, lo stesso anno in cui il padre di Ernest, Clarence, si ammazza, sparandosi, “lasciando la famiglia nell’indigenza” (Fernanda Pivano, nella Cronologia di: Ernest Hemingway, Tutti i racconti, Mondadori 1990). Il secondo, Gregory – per gli amici Gigi –, avrebbe avuto quattro mogli e otto figli, amava vestirsi da donna, aveva problemi di droga, nasce nel 1931. Hemigway, a quel punto, è già l’autore di Fiesta e di Addio alle armi, sta scrivendo Morte nel pomeriggio, regala alla moglie una casa a Key West e mentre lei partorisce lui flirta con Jane Mason “bellissima moglie di un funzionario della Pan American” (Pivano). Alla suocera, Mary Pfeiffer, Hemingway scrive: “Dovresti vedere cos’è Gregory… vado in chiesa ogni domenica, sono un buon padre di famiglia, almeno, faccio ciò che posso… un uomo sarebbe uno sciocco se si accontentasse di rifugiarsi nella felicità domestica, rifiutando il proprio lavoro: sarebbe una forma bieca di abbandono”.

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In forme diverse – scrivendo la propria autobiografia, o curando progetti editoriali legati all’opera del padre – i tre figli si occupano dell’eredità paterna, ne sono soggiogati. Nonostante la sua assenza – o proprio per quella: un padre/dio giace nell’invisibile, nell’incomprensibile. “Per Hemingway lavorare non significava semplicemente sedersi alla scrivania e scrivere. Comprendeva varie avventure: pesca, caccia, viaggi, amicizie. Sebbene abbia insegnato ai figli a pescare e a sparare, quando erano piccoli non esitava a lasciarli con le tate o con qualche familiare per molto tempo” (Verna Kale). In un racconto, Padri e figli, Nick Adams, alter ego di Hemingway, “cominciò a pensare a suo padre”. È in macchina e si accorge solo dopo del figlio, “seduto sul sedile di fianco al suo”, torturato dai ricordi. Il figlio chiede al padre del nonno: è un abile cacciatore, un uomo concreto, dalla mira eccelsa. “Quanti anni dovrò avere per avere un fucile e potermene andare a caccia per conto mio?”, chiede il figlio a Nick. E poi la domanda potente, “Perché non andiamo mai a pregare sulla tomba del nonno?”. “Noi abitiamo in un’altra parte del paese”, risponde Nick. E il figlio gli propone di comprare un ranch nei pressi della tomba del nonno, affinché possano morire insieme, padri, figli, nipoti, in una sorta di aurea continuità. L’ossessione per la morte è temperata dalla preghiera. In questo racconto è fisso ciò che è accaduto, ciò che verrà, l’intenzione e lo smarrimento.

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Nel 1961, è il 2 luglio, Hemingway si spara in bocca, come aveva fatto il padre, anni prima, con un fucile. Al funerale partecipano i tre figli e i nipoti: accade il 5 luglio, per permettere a Patrick di rientrare dall’Africa. C’è anche Gregory, che non si parlava con il padre da dieci anni, dal 1951, dalla morte di Pauline, “da quando lo scrittore lo aveva accusato di aver fatto morire sua madre di crepacuore” (Masolino d’Amico). Dopo il Nobel per la letteratura, nel 1954, Gregory aveva scritto al padre un telegramma – per levarselo lietamente di torno, il padre gli inviò un assegno da 5mila dollari. Quel giorno, al funerale, Gregory incontrò Valerie Danby-Smith, segretaria particolare del padre dal 1959, aveva 21 anni – sei anni dopo se la sposò, sperando, forse, di diventare il padre. C’era anche il primo figlio, naturalmente, Bumby: sarebbe diventato un eccellente pescatore, un idolo nell’Idaho, dove lottava per la tutela dei fiumi e della riproduzione delle trote. Quell’anno sarebbe nata la sua seconda figlia, Mariel, attrice di pregio (nel 1979 reciterà in Manhattan, per Woody Allen); con sé aveva portato Margot. La piccola aveva sette anni, era nata nell’anno in cui ‘Papa’ aveva conquistato il Nobel, per questo la trattavano come una specie di amuleto. Fu una modella di altissimo successo, conquistando le copertine di “Time”, “Vogue”, “Elle”. La morte del nonno le fece percepire che tutto può finire, che tutto può morire. Si ammazza nel 1996, nell’appartamento di Santa Monica: il corpo, in ampio stato di decomposizione, fu scoperto il 2 luglio, il giorno in cui Hemingway decise di uccidersi. (d.b.)

*In copertina: Ernest Hemingway con il secondo figlio, Patrick, che diventerà cacciatore in Africa