“Le chiedo che il mio libro venga letto e sottoposto alla critica insieme a me da redattori e non da ufficiali del KGB… Scrissi del mio amore per gli esseri umani”. La lettera di Vasilij Grossman a Nikita Chruščëv

Posted on Giugno 28, 2020, 8:50 am
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Nel febbraio 1962, esattamente un anno dopo il sequestro da parte del KGB dei manoscritti del suo romanzo “Vita e destino”, Grossman scrisse questa lettera a Chruščëv richiedendo il suo aiuto. (Qui abbiamo raccontato la sua storia, incredibile, dolente, esemplare).

Al primo Segretario del Comitato Centrale del PCUS Nikita Chruščëv.

Caro Nikita Sergeević, nel mese di ottobre 1960 ho sottoposto il manoscritto del mio romanzo Vita e destino ai redattori della rivista “Znamja”. All’incirca nello stesso periodo anche A.T. Tvardovskij, caporedattore della rivista “Novyj Mir”, ricevette una copia del medesimo. A metà febbraio 1961 ufficiali del KGB si presentarono a casa mia con un mandato di perquisizione e requisirono varie copie e abbozzi del manoscritto di Vita e destino. Simultaneamente, vennero sequestrate anche le copie consegnate a “Znamja” e “Novyj Mir”. Questo segnò la fine delle mie speranze di veder uscire un lavoro, che mi aveva richiesto dieci anni di sforzi, su queste due riviste che spesso in passato avevano pubblicato le mie opere di narrativa. Dopo il sequestro dei manoscritti, ho interpellato il compagno D.A. Polikarpov del Comitato Centrale del Partito. Egli criticò aspramente il mio lavoro e mi invitò a ripensarci e a riconoscere gli errori nocivi in esso contenuti, indirizzando una lettera al CC. È trascorso un anno. Ho a lungo e a fondo meditato sul disastro che si è abbattuto sulla mia vita di scrittore e sul tragico destino del mio libro. Vorrei condividere onestamente i miei pensieri con Lei.

Innanzitutto, devo affermare quanto segue: non sono arrivato alla conclusione che il mio libro non sia veritiero. Ho consegnato al mio libro ciò che all’epoca, così come ancora oggi, ritengo sia la verità. Misi per scritto solo ciò su cui avevo meditato attentamente, solo ciò che io stesso avevo provato e patito. Il mio non è un libro politico. Facendo del mio meglio con le mie limitate capacità, scrissi sulle persone comuni, il loro dolore, le loro gioie, i loro errori e le loro morti. Scrissi del mio amore per gli esseri umani e della mia solidarietà con il loro dolore. Vi sono nel mio libro pagine amare e tragiche, pagine che riguardano la nostra storia recente ed eventi occorsi durante la guerra. Forse è difficile leggerle. Ma, mi si creda, non fu meno difficile per me scriverle. Eppure semplicemente le dovevo scrivere. Iniziai a lavorare al mio libro prima del XX Congresso del PCUS, mentre Stalin ancora viveva. A quell’epoca non sembrava vi potesse essere la più piccola speranza che esso avrebbe potuto venire pubblicato. Eppure continuai a scriverlo. La Sua relazione [cioè il «discorso segreto» in cui si attaccava Stalin] al XX Congresso del Partito mi indusse a credere che il libro avrebbe potuto venire un giorno pubblicato. Dopo tutto, i pensieri e i sentimenti di uno scrittore, nonché il suo dolore sono una parte essenziale di tutto l’insieme di pensieri, dolore e percezione della verità che caratterizzano la società intera.

Quando sottoposi il manoscritto alle due riviste, avevo messo in conto l’eventualità che potessero sorgere disaccordi tra me, in quanto autore, e i redattori, e che questi ultimi avrebbero richiesto che alcune pagine, persino interi capitoli, venissero espunti. Dopo aver letto il mio manoscritto, il caporedattore di “Znamja”, così come i responsabili dell’Unione degli Scrittori, Markov, Sartakov e Ščipačev, mi dissero tutti che esso non avrebbe potuto venire pubblicato, dal momento che era pericoloso. Essi tuttavia non accusarono mai il mio libro di non essere veritiero. Uno di questi compagni disse: «Tutto ciò che hai descritto effettivamente successe, o avrebbe potuto accadere; anche i tuoi personaggi vissero, o avrebbero potuto esistere». Un altro disse: «In ogni caso, sarà possibile pubblicare il tuo romanzo non prima di 250 anni». La Sua relazione al XXII Congresso del Partito rivelò ancora una volta con rinnovata forza tutti i tragici errori che capitarono nel nostro paese durante il periodo staliniano. Le Sue affermazioni confermarono la mia convinzione che Vita e destino non contraddice le verità che Lei ha pronunciato. Inoltre, tali verità sono oggi divenute di dominio del popolo e non dovrebbero essere messe da parte per altri 250 anni. Questo rende ancora più difficile per me sopportare che il mio manoscritto non mi sia ancora stato restituito. Questo libro mi è caro come un figlio è davvero caro al proprio padre. Separarmi dal mio libro è proprio come portare via un bambino dal proprio padre. Un intero anno è passato dacché il libro mi è stato requisito. Un intero anno nel quale non ho cessato di pensare a questo tragico destino e ho continuato a cercare una spiegazione. E se la spiegazione si annidasse nel fatto che il mio libro è soggettivo? Ma dopo tutto, ogni lavoro letterario riflette la personalità del suo autore, a meno che esso non sia altro che un’opera di pessima qualità. Un lavoro letterario non è una mera illustrazione delle opinioni di leader politici e rivoluzionari. Esso può in qualche misura collegarsi a tali idee, talvolta confondendosi con esse, talaltra magari opponendosi alle medesime, ma in ogni caso esso inevitabilmente e costantemente esprime il mondo interiore dell’autore – i suoi sentimenti e le immagini che gli sono care. Un lavoro letterario non può che essere soggettivo. È sempre stato così. La letteratura non è semplicemente un’eco, ma nel modo che le è caratteristico essa ci dice qualche cosa circa la vita e il dramma umani… Ritengo che questo libro possa in qualche modo soddisfare i bisogni interiori del popolo sovietico; esso non contiene menzogne o calunnie, ma solo verità, dolore, amore per gli esseri umani. Un intero anno è passato e non ho idea alcuna se il mio libro sia al sicuro, se esso sia stato conservato intatto o se invece esso sia già stato distrutto o bruciato. Se il mio libro è una frode, allora lo si lasci dire alle persone che intendono leggerlo. Se esso è una calunnia, si lasci dire anche questo alla gente. Si lasci che il popolo sovietico e i lettori sovietici, per i quali ho scritto da trent’anni a questa parte, giudichino ciò che è vero e ciò che è falso nel mio libro. Al momento presente i lettori si vedono negata la possibilità di giudicare me e il mio romanzo nel tribunale più severo che esista – vale a dire i loro cuori e le loro coscienze. Come sempre, è quello il tribunale dal quale vorrei essere giudicato…

Quando mi venne sottratto il manoscritto, mi fu chiesto di firmare una dichiarazione secondo la quale, nel caso in cui avessi mai detto a qualcuno del sequestro, avrei con ciò stesso infranto la legge. Questo tentativo di nascondere tutto ciò che è accaduto al mio libro non è il modo con cui si combattono efficacemente menzogne e calunnie. Non è così che si trattano le menzogne. Ma è il modo caratteristico con cui si cerca di sopprimere la verità. Che cosa sta succedendo? Come si deve valutare tale comportamento alla luce del XXII Congresso del Partito? Caro Nikita Sergeevič! Di questi tempi la gente sta scrivendo e parlando molto del fatto che stiamo tornando agli ideali democratici leninisti. Durante gli anni disperati della Guerra civile, dell’occupazione, del collasso economico e della fame, Lenin creò ideali democratici che per tutto il periodo di Stalin erano sembrati un sogno fantastico. Al recente XXII Congresso del Partito Lei stesso ha condannato senza mezze misure gli atti illegali e crudeli commessi da Stalin. La forza e il coraggio con cui Lei si è espresso incoraggiano tutti noi a credere che nell’odierna società sovietica il livello di democrazia si innalzerà, proprio come accadde ai livelli di produzione del ferro, dell’acciaio e dell’elettricità in seguito al collasso economico che aveva accompagnato la Guerra civile. Dopo tutto, la natura essenziale di una nuova società umana dipende più dalla crescita di democrazia e libertà che dalla crescita della produzione economica e dei beni materiali. Mi sembra che una società autenticamente nuova non possa nascere in assenza di un incremento qualitativo e condiviso della libertà e della democrazia. Com’è possibile di questi tempi che la dimora di uno scrittore venga perquisita e il manoscritto del suo libro sequestrato? Il manoscritto potrebbe anche essere zeppo di imperfezioni, ma esso venne scritto con il cuore in mano, venne scritto in nome della verità e dell’amore per il popolo. E ora l’autore viene minacciato di finire in carcere se osa anche solo esternare l’angoscia che prova. Sono persuaso che anche i più feroci e impegnati critici del mio libro desidereranno ora ritirare le pesanti accuse che mi sono state rivolte, dal momento che essi mi attaccarono 12-18 mesi or sono; vale a dire, prima del XXII Congresso del Partito.

Le chiedo di rilasciare dal carcere il mio libro. Le chiedo che il mio libro venga letto e sottoposto alla critica e recensito insieme a me da redattori e non da ufficiali del KGB. Non vi è alcun senso, non vi è alcuna verità nella presente situazione, nella quale io sono fisicamente libero, mentre il mio libro, al quale consacrai la mia esistenza, rimane imprigionato. Dopo tutto, sono io ad avere scritto il libro e non l’ho abiurato, né mai lo farò. Sono trascorsi 12 anni dacché iniziai a scrivere questo libro. E ancora penso, come pensavo mentre lo scrivevo, di aver scritto il vero. Ho composto il libro a partire dal mio amore e dalla mia pietà per la gente comune, dalla mia fede in essa. Le chiedo che il mio libro mi venga restituito. Distinti saluti,

V. Grossman [firma]
23/02/1962
Begovaja 1a, Edificio 31, App. 1, Mosca
Tel. 3-00-80, interno 16

*La lettera di Vasilij Grossman è pubblicata in: John e Carol Garrard, “Le ossa di Berdičev. La vita e il destino di Vasilij Grossman”, Marietti 1820, 2020