Tanti auguri Guido! Rileggiamo il pamphlet incendiario di Piovene, “Contro Roma”. La capitale italiana? Un errore scegliere l’Urbe, “la vetrina vistosa dei vizi nazionali”

Posted on Luglio 27, 2019, 9:03 am
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Grazia, bellezza di Piemonte, Emilia, Lombardia, Triveneto, e delle altre regioni lungo la penisola italiana è indubbiamente la loro varietà, come emerge limpida, almeno quanto nelle immagini de L’Italia vista dal cielo di Folco Quilici, nelle pagine del monumentale diario di Viaggio in Italia che Guido Piovene redasse nel 1957.

Disgrazia, però, e bellezza diminuita di ogni città regione, borgo, comune, metropoli di quei territori è l’esito della fallimentare unità italiana e della scelta infelice di Roma quale capitale, e delle due cose correlate, come emerge altrettanto limpidamente nel breve saggio Contro Roma dello stesso autore vicentino, edito nel 1975.

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Piovene lo scrive nel 1973 e quindi tre lustri abbondanti dopo il suo viaggio per le regioni, le province e le città d’Italia, dopo gli anni d’ottimismo, dopo avere attraversato in auto gli Stati Uniti d’America, dopo aver vissuto a Parigi, lavorando per l’Unesco e facendo il corrispondente, e infine a Londra, dove morirà l’anno seguente.

Non certo l’unico (si pensi tra gli altri a Berto, a Pasolini, e infine ad Arbasino), ma forse in modo più trasparente di tutti, il patriota (ma esattamente di quale patria lo ammette soltanto alla fine), Piovene percepisce il problema che attanagliava la nazione o pseudo tale, da cui la sua insofferenza, da cui la sua disaffezione, per l’Italia.

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Il problema era l’esito finale di una dinamica già puntualmente colta in tempi meno sospetti, allorché il futuro autore de Le stelle fredde descriveva la “società più mobile, più fluida e più distruttrice d’Europa” e quando annotava come la provincia della Francia figlia della rivoluzione giacobina fosse in realtà ben più conservatrice di quella italiana, e nel 1973 vedrà il proprio paese “in bilico tra due vuoti” e vale a dire tra una rivoluzione socialista sicuramente gattopardesca e l’infinito trascinarsi di una nazione “aculturale e affarista” che finirà col decadere tra le nazioni più arretrate di un mondo che a un simile evento, grave per i suoi abitanti, sarà del tutto indifferente.

Gli errori, e rispettivi fallimenti, furono l’unità risorgimentale, borghese e, avrebbe dovuto aggiungere, profondamente anticattolica, la volontà di potenza, il voler possedere delle colonie, il fascismo, il fatto di non aver lasciato il Mezzogiorno ai Borboni o magari a se stesso, e infine la “calamità” d’aver scelto Roma per capitale.

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Roma è infatti agli occhi di Piovene soltanto il luogo di una storia antica e interrotta, l’icona inerte di una vecchia fotografia, priva di qualsiasi gloria, figurarsi di quelle imperiali: altro non è che una città “ansiosa, cinica, ciarliera, corrotta, mantenuta, parassitaria”; decisamente narcotica per il resto del paese per via della sua endemica “arretratezza, debolezza e incultura”; e che avendo per unica attività le celebrazioni della politica è diventata “la vetrina vistosa dei vizi nazionali”; e in cui alla vecchia aristocrazia sterile e decaduta si è andato gradualmente sostituendo un nuovo osceno jet-set anche letterario erede delle immagini lustrate della mondanità di D’Annunzio.

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“Dopo la guerra la cultura italiana […], prima divisa ancora tra vari centri, è andata a stabilirsi in gran parte a Roma […]. Questa concentrazione non mi sembra buona e avrei preferito il contrario. Si è formata una cultura romana, con tratti ben distinti, che ha preso il sopravvento dappertutto, compreso il Nord. Ammiro alcuni dei suoi autori, ma amo poco i suoi interessi, il contesto politico, concettuale ed etico su cui si svolge. Ho sempre pensato, del resto, che dall’unità in poi la cultura settentrionale sia stata in parte congelata e sterilizzata da quella che arrivava tramite Roma e che, purtroppo, aveva più netto il carattere di una cultura nazionale e italiana”.

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La vera capitale, al di là di qualche eccentrica idea come quella del geniale Delfini che avrebbe scelto Ferrara, se non altro in quanto l’unica capitale morale, poteva essere Milano, se non fosse a sua volta decaduta, pur più lentamente, negli anni, trascinata giù dagli italiani.

Per Piovene era d’altronde da sempre la capitale di quella che, alla fine, in punto di morte, con le pagine di Contro Roma dovrà riconoscere come la sua vera e unica possibile patria, essendo e sentendosi, più che un italiano, un “veneto-lombardo” o “lombardo-veneto”.

Non a caso sceglierà di nuovo Milano, che, dopo la fine della Serenissima e dopo l’unità italiana, e uscito dunque il Veneto dall’orbita della civilizzazione europea, francese e austriaca, e da una prospettiva mondiale per entrare a forza in quella dell’incivilizzazione italica, presto provinciale quanto Roma, a suo dire, per ogni Veneto era capitale, perché dinamica, continentale, ricca d’intraprendenza, e quindi di soldi.

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Sempre lucido, Piovene non manca però di criticare il Veneto, e Milano, e soprattutto l’affarismo che già negli anni Settanta si era imposto e che, per concentrarsi sul Veneto, farà scrivere a un altro Guido, Ceronetti, in un altro viaggio in Italia, che c’è ora “[n]el Veneto morbidamente cattolico, questo cuneo di ferro di un’anomala religione di Spartiati d’epoca industriale – ospite strano, inassimilato”, un po’ come a proposito di Aquileia, dove dice s’incontrano la romanità, il Cristianesimo e l’Italia, annoterà che una delle tre istanze è del tutto posticcia, “all’ombra della basilica romanica, ma non fusa, […] una terza religione, la guerriera-nazionale, che ha per antifonario il turpiloquio dannunziano”, ovvero “l’impronta romantico-dannunziana che si scorge dovunque, e vi si adatta così male”, che disturbò lo stesso Piovene.

Da Aquileia, e i suoi mosaici, i più belli del mondo, si può partire con Piovene ma anche con altre parole di Ceronetti, stavolta dai Pensieri del tè, che rivelano il grande riferimento del vicentino, vera antitesi di D’Annunzio: “Manzonità, manzonismo di Guido Piovene”.

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Manzoni lecchese e milanese che mai andò a Roma, preferendole Firenze, e Parigi. E francese fu d’altronde il principale modello di Piovene per il suo Viaggio in Italia. Si tratta del Montaigne del Giornale di viaggio in Italia di cui nel 1959 scrisse l’introduzione e che ispirò le modalità del resoconto di un tragitto che dal Triveneto parte…

E il venetismo inizia sfumato nella marca del Friuli: “Aquileia romana, Udine veneziana, Cividale longobarda”, scrive Piovene, e Grado, che, “povero isolotto fuori dal mondo”, immerso tra acque e nebbie, con le sue viuzze e due chiese arcaiche, è già un assaggio di Venezia barocchista.

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Il Barocco era d’altra parte ciò che più era inviso ai Savoia e ai risorgimentalisti, meraviglia troppo cattolica, troppo tridentina, meraviglioso e dunque alieno alla futura unità almeno quanto il Veneto greco che Piovene vede tra il trevigiano e il vicentino, essenza della dolcezza di fondo, pervasiva nella regione, una civiltà che è “forse la più filtrata tra le italiane” e che in virtù del suo cattolicesimo clericale, conservatore ne definisce l’indole, certo sentimentale e molto estetizzante, con un che da fantasticheria da Oriente (“d’una delicatezza che non ha l’Oriente vero”), appagata, teatrale, morbida, narcisista (“voluttà perpetua di guardarsi allo specchio”), autocompiaciuta e accomodante, condiscendente, che ama le sfumature, invece degli estremi, dunque del conflitto, e per questo dolce e mite, quindi antitesi della Toscana…

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Una dominante dolce ma anche elegante (“eleganza contadina”) veronese. Verona: “[l]a piazza delle Erbe, è con quella di Padova, la più bella d’Italia”.

A Padova, dunque, la piazza delle Erbe più bella del Veneto, quindi d’Italia. A Padova, il Prà della Valle, il “Prato”, è forse la piazza più grande d’Europa.

Treviso con le sue donne bionde e curve (“ubertoso linfatismo”) come quelle dipinte da Cima da Conegliano, biondissime e dalle carni bianchissime, come a Vicenza, e infatti tra trevigiano e vicentino, tra le due città simili a isole in terraferma, tra acqua e portici, tra centro e campi, “il venetismo del paesaggio raggiunge in massimo di equilibrio e di grazia, si uniforma fin troppo a un modello ideale per eccesso” nel “residuo di vita principesca rinascimentale, nel senso veneto, s’intende, del lusso bonario, e quale solo il Veneto può conservarlo” – eccesso e residuo “d’arte”, di bellezza, dolcezza e grazia, greco ma alla veneta, ovvio, la cui distillazione più pura si trova in quel di Vicenza…

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Perché per Piovene la sua città è l’esito del Rinascimento di Palladio, “una chimera architettonica nata dalla cultura, dalla fantasia umanistica e dalla vanità di una nichée de gentilhommes estranei alla grande vita politica” e dunque agli antipodi di Roma (in questo Piovene è un po’ ingeneroso verso la sua città nel definirla una piccola Roma), un sogno chimerico divenuto realtà di un aristocraticismo, di un umanesimo, di neoclassismo in cui si può evocare l’Oriente e che conservano un poco di rustico, fondendo e sfumando, con uno stile unico che ha segnato l’architettura a livello non solo italiano ed europeo bensì mondiale, centro urbano e origine rurale, dentro e fuori, portici e colli.

Una vita di cui Piovene è stato uno degli ultimi testimoni.

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“L’unità ha fatto poco, ma è riuscita a far diventare provincia quelli che un tempo erano Stati. Da un lato il mio venetismo si accentua col passare degli anni. […] Se però penso di chiudermi in quella “patria”, ho un senso di meschinità, ristrettezza, sazietà e umiliazione intellettuale. […] Milano mi portava verso una cultura apparentata alla francese. Nel Veneto ho pensato a un tipo di cultura che tirasse fuori il risvolto atrabiliare, nevrastenico e moralistico della nostra storia, […] e insieme aperto alle influenze danubiane e orientali, dato che amo Kafka, e anche Svevo più di Verga. Mi accorgo ora che tutto questo probabilmente è una mia “idée de l’ésprit”. Quest’unità fallita ha provocato solo liquidazioni e ha reso altrettanto penoso lo stare nella casa dove siamo nati e l’andarsene, la cultura dei nostri luoghi e quella nazionale”.

Se Piovene fu “patriota”? Sì. Contro Roma. Per il Veneto.

Marco Settimini

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Guido Piovene, Viaggio in Italia (frammento)

È curioso per me arrivare a Vicenza in veste di viaggiatore e diarista. Vi sono nato; vi ho trascorso l’infanzia e parte della gioventù; le devo e le dovrò forse la parte migliore della mia opera. Appena entro nella città, mi riprende la meraviglia. Il Rinascimento italiano, specie quello più tardo, quando l’architettura obbediva soltanto alla fantasia ed al piacere, ha qualche cosa di chimerico. Ma in nessun luogo, credo, come a Vicenza. Non parlo delle case gotiche, che Vicenza ha in comune con le altre città del Veneto. Accenno a Palladio ed ai suoi scolari, al complesso fastoso di archi, di logge, di colonne. Vicenza non fu sede di principati e signorie; passò da un dominio all’altro, poi si accomodò con Venezia. Qui non vi furono né Medici, né Gonzaga, né Estensi. Potremo scoprire il segreto quando uno storico scrittore, e non solo erudito, saprà darci la storia dell’umanesimo vicentino del Rinascimento. Gli archi e i colonnati sorsero senza nessun altro motivo che la compiacenza estetica, le fantasie lunatiche della cultura, l’orgoglio signorile. In Inghilterra, in America a Charlottesville, dovunque ho trovato i riflessi di questa geniale follia. Scarsa di motivi pratici, e funzionali come dicono oggi, segnò la storia dell’architettura mondiale.

Perciò conoscere Palladio, la Basilica, la Loggia del Capitanio, la Rotonda, il teatro Olimpico, il palazzo Chiericati e gli altri attraverso gli studi è una conoscenza imperfetta. Bisogna vederlo a Vicenza. Una piccola Roma, un’invenzione scenografica, sorge in un angolo del Veneto, in vista dei monti, dalla cultura svaporante in capriccio e dalla vanità patrizia d’un gruppo di signori di media potenza e di scarso peso politico. Sono vanitosi, e Palladio accontentandoli concentra il suo genio sulle facciate e il piano nobile […]. Nasce una città in bianco e nero, con le tinte di un’acquaforte, in un paese dalle luci morbide, rosee, in cui l’aria sembra portare un colore disciolto. L’incanto di Vicenza è nel contrappunto tra la sua esaltazione neoclassica ed il colore veneto, semiorientale. […].

Tutta la provincia è bella. La montagna del Vicentino è d’un pittoresco romantico, con i piccoli orridi tra cui giocano l’acqua e il verde. Altrove si trovano fossili, enormi palme spiaccicate sui lastroni di sasso; ma non so prendere sul serio la preistoria a Vicenza. Sono grato a Bassano, che, a differenza di Pavia, ha ricostruito tal quale il suo ponte di legno, distrutto dalla guerra, famoso quanto l’acquavite che si vende all’ingresso. Solo nel museo di Bassano, ch’è splendidamente tenuto, s’impara a conoscere veramente la grande scuola pittorica dei Da Ponte. Ma preferisco a tutti i Da Ponte un Magnasco, il più bello che esista, lugubre allucinato banchetto di frati nei saloni di un Escoriale.

Il mio cuore resta però sui colli Berici, specialmente nel tratto che sovrasta Vicenza. Salgo al santuario della Vergine miracolosa; gli ippocastani, che mi videro migliaia di volte bambino, sono quasi tutti morti. Fino a pochi anni fa era la passeggiata d’obbligo di una popolazione abitudinaria. Mio nonno la compì due volte al giorno dai venti agli ottantacinque anni. Ecco il santuario, simile a un fondale con molta biacca, il campanile che riversa sulla città un suono di campane, rapido, festoso, lieve come sempre nel Veneto, e così diverso da quello grave della Lombardia. La mia parte dei colli si stende tra il santuario e Arcugnano. […] Questa piccola parte della terra è per me veramente il grembo materno. Trascorrevo le notti su quel pezzo di strada negli anni in cui la solitudine era ancora un piacere. Il mio pensiero era la luna, splendente, rara, come non l’ho più vista dopo; balzavo, volavo con essa; candida quand’era in alto; o verdastra, rossastra, quando tramontava sul piano. Mi pareva allora di avere sotto di me gli spazi eterei, un baratro vorticoso che mi trascinava seco di là dall’orizzonte con quella faccia rilucente. Era un farnetico lunare che mi ritorna come in sogno. […] Una vita, di cui io conobbi gli avanzi, finisce di consumarsi nel tempo e si riconsegna all’eterno; ed io sono forse l’ultimo a renderne testimonianza.

Custoza è un piccolo paese alle falde dei Berici dove un gruppo di ville fu eretto dalla famiglia dei conti Trento. Nelle rupi presso le ville si addentrano alcune grotte, la maggior parte artificiali, cave di pietra fin dai tempi preistorici. Nel Cinquecento esse fornirono l’aria condizionata. Condutture semisegrete, chiamate ventidotti nel linguaggio umanistico, partivano dalle grotte e sboccavano nelle stanze, chiuse da botole dorate. Ne affluivano i venti del sottoterra, di temperatura costante, portando il caldo d’inverno ed il freddo d’estate. Gli abitanti di oggi se ne servono ancora. […]

Graziosi giardini, graziose statue. Ben tenuto però solo il giardino della villa che appartiene oggi al conte Alvise da Schio, il quale possiede le grotte e vi coltiva i funghi, come si usa da due secoli in Francia. In Italia solo in due luoghi, qui ed in alcune catacombe di Roma. Un lungo giro nelle grotte, che si prolungano per alcuni chilometri. La lavorazione dei funghi non consente americanismi, eleganze operaie. Letame di cavallo ben fermentato e commisto alla paglia è la terra su cui fioriscono. Al lume delle lampade nella penombra vedo robuste contadine […].

Le ville vicentine, fatte le dovute eccezioni, per fortuna non poche, per esempio i Nani col Tiepolo e la Rotonda del Palladio, la maggior parte deperiscono e si consumano d’anno in anno; quando non sono già in uno stato di sfacelo, ospitando famiglie di contadini e di sfollati, stalle, granai e porcili. Spesso i salami pendono dai soffitti a buchi sopra le fauci spalancate dei camini cinquecenteschi, figuranti un mostro vorace, o sulle pareti dipinte. La decadenza, un tempo lenta, si è fatta veloce nel dopoguerra. Esposizioni, manifesti, articoli di giornale hanno diffuso in tutto il mondo l’allarme per la gloriosa costellazione di ville che il passato ha trasmesso. […] La civiltà italiana è oggi in gran parte endemica e inconsapevole, l’inciviltà consapevole e attiva […].

Guido Piovene

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