Gustav Klimt Experience: viagra per occhi (per altro, finiremo tutti così, con gli sguardi impiccati a un visore che ci manderà nel più bello dei mondi inesistenti intanto che ci alimentano con le flebo…)

Posted on Nov 26, 2018, 9:48 am
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I due bambini vanno carponi sulla pavimentazione della basilica dello Spirito Santo di Via Toledo. Giocano a inseguire e afferrare le proiezioni dei cerchi, dei quadrati e dei triangoli della mostra multimediale Klimt Experience, occhiuti e secessionisti e dall’accento austroungarico, come quei decori siano topini d’oro e loro due i piccoli felini bizantini che vogliono morderli e risputarli per vincere la noia dell’allestimento.

Bisogna essere adulti e quindi definitivamente corrotti, sprovvisti di moti interiori spontanei e non artatamente innescati, per entusiasmarsi per degli effetti grafici e sonori, pretendendo allo stesso tempo di star facendo esperienza di un artista cioè delle sue opere in assenza delle sue opere, grazie a un accrocco ingegneristico.  La messinscena futuristica otterrebbe un suo senso se alle classiche sviolinate orchestrali e d’ambiente, sepolcrali, sostituisse un serrato impatto techno e se, debitamente vietata ai minori, riconsacrasse la basilica abbandonata e riconvertita a spazio espositivo lasciando fare il loro corso alle coercizioni timbriche e alla lisergia sottobanco e a quel po’ di rischio epilessia che ci rende un po’ tutti porci e dostoevskiani.

La proposta mira a una riappropriazione di congruenza, al far stare assieme forma e contenuto a un livello più profondo e più prossimo alle pulsioni estetiche e estatiche di Gustav Klimt. Ah Klimt!, che artista prolifico nel senso più pragmatico se, come annotano le anagrafi, di figli suoi tanto o meno illegittimi ne ha potuti contare dai quattordici in su. La basilica dello Spirito Santo per scatenarti dentro un concerto di impressioni folgoranti basterebbe lasciarla spoglia e vuota, come un’accattona decorata esclusivamente dalle luci del giorno. Le pareti bianche e fredde e corredate dai dipinti dei cosiddetti minori, ma minori rispetto a chi?, ai tecnici luci e ai fonici e ai programmatori di eventi multimediali?, durante la mostra sono per lo più nascoste dai frammezzi che ne razionalizzano lo planimetria. È stata sconfitta dal tempo e dalla disattenzione. È stata la sede del gran teatro del mondo che si ripete in ogni solenne rappresentazione religiosa, con i combinati di fede e potere, purezza e ipocrisia, speranza e furbizia, esibita castità e impotente lussuria, e per restituirla a una città che non sa cosa farsene di tutta l’opulenza invisibile della sua storia geniale e onnipresente la si è dovuta munire di videoproiettori montati qua e là, per ottenere un effetto glamour pervasivo, manco Klimt fosse un glitterologo che ha spopolato coi tutorial di make up e Napoli una città che possa contare soltanto sul business così postmoderno delle contraffazioni di grido.

Il massimo del pathos inflittomi dalla Klimt Experience mi tocca all’ingresso, fuori sincrono con quello architettato dai montatori: in fila per il biglietto vedo quattro donne che stazionano dietro il bancone ma solo una di loro stampa le matrici, le altre tre ciacolano. Non so, forse è prevista la turnazione alla macchinetta dei ticket e sarebbe costato troppo noleggiarne due mentre noleggiare qualche donna in più di rappresentanza, piazzata dietro il banco a fare la bella figurina, la hostess di sala che se ne sta seduta perché nessuno le chiede nulla, non peserà a budget più di un cornetto e cappuccino al bar.

Gustav Klimt

Quel gran genio di Gustav Klimt (1862-1918)

Tra l’altro ho anche sbagliato ingresso, all’inizio: inconsapevolmente ho provato a entrare da dietro. Sono arrivato dalla cumana di Montesanto, dunque passando da Vico dei Pellegrini con l’ospedale in condizioni in tema con la toponomastica e da via Forno Vecchio, perciò svoltando a sinistra ho poi imbroccato il primo portone a tiro invece del portale esatto, quello che da nella porzione di basilica con la cartellonistica delle notizie biografiche di Gustav Klimt, ignorate da tutti perché troppo meno seducenti del grande cartonato di uno spicchio dell’Albero della Vita piantato al centro, attorno a cui farsi i selfie assai più importanti di qualsiasi resto. Prima che nella basilica sono dunque entrato in un cortile largo e vasto e pieno di auto e talmente privo di indicazioni che un sospetto avrei pure potuto farmelo venire, ma i pregiudizi più forti verso una città ce li ha chi la abita e non se n’è discostato abbastanza per vederla da fuori e per com’è. Infatti al più mi sono detto: “A Napoli si sa che ti devi aiutare da te e che la città ti rispetta troppo per procurarti quegli indizi che non le piace lasciare in giro”.

Il corpo di fabbrica adiacente alla basilica corrisponde all’ex confraternita o dei Bianchi che ospitavano le povere della città o dei Verdi che ospitavano le figlie delle prostitute. La basilica dello Spirito Santo verso metà Cinquecento fu costruita al centro tra le due. Una povera crescendo e prostituendosi, metti che, se ingravidata, dentro o fuori la confraternita, poi sua figlia poteva lasciarla a nido due passi più avanti, un nesso logistico e madre-figlia niente male, con un via vai immagino notevole, con le figlie delle prostitute che diventavano povere e cambiavano di confraternita, prima di rimanere incinta a loro volta e ritornare a fare un saluto alle amiche portando le primogenite a vedere dov’erano cresciute le loro madri e già che c’erano lasciandole li, a costo di spacciarsi per prostitute pur non essendolo o diventandolo apposta per poter garantire un rifugio alla prole femminile, e in ogni caso una mostra virtuale dedicata a Klimt calza a pennello tra le due ex-confraternite: le prostitute Klimt le ha prese a modello, meravigliosamente omaggiandole nelle sue opere, per quanto non mi risulti ne abbia mai arricchita qualcuna fino a emanciparla dal bisogno, manco fosse un Van Gogh, sebbene anche Van Gogh si limitò a andarci a convivere, restando povero lui e povera lei.

Potrebbe essere stata una prostituta a ispirare l’Hygeia nel pannello della Medicina commissionato all’epoca a Klimt da certi universitari, i quali avrebbero preferito una cosa sobria, kantiana, e che è il dettaglio con il quale nella sala principale della mostra, cioè nella navata della basilica, si cerca di produrre il climax emozionale più isterico: Carmina Burana di sottofondo e gigantografia sparata sul telone che taglia di netto la testa alla navata.  Al centro la donna arcana in veste rossa e serpentello giallo attorcigliato a un braccio, tutt’attorno le fiamme. Il fuoco sale verso il concavo della cupola della basilica, è ovunque come in un inferno o in una camera ardente e non riscalda né la pelle né gli animi tanto è pacchianamente ricercata l’esagerazione, la provocazione, e del senso complessivo dell’opera si perde cognizione: dov’è quell’ammasso di corpi schiacciati l’uno all’altro che fa da sponda alla sadica rappresentazione mitologica della salute? Dov’è il commento di Klimt all’arroganza dell’armonia del sapere sostituita col disordine respingente ma a suo modo più concreto di una umanità che si stringe alla sua carne e dunque a tutti i mali e a tutti i piaceri della carne?

Magari sono inutilmente critico e pretecnologico e suggestionabile per errata causa io e non ho saputo associare lo sfoggio di fiamme visionarie alla volontà del progettista di ricordare l’incendio che toccò in sorte alle opere rifiutate dagli universitari scandalizzati e che Klimt nascose nel castello di Immendorf, mandate in cenere dall’incendio tanto per cambiare appiccato dalle truppe tedesche in fuga nel 1945. Klimt per sua fortuna non se ne poté addolorare, essendo morto nel 1918, risparmiandosi tanto il rogo delle opere quanto quello della presunta civiltà europea in blocco durante la guerra mondiale atto secondo.  D’altronde non c’è una opposizione critica che possa reggere a un assalto sensoriale e frontale così prolungato: è bastato poco anche a me per sentirmene irretito, per cominciare a fremere per i fregi e i cartigli proiettati sui capitelli e sul colonnato, per quell’effetto ottenuto di far riapparire le opere dall’interno dalle pareti della basilica, come per un paradosso della combustione: la luce colpisce la materia non distruggendola ma costringendola a sprigionare gli affreschi che ha assorbito fino allo sbiancamento e allora non c’è rigore metodologico che tenga: dopo la prima mezzora di show sono in deliquio per le tracce di Adele Bloch-Bauer che si manifestano come muffe cromatiche di opera espansa in opera disseminata: un monile d’oro, un seno d’avorio, una bocca rosso vampiro, una mano bianco osso, una chioma nera, una immersione nel desiderio di Gustav Klimt che non ha bisogno di aiutini, come quel viagra per la potenza di immaginazione che sono gli Oculus VR da poter somministrarsi a gratis nella terza e ultima saletta, l’angolo di basilica con il merchandising prima dei saluti.

Va da sé che il viagra lo vado a provare, mettendomi in fila con gli spettatori, mica visitatori, della mostra. Osservo chi si è già calato la maschera sul naso, mi faccio una idea preventiva dell’aspetto che sto per avere anche io: una marionetta seduta con le braccia incrociate sulle gambe, composta come una damina e che per essere manovrata non ha bisogno di un filo per ogni arto: basta il cavo collegato al visore che scende dall’alto, cablato chissà con cosa. Per essere più precisi è questo che sembriamo: occhi impiccati a una fibra ottica, oppiomani a basso tasso di inquinamento perché fumo non ne facciamo o non ancora.  Però: che bella botta! Inforco gli occhialoni e il mio cervello per lasciarsi completamente ingannare ha soltanto bisogno che io metta a fuoco, la miopia è l’unico sottile diaframma che rende impacciata la transizione dal reale al virtuale. Se mi lacrimano un po’ gli occhi mi si offusca la visuale, il trucco ottico perde di potenza e mi torna la netta sensazione di essere un corpo seduto con sulla faccia un apparecchio ingombrante non tarato per il mio difetto. La leggera miopia mi evita di diventare volontariamente accecato all’istante. Quando sforzando i muscoli oculari mi si disappanna la vista però eccomi di nuovo nel nuovo mondo a assuefazione rapida: sono sospeso in una sala museale con le opere di Gustav Klimt sotto di me, poi sono nei quadri di Klimt, mi vivo l’esperienza in treddì con un abbandono impudico, eccitato. L’azienda che ha ideato il tour virtuale, la Orwell Milano, s’è data un nome che è un altolà sperando lo ignorino tutti, essendoselo detti da soli e per primi. Sospeso sull’acqua d’un paesaggio o di nuovo tra le fiamme, mi accade tutto innocuamente, e come ha scritto di recente in un articolo Davide Brullo sulla innocuità dei social: “ma l’innocuo non è innocente, l’innocuo è aggressivo, è violento.”

Il mio cervello è felicissimo di credere alla finzione ben confezionata e di dimenticarsi dove si trovi, in quale cranio sia inscatolato, in quale basilica sputtanata, in quale quartiere di quale città, in quale nazione per la quale già vale quello che scrive Gary Younge nel suo bellissimo libro Un altro giorno di morte in America, pubblicato da poco dalla Add Editore e che varrà ancora di più se passano le ultime scelleratezze via decreto di un governo decrepitante e decadente come la Vienna austroungarica dei tempi klimtiani: “Per quanto ovvio, spesso ci si dimentica di ribadire a che punto la violenza armata, come tutti gli altri crimini, sia strettamente legata alla povertà. […] quando, insomma, puoi attingere al profondo pozzo di risorse a disposizione degli americani benestanti – allora sia la tentazione sia la minaccia della violenza armata sono fortemente ridotte. Ciò non ti rende una persona migliore, ti rende solo più equipaggiato per essere al sicuro in un Paese in cui le armi abbondano.” Non voglio saperne niente di Gary Younge e della media di dieci ragazzi ammazzati a colpi di armi da fuoco ogni giorno in America, non voglio sapere niente di una Italia che non sa fare la semplice equazione: più armi vendute uguale più morti da armi da fuoco. Voglio stare dentro il quadro di Klimt, dispiacendomi per la selezione prudente degli orwelliani milanesi: per entrare nella Danae sarei stato disposto a pagare un sovrapprezzo sul biglietto.

Quando tolgo il visore e torno nel mondo fatto di peso e di soma il mio cervello emette un singhiozzo: stava così bene in quella alcova colorata, in quella gabbietta per la mente. E che finiremo tutti così, con gli occhi impiccati a un visore che ci manderà nel più bello dei mondi inesistenti intanto che ci alimentano con le flebo e ci svuotato coi cateteri, è una profezia fin troppo facile: secondo me le realtà virtuali immersive saranno utilizzati come tecniche di contenimento per gl’incarcerati più intrattabili. Per questo faremo di tutto per meritarci una incarcerazione, e per essere i più intrattabili del penitenziario.

La mia esperienza più bella alla Klimt Experience comunque non l’ho fatta col viagra per gli occhi. Mi è capitata nella sala centrale, durante la proiezione a trecentosessanta gradi dell’opera che rende chiaro quanto Schiele fosse un ammalato di compassione rispetto al genio genuinamente erotico di Gustav Klimt: La Vergine, del 1913.  I nudi di Klimt mi viene voglia di toccarli, quelli di Schiele di ricoprirli con una coperta e di offrirgli al più presto una bevanda calda. Dei nudi di Schiele voglio prendermene cura, quelli di Klimt finirei col ridurli a dei nudi di Schiele. Schiele, per me, è più onesto, o più lungimirante, di Klimt. Laddove Klimt vede i fasti di una basilica, Schiele già ne indovina il destino di svendita e spoliazione. Per La Vergine di Klimt espansa nella basilica dello Spirito Santo mi sono dovuto alzare in piedi patendomi le rimostranze di quelli che riuscivano a starsene seduti scomodi sui brutti tappeti che in teoria dovevano differenziarsi in qualcosa dal duro della pavimentazione. Gli altri si sono lamentati manco fossero al cinema, ma di fronte alla bellezza del nugolo di prostitute attraenti che ti avvolgono con le loro espressioni indifferenti perché rapite nel calore sessuale che gli monta da dentro, in mezzo a quei fiori e pietruzze e abiti e lenzuola e carni e sonnolenze, di fronte a quella grande balla artistica sul puttanificio, non si può restare a riposo.

Per descrivere l’opera pittorica del sofisticatissimo viennese ripenso a un brano de La regina cantava rancheras, romanzo del 1994 del più che fisico scrittore cileno Hernán Rivera Letelier, consigliatomi dallo scrittore Alessio Arena quando l’ho incontrato per parlare del suo ultimo romanzo (“Te ne innamorerai”, mi disse, e così è stato: amore a prima lettura per le prostitute nelle salnitriere della pampa), quello di una voce che narra del suo battesimo della carne con la puttanella “chiamata «La Lussuria»” che “interrotta a tratti da gemiti e singhiozzi, lo stava infine portando ad avvistare quell’orizzonte di uccelli rari, di cortecce di alberi favolosi, di fiori e frutti dai colori esotici e tutto quel fluttuante messaggio di meraviglie che precede l’istante grandioso della scoperta di un nuovo mondo.” Com’è antica e ricorrente la retorica e l’antiretorica sulle puttane, ogni tanto scoppia la bollicina della polemichetta e c’è chi se ne fa arma di attacco e di offesa, volendo deciderlo lui chi è puttana e chi no: quale giornalista che non gli piace, quale scrittore che vende immeritatamente troppo, quale parlamentare che dice no quando avrebbe dovuto dire sì, quale mamma basta non sia la propria. Mai qualcuno che faccia come Flaubert con la Bovary e ammetta: la puttana c’est moi. Klimt stesso ha lasciato detto: “Di me non esiste alcun autoritratto”. Alla faccia di tutti quelli che nella prima sala si ammazzano di selfie attorno al ricciolo in cartongesso dell’Albero della Vita, ma evvia: La Vergine, come tanti altri nudi di donne deliziosamente vogliose fino all’innamoramento, è un autoritratto sputato, è lo sputtanamento più sincero di Gustav, del suo sentirsi e del suo ambire a far sentire così anche gli altri, l’autoritratto del suo volersi illanguidente e appagante, e illanguidito e appagato, laddove tante volte non sarà stato altro che un cliente che pagava le donne alle quale magari piaceva pure ma a cui di sicuro stava più a cuore il pasto cucinato e la coperta calda e la paga che venivano garantiti da una giornata trascorsa nell’atelier dell’artista. Siamo chi adoriamo, e chi adorasse Klimt non mi sembra affatto difficile da decriptare dalle sue opere che riescono a esser carnali anche quando te le spalmano sui muri con il laser dei videoproiettori.

Cosa siamo se non l’espressione del nostro desiderio che ci rivela soprattutto a noi stessi? Certo, ammesso il desiderio ci sia e bruci ancora, altrimenti pazienza, ci accontenteremo delle experience a mani vuote e della collezione infinita degli autoscatti ripetutamente immortalati per niente, da appendere ai rametti di un Albero della Vita per finta.

Antonio Coda