“Scrivono di annegare nel sesso, nella droga, di andare in paranoia… di panico e straniamento. Perenni”: l’epopea disperata dei Guns N’ Roses

Posted on Luglio 04, 2019, 8:25 am
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“Steven…no, aspetta, che dice? Noi l’abbiamo spinto a drogarsi? ’Sto caz*o! È patetico. La verità è che non puoi essere un tossico e suonare in una band”. Era il 1989 e parlava così Mister sesso droga e rock ’n’ roll, Slash dei Guns N’ Roses, e ce l’aveva con Steven Adler, suo batterista e migliore amico e con lui in rehab, e Slash un po’ si era ripulito, Steven per niente, così veniva da Slash e soci cacciato dal gruppo e essere dimenticato, fino a pochi giorni fa, quando Steven è tornato protagonista del gossip, quello peggiore, quello nero: Steven si è accoltellato, voleva ammazzarsi o forse no, forse è stato un brutto incidente, comunque è salvo.

E Slash, e il resto dei Guns? Chissà che pensano di chi insieme a loro ha fatto un gran pezzo della storia del rock, oggi che a loro il presente sorride, son ultracinquantenni fuori da ogni eccesso, e a Slash è andata meglio di tutti, si diceva anche quando i Guns si separarono, che tra loro Slash era il migliore, e infatti con le sue chitarre ovunque è andato ha lasciato il segno, la sua impronta di sangue, perché Slash suona fino a farsi sanguinare le mani, di cosa credi siano frutto quegli assoli che ti accendono l’anima e ti bagnano il sesso? Di sangue, sudore, di un cuore che proprio su un palco, durante un assolo, non batte più, si è fermato, e Slash ha iniziato a vedere i pallini blu, e a collassare.

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Perché un conto è fare la morale e dare insegnamenti di vita, anche giusti e sacrosanti non dico di no, però, se per anni sei tu che non hai il controllo di te stesso, e ci dai sotto a eroina, coca, crack, alcool a strafot*ere, e racconti che prendi sonniferi illegali, quelli che i veterinari usano per addormentare gli ippopotami, e dopo notti e giorni di sesso con groupie e pornostar famose vai in overdose, e una volta ti hanno ripreso per miracolo, ti hanno rimesso al mondo grazie a una siringa dritta nel cuore, come a Uma Thurman in Pulp Fiction, uguale uguale, allora sai che c’è, arrivi a 35 anni che ti prende un infarto sul palco. Ti credi indistruttibile, immortale, invece sei un dio con la chitarra ma un essere umano per il resto, e i medici ti salvano anche stavolta, ti mettono un defibrillatore nel cuore, ma ti danno 6 settimane di vita. E uno come Slash, che fa? Fa tournée e campa, chitarra in mano, (ri)pulito, e supino a quel demone, il rock, “che è la mia vita, pulsazione interiore che mi eccita”. Fuma nemmeno più.

L’ha sempre detto, Slash, “la verità è che noi Guns veniamo dal nulla se non peggio”, e lui, Slash, era ‘figlio di’, eppure prima di piazzare tre hit ai primi posti in classifica, dormiva per strada in sacco a pelo, come tutti gli altri futuri Guns. Non erano niente e non avevano niente se non sogni e strumenti malandati, erano la feccia, erano il nulla tra il nulla, e il dio del rock, o il caso, la fortuna, chiamala come ti pare, ma proprio dei rifiuti di strada era ciò che il boss della Geffen in quel momento cercava: stufo marcio del glam-rock, di quei rocchettari truccati e impomatati, voleva tornare all’hard, ai Led Zeppelin, voleva il rock ma quello duro, suonato, sudato. E questi rifiuti diventano i Guns N’ Roses, che dal niente salgono al numero uno, col primo disco. E fin da subito non hanno voglia di rimanerci, dei numeri uno, vogliono solo suonare e godersela, e godere per loro significa esagerare, oltre la strada dell’eccesso di William Blake: non c’è saggezza nel distruggere suite, gettare televisori dal 40esimo piano, farsi di droghe e scolarsi litri d’alcool, scop*te e ammucchiate, e risse, tra colleghi, coi fans, ai concerti, con la security. Se ai Guns qualcosa importa è suonare, quello sì, e scrivere di ciò che sanno, la strada dove hanno vissuto, in the jungle, la tensione sociale, sentirsi inadeguati. E scrivono di chi li osanna, che prima li chiamava straccioni, e negli stessi posti dove li acclama, li lasciava fuori come cani rognosi. Scrivono di annegare nel sesso, nella droga, di andare in paranoia quando, sotto la doccia, esci in strada nudo, fradicio, non è più acqua è sudore è terrore, qualcuno ti insegue, è un mostro, e lo vedi solo tu. Panico e straniamento. Perenni. La cultura, il sapere, per i Guns non ha mai contato, contava saper suonare, e nei dischi e sul palco dare tutto: come un’urgenza, come se non avessero tempo, non ci fosse tempo, un domani, la fine, come canta Axl Rose in Mr. Brownstone, “non mi preoccupo di nulla/preoccuparsi è una perdita di tempo”. Uno spettacolo i Guns N’ Roses anni ’90 nelle conferenze stampa pre-concerto, domande sull’attualità, “noi facciamo rock, non politica!”, questa la risposta diplomatica, ma se poi tu giornalista insisti, allora “vaffanc*lo, che ca*zo dovrei sapere su Mandela, o sulla guerra del Golfo?! Noi non siamo la guerra del Golfo, noi non siamo la guerra civile in Jugoslavia, noi non siamo la caduta del muro di Berlino. Siamo soltanto una fot*uta band di rock ’n’ roll!!!”.

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Proprio così, una fot*uta band di rock ’n’ roll, e ci avete regalato una scossa eterna, quella che parte ogni volta che inizia Sweet Child O’ Mine, e la dolce ragazzina del titolo e del video è Erin, una sventola compagna di scuola di Axl Rose poi diventata top model e che lui ha sposato ma non prima di essersi comprato un fucile automatico come regalo di nozze, e poco dopo aver litigato di brutto con Erin ed esserci venuto alle mani, ed è lei a stordirlo di ceffoni. Fanno pace, ma poi a un party qualcuno mette droga nel cocktail di Erin che sviene, e Axl dà di matto, e quando lei si riprende i genitori se la riportano a casa prima che Erin lo picchi a sangue di nuovo. Sicché Axl si consola con Stephanie Seymour, altra top model, musa di Herb Ritts, e la mette nei video di Don’t Cry e November Rain, video per cui su Axl Rose e Slash piovono eterne accuse di violenza e misoginia, quindi non cercateli, non li guardate, in Don’t Cry il ghigno di Slash è dallo schermo ancora mentalmente infettivo. Quando Axl nella vita reale è cornuto e mazziato dalla Seymour, si rinchiude per anni in una casa sulle colline di Beverly Hills, con una santona e le pareti tutte dipinte di nero, e gli diagnosticano un disturbo bipolare causa infanzia traumatica indubbiamente patita, disturbo che però non spiega il suo folle impulso omicida nei confronti dei barboncini. Ma non sono stati questi casini, né le droghe, nemmeno la vita dissoluta a minare i Guns N’ Roses: sono stati i soldi, gli avvocati, le tasse, le regole. L’inevitabile ingresso nel mondo degli adulti.

Barbara Costa