Prendere pipistrelli per cappelli: le opere di Hemingway sono piene di errori. Gli accademici armano il bisturi, ma il refuso è segno di vitalità!

Posted on Agosto 03, 2020, 1:28 pm
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Basta una lettera per far crollare l’impalcatura narrativa. Ad esempio. Tra hat e bat la differenza più che sostanziale è capitale: a meno che nel racconto il cappello (hat) non si muti, strategicamente, in pipistrello (bat). Eppure, in A Way You Will Never Be (in italiano “Come non sarà mai”), raccolto nei fatali Quarantanove racconti, il redattore ha lavorato il manoscritto di Hemingway scambiando pipistrelli per cappelli. Parla Nick Adams, “Ma devo insistere, non raccoglierai mai una scorta sufficiente di insetti per una giornata di pesca se cerchi di prenderli con le mani o con un cappello”. Questo è l’originale. Il pio stampatore ha scambiato la H per una B, dando avvio a un volo di pipistrelli.

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Mi viene in mente il copista medioevale che in una sequela che pare Niagara, colto dal sonno o dall’incertezza, altera una lettera (chessò, cane per pane) modificando per sempre il senso sacro del santissimo versetto…

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L’errore – santissimo, come ogni ingresso del caso nella meccanica umana –, ecco, non è sporadico e non sigilla sorrisi. L’articolo più interessante di The New Hemingway Studies, appena stampato dalla Cambridge University Press (260 pagine di speculazioni hemingwayane), lo ha scritto Robert W. Trogdon – insegna alla Kent State University, è tra i curatori dei tentacolari volumi che radunano tutte le lettere di Hemingway – e si riassume così: tra romanzi e racconti di ‘Papa’ i refusi e gli errori “sono circa un centinaio”. Eppure, dice lo studioso, non esistono versioni “restaurate”, emendate & corrette dei libri di Hemingway – a differenza di quelli di autori come Faulkner e Fitzgerald.

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Gli errori tipografici variano a seconda dei testi. A volte sono piccolezze, come in Fiesta: il torero Marcial Lalanda è diventato “Marcial Salanda”; il ristorante Cigogne di Parigi diventa “Ciqoque”. Cretinate facilmente risolvibili. Diverso il caso (stavo scrivendo vaso…) in cui il redattore muta la punteggiatura e i tempi verbali scelti da Hemingway. Così, in The Light of the World (“La luce del mondo”, incluso anche questo nei Quarantanove racconti), “Continuava a ridere, tremava”, era in realtà “Continua a ridere e a tremare”. Cretinate? Un po’ meno. Perché mutare il tempo e il ritmo – la punteggiatura – di una frase significa corrompere la forma.

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Nel 1932, riguardo ad After the Storm (“Dopo la tempesta”), Hemingway scrive all’editor di “Cosmopolitan” parole irremovibili. “Resta inteso che se pubblichi, non ci devono essere cambiamenti nel testo o nel titolo – niente aggiunte – niente tagli. Non ammettere che qualcuno ti dica che è breve. Lo è – e se potesse essere più breve sarebbe più breve. È una storia buona, così, compiuta quanto mi è possibile. Non vendo i testi a seconda della lunghezza o del numero di parole perché taglierei mille parole per trovarne una davvero importante”.

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Quindi? Gli accademici si gettano sul cadavere bibliografico con ansia chirurgica e bisturi tra i denti. Lo scrittore sa che tra sé e l’opera s’introduce il gioco del caso, il redattore bendato, il re del refuso. Anche questo, l’errare per errori, è la vitalità dell’opera.  (d.b.)