Hanno ridotto Aldo Busi a una specie di Osho per scrittori in carriera, tutti ne parlano bene per annientarlo. Ma il suo ultimo romanzo è l’auto da fé di una nazione

Posted on giugno 07, 2018, 12:23 pm
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Nicola Lagioia ne dice: “L’esercizio di solitudine di Busi ha il pregio di far dischiudere le consapevolezze di chi legge”. Allora è Osho. Mario Fortunato ne dice: “Suppongo che Busi sia un uomo (oltre che un artista) di grande generosità […]”. Allora è uno dei Guggenheim. Daniele Giglioli ne dice: “La meravigliosa isteria stilistica di Busi, la sua funambolica capacità di tenere l’attenzione, la sua testarda onestà […]”. Isteria? Per chi dovesse farsene una idea a partire da qui, Aldo Busi potrebbe passare per il fondatore di un ente di beneficenza, o, per riuscire ancora più gradito alle masse del settore, un progressista direttore di scuola di scrittura creativa. Per di più io non ci trovo nulla da ridire nei commenti di questo tono, trovandoli tutti esatti, li trovo però allo stesso tempo un tanto depistanti, al solito strabici; continuano a guardare da un’altra parte.

Aldo Busi è tornato al romanzo con El especialista de Barcelona, nel 2012, a dieci e più anni dal drastico Casanova di se stessi, altro grande lavoro di sperimentazione, ma che Busi sia uno sperimentatore lo si dice sempre troppo poco, tale è la leggibilità che totalizza e che reinventa ogni volta come da zero, ma in scrittura non esiste niente di esteticamente così arduo da ottenere di una impressione di naturalezza, di spontaneità, di un parlato comune. Il Busi del nuovo millennio raccoglie i consensi critici che sembrava fosse di rigore riservare ai libri pubblicati negli Anni Ottanta, quegli elogi impantanatisi in Seminario sulla gioventù, ma l’edizione del 1984 perché chi s’è accorto che quella del 2016 ne è una scrittura radicale?, allungando al massimo una mano in spasimo verso quel manuale di economia politica che è Vita standard di un venditore provvisorio di collant, sospirando all’indirizzo del gallimardiano Sodomie in corpo 11, vagheggiandone qualcosa senza varcarne più la copertina, senza mai voler ammettere che i grandi romanzi di Aldo Busi sono anche gli altri, quelli successivi al romanticissimo La Delfina Bizantina del 1986.

C’è quel satirico attacco al potere di Vendita galline Km 2, 1993, l’inclemente e notturno Suicidi dovuti, 1996, il vertiginoso Casanova di se stessi, 2000. Ogni volta una nuova disfida lanciata contro la forma romanzo, contro i limiti del linguaggio, contro la soglia dell’indicibile costringendolo a diventare dicibilissimo. Le parole autorevolmente spese per Le consapevolezze ultime filano benissimo per qualsiasi libro di Aldo Busi, proprio per questo non sono le più adeguate. In linea con la paranoia che ci rende tutti contemporanei, ecco il sospetto: vuoi vedere hanno capito che la pubblicità positiva è la pubblicità più negativa di tutte, essendo la pubblicità negativa quella che irretisce a colpo sicuro e quella positiva quella che stucca e basta? Al parlarne male e al non parlarne affatto s’è aggiunta una nuova strategia retorica per l’oscuramento di un’opera: parlarne benissimo continuando a dirne il meno possibile.

libro busiPiù probabile, e senza dover far sfoggio di malafede, il prodotto italiano che trabocca dai granai dove ormai c’è penuria d’altro, stanno semplicemente maturando i tempi e quegli scrittori e quegli addetti ai lavori letterari cresciuti con i libri di Aldo Busi lentamente occupano posizioni di visibilità, tramite la quale poter restituire in parte il dono ricevuto di una letteratura nuova, e lo dico pensando, per l’appunto, a Nicola Lagioia, come pure a Marco Archetti che su Il Foglio del 29 aprile scorso scrive un’altra bella recensione su Le consapevolezze ultime dicendo di Aldo Busi che: “[…] come ogni vero scrittore è una fabbrica sperimentale di identità, forgia perpetua di maschere narrative, compresa la propria […]”.

Dire che con Le consapevolezze ultime Aldo Busi ha scritto un romanzo di grande-generosità, testarda-onestà, pregevolissimo, per me deve equivalere a dirne: ha scritto un romanzo terribile, spietato, pauroso, tossico e insinuante come la ‘scia color cremisi’ disciolta nella sangria bianca al ‘dottor Busi’ voce narrante del romanzo che così si presenta: ‘vagamente scontento ma riposato e satollo oltre ogni dire, dal paese di Panciolle non mi sono più mosso’. Per essere il fustigatore autoelettosi dei borghesi mangioni non si sta ritagliando un ruolo da condottiero: nessun Don Chisciotte qui, a parlare è un Alonso Quijano che non è evaso mai da sé stesso neppure per un solo istante, e se non è crudele follia questa.

La realtà di tutti può diventare la gabbia più asfissiante, specie se quel che ne resta è ‘un cespuglietto di cardi ammosciati sotto una strana polvere che vira all’arancione’; per l’apocalisse non occorrono effetti speciali hollywoodistici o toni acuti, è talmente già in atto che è normale, ci ha inghiottiti da quel dì e adesso ‘qui, a parte te che guardi, non c’è niente da vedere’. I colpevoli? L’elenco è quello che ti aspetti ma è portato fino in fondo: i banchieri, i politici, i monsignori, gli avidi per nulla secondo cui gli altri sono altrettanti cespuglietti di cardi ammosciati da calpestare, così come c’è ‘la giustizia calpestata, calpestata anche dai calpestati che se ne lamentano ma in prima persona non fanno niente, essi meriterebbero il doppio delle torture e dei danni’. Nel mondo letterario di Aldo Busi non c’è più spazio e non c’è più tempo per le vittime: la scelta è stata compiuta, tutti hanno voluto diventare complici e aspiranti carnefici, è questa la consapevolezza ultima: che gli ultimi sono i primi a essersi meritati il podio di una ghigliottina.

Il romanzo di Aldo Busi è l’auto da fé di una nazione e il suo grande e feroce trucco stilistico consiste nell’eseguirsi con la leggerezza di un cocktail in piedi che vira dritta verso l’incipiente morte termica dell’universo ma persino il grande gelo finale avrà schifo di quel che siamo diventati perché ‘il freddo fuori deve pur vedersela con un freddo dentro ben più agguerrito e arretrerà’.

Non si può uccidere due volte un corpo morto sia esso fisico e privato o pubblico e sociale, e dunque ecco la consapevolezza ultima del gentile, onesto, pregevole Aldo Busi: non si può aspettare due volte lo stesso cadavere passare sullo stesso fiume, specie se il cadavere è il tuo.

Antonio Coda