Posted on novembre 10, 2017, 5:34 pm
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In rete gira ancora un video che s’intitola “Manifestazione per la liberazione di Guido Viale”. Siamo nel 1968. Università di Torino. A ‘fare il 68’, a Torino, davanti a tutti, c’è lui, Guido Viale. Classe 1943, nato a Tokyo, compleanno fra qualche giorno – il 20 novembre – “Guido Viale è stato – ed è, e rimane – l’autore di una delle cose più belle scritte in quell’anno. L’‘anno mirabile’. Cioè il ’68. L’articolo si intitolava Contro l’Università ed apparve nel numero 33 (febbraio 1968) della rivista Quaderni Piacentini. Contro l’Università – scriveva Viale dall’interno della Università di Torino occupata – che conferma e consolida i rapporti autoritari di classe: baroni contro studenti, studenti benestanti contro studenti nullatenenti. Contro quell’Università che contribuiva, sempre secondo Guido Viale, ad una cultura fatua e compiaciuta”. Questo è Beniamino Placido, su la Repubblica, parecchi anni fa, era il 1994. Quell’anno Viale aveva pubblicato per Feltrinelli Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti che lo aveva eletto a “filosofo ambientalista” (ancora Placido). Nel mezzo, Viale, insieme a Sofri, Pietrostefani, Rostagno, Deaglio, Boato, è stato tra i leader di Lotta Continua. “Nel Sessantotto il tentativo è stato quello di costruire una cultura alternativa dal basso. Il tentativo era buono, gli errori sono stati tanti, lo slancio ha perso smalto, e il trionfo di Donald Trump negli Usa è la stravittoria della politica elaborata nelle sedi della grande finanza e dei grandi interessi”, dice oggi il più lucido esegeta di quell’epoca (basta leggersi Il sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, costantemente ristampato; un suo testo è anche nel catalogo Electa legato alla rassegna è solo un inizio. 1968 attualmente alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, tra Goffredo Fofi, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Achille Bonito Oliva, Nanni Balestrini). Ora Viale, voce un tempo necessaria e oggi marginalizzata (comunque, lo leggete qui), pubblica un libro pensante e pesante, Slessico familiare. Parole usurate, prospettive aperte (Interno4 Edizioni, pp.184, euro 14,00), che di fatto, da ‘Proprietà’ a ‘Ricreare’, tra ‘Sopraffazione’ e ‘Denaro’, è l’abbecedario del mondo di oggi, il tentativo di risillabare il tempo presente. Troppo colto per la politica attuale – viene in mente il Moretti di Palombella rossa, “bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” – contattiamo Viale per dissezionare convenienze e convenevoli.

Cominciamo a ragionare sulla parola ‘Sinistra’, su cui lei affonda una critica con il bisturi. La cito. “Oggi essere ‘di sinistra’ è per molti solo un alibi per evitare di pronunciarsi e impegnarsi in scelte dirimenti, come accoglienza dei profughi, debito pubblico, euro, criminalità, merito, privatizzazioni, lavoro precario, reddito garantito, ecc.”. Ecco, proviamo a riabilitare il concetto di ‘sinistra’: cosa significa?

“Guardi, per me il concetto di ‘sinistra’ non si può più riabilitare. Molto semplicemente, non ha più alcun senso. La stessa sterile battaglia che si fa per capire quanto a sinistra o a centro-sinistra, con il trattino o senza, sia un partito o l’altro, denota il vuoto totale dei temi sui quali ci si dovrebbe confrontare. Io ho partecipato come promotore a tre sperimenti falliti: ‘Alba’, ‘Cambiare si può’ e ‘L’altra Europa con Tsipras’. In tutti e tre i tentativi, dove, nonostante le ripetute insistenze, non c’era la parola ‘sinistra’, si è cercato di misurarsi su cose da fare e da non fare, più che sulle etichette. Ora guardo con interesse al tentativo ‘Montanari-Falcone’, ma vedo che la battaglia, tra D’Alema, Bersani, Civati, è ancora sul misurare il grado di ‘sinistra’ che ciascuno ha nel sangue. La sinistra tradizionale è legata a un mondo che non ha più diritto di esistere in un presente dove vincono ‘merito’ – inteso come metodo per creare gerarchie e precari – e ‘competitività’”.

Altra parola magica, ‘Democrazia rappresentativa’. Come nel caso di ‘Sinistra’, anche qui la crisi è irreversibile.

“La democrazia rappresentativa è legata all’esistenza di partiti di massa, che creano strumenti di educazione e di autoeducazione. Cioè, ad esempio, circuiti autonomi di dibattito e di informazione, per non dipendere, se non parzialmente, dai media. Alterato il carattere dei partiti di massa, la rappresentatività ha perso credibilità. Basta guardare alle elezioni siciliane e a quelle di Ostia, dove è saltato il meccanismo di selezione del personale politico garantito dalle elezioni. Ma se guardiamo più in alto, ci accorgiamo che le elezioni di Trump e di Macron sono dettate da una competizione fatta unicamente di slogan”.

…e di chi è la colpa? Sempre di Berlusconi?

“Con Berlusconi, è un fatto, i media e la comunicazione di massa prevalgono brutalmente sulla cultura interna alla formazione partitica. Ma la svolta, devo dire, accade proprio con il Sessantotto, le cui istanze profonde di cambiamento hanno perso la capacità di incidere. Ad ogni modo, teniamoci stretta la democrazia rappresentativa se non c’è altro di meglio: meglio questa di una dittatura che abolisca le elezioni”.

Diversi termini catalogati nel suo libro hanno un tono cupo: ‘Sopraffazione’, ‘Servilismo’, ‘Paura’, ‘Chiusura’, ‘Cinismo’, ‘Corruzione’. Cosa è accaduto al concetto, capitale, di ‘lavoro’?

“I termini cui le fa cenno sono legati al concetto di gerarchia. Al merito imposto dall’alto e al servilismo praticato dal basso per salire i gradini della gerarchia. ‘Lavoro’ è parola, etimologicamente, legata a fatica, asservimento, tortura, subordinazione imposta. Ancora oggi mi pare che la maggior parte delle persona intenda il lavoro in questa accezione. Eppure, c’è una componente positiva del lavoro, che è quella di poter costruire, tramite un lavoro attivo, la propria identità, di fondare il proprio ruolo nella società. Chi non ha un lavoro, non ha una identità sociale. Ecco, io non sono per l’abolizione del lavoro, ma per la sua trasformazione in libera attività. Per questo, penso che sia giusto il reddito minimo garantito, il reddito di base o ‘di cittadinanza’, lo chiami come vuole. Questo reddito minimo con cui campare è la condizione necessaria per sottrarsi al ricatto del datore di lavoro e scegliere a quale attività votarsi, da svolgere autonomamente o da subordinati, ma in piena libertà”.

La risposta al delirio turbo capitalista lei la intende nei termini di accoglienza e di ecologismo. Non si rischia di imbarcarsi nella pura utopia, nella solita utopia?

Accoglienza è diventata di attualità quando il problema dei migranti è balzato all’ordine del giorno. L’accoglienza, di per sé, non basta. Quello è il primo passo che dovrebbe portare non a una integrazione in quanto inserimento organico di una persona nel nostro assetto sociale, ma a una inclusione, garantendo al migrante di non essere escluso pur mantenendo la propria identità. In questo modo è possibile elaborare politiche ‘di ritorno’ del migrante nel proprio paese: una volta resa stabile la sua condizione, egli potrebbe addirittura desiderare il ritorno nel suo paese, diventando protagonista di riconciliazione e di risanamento. Il mio intento, a lungo termine, è la circolarità dei movimenti, con migranti che approdano da noi, per poi fare ritorno in patria ed europei che esprimano la propria attività sociale in quei paesi”.

Quanto all’ecologismo…

“Siamo messi malissimo. I governi non vedono i grandi problemi che attanagliano il pianeta, nonostante gli scienziati continuino a ripetere che siamo sull’orlo di un baratro irreversibile. I governi lavorano con l’unico scopo di mantenere le proprie clientele e le proprie basi elettorali, a tutti i costi”.

Qual è la parola che non ha inserito nel suo ‘slessico’.

“La parola ‘cultura’. Manca, in particolare, in questi tempi, l’esigenza di raccogliere la cultura popolare per portarla all’attenzione degli strati alti, intellettuali. Ci sono persone che vivono scrivendo libri, monopolizzando i media – basti vedere allo stato della televisione e delle case editrici – disinteressate ad ascoltare la cultura del popolo. Ecco, penso che la battaglia culturale vada intesa come costruzione di idee nuove e partire da uno scambio, da una capacità di ascolto”.

Ultima. La parola più rappresentativa per dire il presente.

“Competizione. Una corsa sfrenata al dominio, la prepotenza contro chi è più debole e ha meno tutele”.

 

Giovanni Zimisce

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Da Slessico familiare proponiamo il lemma Competizione.

Concorrenza vuol dire correre insieme, tra pari (correre ha nella sua radice il verbo greco reo, scorro. Panta rei, tutto scorre, diceva Eraclito). Un concorso è o dovrebbe essere un confronto tra eguali per individuare i più adatti a ricoprire un ruolo o una funzione. slessico familiareMa concorrere significa anche portare il proprio contributo a un processo comune: nel caso della concorrenza economica quel processo dovrebbe essere l’allocazione ottimale delle risorse, il clou dell’ideologia della mano invisibile di Adam Smith, secondo cui perseguendo il proprio interesse personale ciascuno contribuisce al benessere di tutti: un caso particolare di astuzia della ragione (Hegel), che è poi la vecchia Provvidenza cristiana; ovvero di serendipity: il processo che porta a ottenere dei risultati positivi diversi da quelli che ci si era prefissi. Competizione, invece, viene dal verbo latino peto: chiedere per avere, cercare di ottenere. E’ un processo di appropriazione a spese di altri, la cui premessa è che non siano uguali né le condizioni di partenza né quelle di arrivo: competitivo è chi ha la forza di appropriarsi di ciò che altri non sono in grado di difendere: il vincitore prende tutto. Nell’inglese, la lingua degli economisti, non ci sono due termini; c’è solo competition. Forse anche per questo si è assistito a un progressivo slittamento lessicale dal termine concorrenza, che non viene usato quasi più, a quello di competitività, che occupa ormai il centro del discorso economico, politico e giornalistico.

Ciò registra, anche al di fuori di una precisa consapevolezza di chi vi fa ricorso, il passaggio da un regime economico in cui il principio regolatore “liberista” dell’attività delle imprese è la concorrenza tra pari (ancorché continuamente violata da situazioni di monopolio, di oligopolio o da asimmetrie informative che falsano le posizioni di partenza) a un regime sociale in cui la posta in gioco dell’agire è l’appropriazione di risorse altrui: patrimoni, ricchezze naturali, saperi, mercati, denari, redditi, vite… Competitivo è chi si mette, o viene messo, nella condizione di poterlo fare. E’ il ritorno alla grande di quella che Marx chiamava accumulazione primitiva: un processo che i suoi esegeti avevano per molto tempo relegato all’epoca delle recinzioni (enclosure): la fase del capitalismo che aveva preceduto l’estrazione del plusvalore assoluto (con la moltiplicazione e il prolungamento delle giornate lavorative) e del plusvalore relativo (con la meccanizzazione della produzione).

Ma è un processo che per diversi studiosi contemporanei, invece, non è mai venuto meno; ha continuato ad affiancarsi al meccanismo classico di estrazione del valore dal lavoro e da tempo è tornato a ricoprire un ruolo centrale sia nel campo delle risorse naturali che in quello finanziario, in quello fiscale, in quello del debito, in quello dei saperi: tanto da connotare l’intero sistema con il termine di estrattivismo.

Molti studiosi, però, non hanno collegato quello scivolamento lessicale a ciò che vi sta sotto: continuano a usare i termini concorrenza e competizione indifferentemente (niente di male se fosse una mera questione terminologica) e trattano l’economia globalizzata in cui siamo immersi come un sistema fondato su una concorrenza universale. I termini neoliberismo e neoliberalismo con cui si suole indicare non solo un’ideologia, ma anche la forma assunta dal capitalismo contemporaneo, sono in gran parte il frutto, ma anche l’origine, di questo equivoco. Non c’è niente di liberista, cioè di affidato alle “libere forze del mercato” – e meno ancora di liberale, cioè posto a tutela delle libertà dell’individuo – negli attuali assetti economici: gli Stati, e con essi le leggi, la politica, la potenza della finanza e, soprattutto, l’esibizione e l’uso della forza, giocano un ruolo fondamentale e insostituibile nel determinare le posizioni di partenza e quelle di arrivo nelle diverse forme di competizione: la quale si sviluppa soprattutto nella corsa per accaparrarsi il sostegno necessario a vincere un gioco il cui fine è l’appropriazione privata di ciò che è comune, o pubblico, o diffuso, o in mano altrui, o nel corpo (bios) altrui.

D’altronde, come aveva fatto notare Luciano Gallino, i poteri della finanza e del grande capitale odierni non sono il frutto di una deregolamentazione, bensì i beneficiari di una quantità di regole sempre più complesse con cui i governi di tutto il mondo hanno messo nelle loro mani la possibilità e il diritto di fare quello che vogliono; basta pensare alle centinaia di pagine che compongono la bozza di un accordo come il Ttip per rendersene conto. Meno che mai c’è qualcosa di nuovo (neo) in questa corsa all’appropriazione: è un processo vecchio come la storia umana.