“Perché se è tutto bello non ci puoi credere. La realtà non è così”. A scuola di scrittura da Ernest Hemingway: andare incontro al destino con coraggio ed evitare aggettivi superflui

Posted on Luglio 30, 2019, 8:33 am
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Poche vite sono davvero emozionanti. Certamente pochissime tra quelle dei letterati, sempre in giro tra convegni e salotti molto radical in cui stabilire i contatti giusti. Questo non è certo il caso di Ernest Hemingway e della sua esistenza trascorsa in giro per il mondo, dall’America a Parigi, dalla Prima Guerra Mondiale in Italia alla Liberazione in Francia, dalla pesca a Cuba ai safari africani. Per non parlare degli incontri di boxe e delle corride.

In tutto questo vorticoso dinamismo, lo scrittore non ha mancato di farsi immortalare più volte – e raramente seduto a un tavolo davanti alla macchina da scrivere. Ciò è ben documentato nel libro di Michael Katakis, Hemingway. L’uomo, il mito (Mondadori, 2019), che racchiude una selezione dei documenti conservati presso la Hemingway Collection, alla John F. Kennedy Library di Boston. Lo incontriamo da bambino che dà da mangiare a uno scoiattolo. Da collegiale ancora privo di quella sontuosa barba della maturità, o dei baffi che adotterà qualche anno dopo. Spesso lo si vede addirittura a torso nudo, un po’ per via del clima torrido di Cuba, un po’ perché l’autore di Addio alle armi non era certo il genere di maschio che vive con atroci sensi di colpa la propria virilità – dubito che oggi simili ostentazioni di mascolinità sarebbero ben accolte. Ma lui se ne frega: è narcisista e compiaciuto, sensibile ma con un certo gusto per il ruolo da duro. 

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Eppure, non è questo l’aspetto maggiormente interessante del testo. Tra tutte le lettere dello scrittore e le riflessioni del curatore, che vanno a lardellare l’apparato fotografico del testo, vi sono passi che potrebbero tranquillamente costituire un breve corso di scrittura creativa, per così dire a tutto tondo – altro che le scuole varie e avariate che ci sono in giro di questi tempi.

La prima cosa che si capisce è che Hemingway ha un’idea ben precisa di cosa significhi fare letteratura. Il fine è uno solo, raccontare la vita. Nessuna vocazione per l’intrattenimento. Scrivere è altro. Al padre che lo rimbrotta per la durezza – ma meglio sarebbe dire l’onestà – della sua narrativa, il giovane autore esordiente risponde senza alzare la voce, ma con tono fermo: “Devi capire che in tutti i miei racconti sto cercando di cogliere la sensazione della vita vera – non solo di descrivere la vita – o di criticarla – ma di renderla realmente viva. In modo che se leggi qualcosa di mio lo sperimenti davvero. Non si può fare senza metterci dentro anche il brutto e il cattivo oltre che il bello. Perché se è tutto bello non ci puoi credere. La realtà non è così”. E lo scrittore, infatti, si guarda bene dal tenerla a distanza, dall’osservarla in sicurezza, come quelli che oggi chiamiamo radical chic. È lui stesso a descrivere entusiasticamente il suo primo giorno da reporter, presso il “Kansas City Star”: “Mi sto divertendo moltissimo!!! Ho avuto il mio battesimo del fuoco il primo giorno, quando è esplosa un’intera fabbrica di munizioni”. Più avanti dirà a Fitzgerald: “Il motivo per cui ti spiace così tanto di esserti perso la guerra è che la guerra è il miglior soggetto possibile. Raggruppa il massimo del materiale e accelera l’azione e tira fuori cose di ogni tipo che normalmente dovresti aspettare una vita per vedere”. E lui, poco ma sicuro, c’è. La vive da soldato e da reporter, la ripropone poi da narratore – un narratore che vive nel mondo e non fuori da esso. Non come i nostri premi Strega che raccontano un ventennio mai visto, riscrivendo – e pure male – storie di seconda mano. Ernest affronta tutto con senso di virile sopportazione del dolore, anche i rapporti amorosi e le inevitabili delusioni, come quella ricevuta dall’infermiera che lo cura, dopo essere rimasto ferito, durante la Prima Guerra Mondiale (“suppongo che amare faccia bene in ogni caso”).

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Ma non finisce qui perché, oltre a questa poetica – purtroppo scarsamente adottata oggigiorno dagli scrittori –, il testo fornisce indirettamente le migliori regole di scrittura possibili ancora adesso. E lo fa semplicemente riportando quelle a cui Hemingway dovette conformarsi, quando iniziò a lavorare in un giornale. Tali regole sono state poi, in fondo, la cifra fondamentale del suo stile: “La prima norma di stile del quotidiano recitava: ‘Usare frasi brevi. Usare paragrafi d’apertura brevi. Usare un inglese energico’. Altre norme del manuale avrebbero stimolato Hemingway a costruire le frasi della sua narrativa in modo così rivoluzionario da apparire totalmente nuovo. ‘Evitare l’uso di aggettivi’ diceva un’altra; e ancora: ‘Eliminare ogni parola superflua’”. E qui potrebbe idealmente chiudersi qualunque corso di scrittura creativa. Il resto lo fa il talento, nella migliore delle ipotesi il genio. Naturalmente ci vuole anche una visione del mondo, qualcosa da dire, qualcosa di vero e onesto. Ernest ce l’aveva (“Non devi far altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci”). Come disse John Steinbeck: “Lui aveva un solo tema – uno solo. Un uomo si scontra con le forze del mondo, chiamate destino, e le affronta con coraggio”. A uno scrittore non serve che questo: il coraggio per andare incontro alla tragedia dell’esistenza e accettare la sconfitta.

Matteo Fais