“Amo i poeti che fanno richieste impossibili e contraddittorie a se stessi e al lettore”: la lezione inedita di Harold Bloom su Whitman, Stevens, Ashbery

Posted on Ottobre 22, 2019, 6:23 am
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Nel 1980 Harold Bloom ha pubblicato il suo primo romanzo – che maledirà per il resto della vita – la “fantasia gnostica”, “The Flight to Lucifer”. Pubblica anche un testo accademico su “Deconstruction and Criticism”, in reazione al ‘decostruzionismo’ di Jacques Derrida. Nel 1977 ha lavorato a un commento alle poesie di Wallace Stevens, a suo dire poeta d’elezione del canone americano – pur mantenendo il suo amore per l’eccentrico Hart Crane. La fama di Bloom comincia allora a varcare le Alpi (Feltrinelli traduce nel 1982 un libro del 1975, “La Kabbala e la tradizione critica”). In quel 1980, per il “Times Literary Supplement”, Bloom scrive un articolo in cui sintetizza i caratteri della tradizione poetica americana, diversa da ogni altra. L’articolo s’intitola “Tangles of vision, style and stance”: finora ignoto in Italia, qui se ne traducono i passi essenziali. Bloom torna con ossessione sugli autori per lui essenziali: la lettura del passato gli serve per riconoscere, con immediatezza, i grandi di oggi. Così, il ‘canone’ americano che nasce con Walt Whitman, si compie in John Ashbery, che nel 1975 pubblica “Self-portrait in a Convex Mirror” ed è immediatamente elogiato da Bloom. Mi fa tenerezza pensare che Bloom, nell’ultimo libro, “Possessed by Memory” (2019), torni a rimeditare se stesso dentro le poesie di Wallace Stevens, con la stessa delicatezza di quarant’anni prima.  “Alla fine dei miei ottanta, sosto nella stagione dell’elegia. La maggior parte dei miei amici più cari è andata. Sono ossessionato da diversi passaggi della poesia di Wallace Stevens, nello specifico da The Course of a Particular. Nelle sue ultime poesie, Stevens ascolta la voce del mondo prima della creazione. Sebbene non si occupi di occulto o di speculazioni ermetiche come William B. Yeats e D.H. Lawrence, Stevens sente le voci. Quando cadono, le foglie gridano, le case ridono, le sillabe sono evocate senza suono, esuli dal discorso, il vento respira, i pensieri ululano nella mente, il sole colossale è un urlo scarno, la fenice canta un canto straniero. Insonne come molti vecchi, sogno il sogno di Stevens”.

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In questo articolo, che intende onorare il nostro piacere nel leggere Bloom, non posso non invitare alla lettura di un altro libro, consecutivo e bellissimo, “L’angelo necessario”, la raccolta di “saggi sulla realtà e l’immaginazione” di Wallace Stevens. Pubblicato nel 1951, edito in Italia nel 1988 da Coliseum per la cura di Massimo Bacigalupo (poi SE, Milano, 2000), il libro, d’intelligenza seducente, ha passi bellissimi. “La materia che domina la poesia – la sua fonte inesauribile – è la vita, non l’obbligo sociale… Senza dubbio, se un movimento sociale commuovesse abbastanza profondamente, esso avrebbe le sue poesie commosse. Non c’è però uomo politico che possa dare ordini all’immaginazione, imponendone l’una o l’altra cosa. Stalin può passare tutto il lungo inverno russo a digrignare i denti, ma questo non impedirà ai poeti nei soviet di restare in silenzio per tutta la primavera successiva. Egli, con un gesto o una parola, potrà forse infiammare la loro immaginazione, ma non saprebbe dar loro alcun ordine… Nel Purgatorio e nel Paradiso, Dante dava voce al Medioevo, ma non perché assolvesse alcun obbligo sociale. Ma cosa può accadere se questo ruolo sociale tanto richiesto al poeta viene di colpo cancellato? E che ne sarà di un poeta ideale posto di fronte alla vita senza alcun obbligo inderogabile da adempiere? Quale sarà la sua funzione? Non sarà certo quella di condurre la gente fuori dalla confusione in cui si trova, e neppure quella di darle conforto mentre viene sballottata da una parte all’altra, dietro ai suoi capi. La sua funzione è piuttosto quella di dare agli altri la sua immaginazione perché la facciano propria, e potrà dire di avere raggiunto il suo scopo solo quando essa illuminerà la loro mente. Il suo ruolo, in breve, è di aiutare gli altri a vivere la loro vita”. Che frase vertiginosa: è riposta in un saggio dal titolo “Il nobile cavaliere e il suono delle parole”. Il poeta ci aiuta a vivere, il critico letterario a dedicarci alle parole che puntellano fatti, scelte, virtù, visioni della nostra vita. (d.b.)

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In una lettera scritta un anno e mezzo prima della sua morte, Wallace Stevens osserva che “le cose migliori, straordinariamente belle, commoventi di Walt Whitman sono quelle che ha scritto con naturalezza, con veemenza di emozioni estemporanee e sfrenate”. Rivelatore dell’opera di Stevens, più che di quella di Whitman, la frase racconta la veemenza della tradizione poetica americana. I migliori poeti americani sono esattamente ermetici quanto più si professano sacerdoti della democrazia, sono curiosamente estemporanei tanto più tentano di essere elitari. Whitman e Stevens, nonostante quello che dica Stevens, si somigliano profondamente, in questo senso, e hanno forti affinità con la compagine dei più grandi poeti americani, che include Emily Dickinson, Hart Crane, e figure straordinarie del contemporaneo come John Ashbery, James Merrill e A.R. Ammons. Una profonda incertezza riguardo al lettore americano si combina con ambiziosi progetti su quel lettore, dando come risultato una strategia poetica più ambigua e contraddittoria di quella della maggior parte dei moderni poeti britannici, da Thomas Hardy a Goeffrey Hill, con D.H. Lawrence a fare da eccezione, come mostrano i suoi legami con Whitman.

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Ralph Waldo Emerson può essere considerato la fonte primaria e iniziale di questa poetica differente americana. La sua audacia è ancora troppo poco apprezzata, molti critici lo credono ancora, stranamente, insipido e secondario. La sua dialettica è sottile, ma la sua posizione attuale è antinomica e violenta in relazione alle fedi anteriori. Un pensatore religioso potrebbe dire della crocefissione che è stata la Grande Sconfitta, mentre noi, come americani, la riteniamo la Vittoria, il successo dei sensi e dell’anima: Emerson è lo scrittore, come ha capito il suo ammiratore, Nietzsche, che non osa prendere parte. Esortando i bardi americani a essere agnostici e democratici, il profetico Emerson ha incoraggiato, e continuato a promuovere, una divisione dell’alta cultura americana che non finirà mai. La convenzione alternativa dell’estetica letteraria americana inizia con le reazioni anti-emersoniane di Hawthorne, Melville e Poe, prosegue con la scuola di T.S. Eliot, trova ora il suo ultimo, onorevole rappresentante nella poesia di Robert Penn Warren. Ma Warren è un falco al tramonto, alla fine della contro-tradizione. L’emersonismo, con tutti i suoi grovigli di visione, di stili, di istanze, resta il modo poetico americano dominante.

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La luna di Coleridge splende sull’anziano Stevens, lo costringe a confrontarsi con ciò che in Whitman è troppo vago: l’autocoscienza dei limiti erotici dell’immaginazione poetica. Stevens dipende da una perdita; ci si potrebbe chiedere come il suo discepolo, John Ashbery, possa anche solo procedere liricamente se non riconoscendo la perdita. Questo è il prezzo inevitabile di una tradizione i cui fondatori – Emerson e Whitman – pretendevano perpetua vittoria. Dei molti eredi contemporanei di Whitman e Stevens, John Ashbery sembra il più capace di realizzare qualcosa di simile alla loro eminenza. La sua modalità poetica varia, a volte è apparentemente vaga, opaca, altre è una specie di chiaroveggenza limpida che riunisce in uno i contrari emersoniani. Il suo lungo poema, Autoritratto in uno specchio convesso, ne è un esempio prodigioso.

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Il critico americano, a mio giudizio, deve avere fede sia nella poesia americana, che nel negativo americano, non deve cedere né alla scuola della Decostruzione né alla consueta scuola britannica del Senso Comune. I nostri poeti più grandi, da Whitman a Stevens ad Ashbery, fanno richieste impossibili, anticonvenzionali e contraddittorie ai lettori e a se stessi. Personalmente, sollecito una critica antitetica nel campo americano, che affermi il sé sul magma della lingua, garantendo la priorità del linguaggio figurativo sul significato. Il risultato è un discorso complesso, forse perfino mistico, esoterico e democratico allo stesso tempo: ma questo è il peso della tradizione americana.

Harold Bloom