Gregory David Roberts è tornato. L’autore di “Shantaram”, esperto in evasioni da carceri di massima sicurezza, ci spiega come sopravvivere al lockdown

Posted on Aprile 29, 2020, 10:43 am
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L’avevamo perso di vista, dopo L’ombra della montagnaThe Mountain Shadowtradotto, come il best seller (e libro culto) Shantaram, da Vincenzo Mingiardi e in Italia grazie a Neri Pozza. E Gregory David Roberts infatti aveva annunciato, sei anni fa, di ritirarsi dalla scena per “andare verso una reclusione creativa”. E, di colpo, il 21 aprile scorso, alle 18.47, su Facebook, l’annuncio del ritorno, con una guida di un condannato all’isolamento: “After 6 years in spiritual reclusion, Gregory David Roberts is coming back. GDR’s first post, A Convict’s Guide to Isolation Lockdown, will be online in 48 hours”. E la guida, puntualmente, è arrivata il 23 aprile. L’australiano di Melbourne, nato nel 1952, il “James Bond con un bel taglio di capelli”, come l’avevano battezzato, con la sua trecciolina, Gregory David Roberts, il rapinatore a mano armata, l’evaso dal carcere di massima sicurezza che si è rifugiato in India dove ha trascorso dieci anni. Non poteva non evadere, oggi, al tempo in cui tutto il mondo è chiuso in casa alle prese con la reclusione forzata da coronavirus.

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Il suo ritorno al mondo dall’isolamento coincide con l’isolamento del mondo. “Sono molto felice di essere tornato e ho un nuovo lavoro da offrire: un nuovo libro di saggistica sul mio viaggio nell’esperienza spirituale e un album di 16 canzoni”. Ma ne scriverà nel prossimo post. Si vede che è diventato social. Fine del percorso spirituale. In effetti, ha vinto l’ennesima scommessa. Agli arresti domiciliari, mi sento di credere di più a un evaso e a uno scrittore, a un autentico bugiardo, che a mille psicologi. Oltre a ringraziare i suoi fan e i soccorritori, ha un pensiero di gratitudine per le persone “coraggiose e laboriose che mantengono in funzione l’elettricità, l’approvvigionamento idrico, il sistema fognario, la gestione delle emergenze, la sicurezza alimentare, lo smaltimento dei rifiuti e le telecomunicazioni”. In effetti non ci si pensa mai a chi butta via la nostra spazzatura, pericolosamente contaminata. Ma la parte che mi appunto riguarda la sua esperienza da carcerato: è stato prigioniero per dieci anni e in tre continenti. Due anni di pena in isolamento per essere evaso. Ironia della sorte: oggi evasi come lui sono diventati grandi esperti, i consiglieri di chi li ha messi dentro. E giustamente, sottolinea. Perché meritava di perder tempo. Certo che alcuni potrebbero arricciare il naso, offendersi di fronte ai consigli di un cattivo maestro, di uno che è stato in carcere, lui se ne rende ben conto. Ma ci prova comunque a dispensare la sua guida per combattere lo stress da lockdown. Il suo decalogo non è molto diverso dai consigli più disparati che sentiamo ogni giorno alla tivù o leggiamo sui giornali (fare ginnastica, comunicare il proprio stato di salute…). La differenza è che lui parla (almeno così siamo indotti a credere) per esperienza personale. Intanto non aiuta pensare al dopo, a cosa potrai fare quando sarà tutto finito. Trovare un senso nel presente sembra la soluzione migliore, paradossalmente.

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I suoi esempi sono emblematici: “camminare 5 chilometri al giorno in una cella lunga 3 passi. L’ho fatto una volta strappando 100 piccoli pezzi di carta e gettandone uno sul mio letto ogni volta che ho completato 2 giri della cella, poi raccogliendoli e facendolo di nuovo”. In galera, c’era un ladro di nome Fabrizio. L’ha sentito cantare, dalla sua cella di prigione due piani sotto di lui. Iniziava sempre con lo stesso ritornello: “chi canterà con me stasera?”. Come la maggior parte dei detenuti, ha passato tutta la mia prima fase a pensare a cosa avrebbe fatto una volta libero. “Quando esco, lo faccio… Quando esco, lo farò sicuramente… Poi sono fuggito e in realtà ero libero. Sono stato ricatturato, 10 anni dopo”. Negli anni da fuggiasco Roberts ha viaggiato in gran parte del mondo, ha amato ed è stato ricambiato, ha imparato nuove lingue e incontrato molti insegnanti. “Le mie prospettive erano cambiate. Sapevo, mentre ero solitario, che non potevo vivere la mia vita immaginando cosa avessi potuto fare alla scadenza della pena. Sapevo che sarei potuto scivolare sotto la doccia e morire domani. Non vedevo l’ora che iniziasse la mia vita: dovevo vivere nel momento e fare qualcosa di significativo”. Forse è così che si sopravvive all’isolamento domestico. Forse è così che si diventa grandi scrittori. Forse è solo un inno alla fiducia e alla libertà dell’anima, alla libertà di cambiare ciò che siamo e ciò che facciamo. Il bello di Gregory David Roberts è che non perde (quasi) mai la fiducia. Non c’è retorica, dopotutto, nella scrittura, ha copiato da se stesso, dalla sua vita da fuorilegge, contraddittoria e spesa senza coerenza: da brillante studente di filosofia impegnato nella contestazione, da eroinomane e fuggiasco, da evaso a scrittore di fama internazionale. Dopo il fallimento del matrimonio, l’allontanamento dalla figlia, la caduta nell’abisso della tossicodipendenza. La prima rapina a mano armata, con una pistola giocattolo. Altre rapine, la condanna a ventitré anni e la fuga, dal carcere di massima sicurezza, di Pentridge diventando, in un colpo, il best seller dei ricercati in Australia, sul finire degli anni ’70. Evaso australiano, ex drogato e scrittore esattamente come il protagonista dei suoi libri, battezzato Shantaram, “l’uomo della pace di Dio”, anche se sa maneggiare le armi e alzare le mani. Giocare pericolosamente con i coltelli.

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Una parte cospicua della biografia di Gregory David Roberts è diventa la letteratura che abbiamo negli occhi e nel cuore. E che doveva diventare un film con Johnny Depp, che aveva acquistato i diritti del film per la Warner Bros, con Amitabh Bachchan. Eppure, dopo la cattura, nel 1990 a Francoforte, il carcere di massima sicurezza a Preungesheim, l’estradizione in Australia, inizia la redenzione, attraverso la scrittura. Ci si salva solo con la scrittura. Lo rivela nei ringraziamenti del suo primo romanzo, Shantaram: “ho impiegato tredici lunghi tormentati anni per scrivere Shantaram. Le prime due bozze del libro – sei anni di lavoro, seicento pagine – sono state distrutte in prigione. Le mie mani, afflitte dai postumi del congelamento, erano messe a dura prova dagli inverni trascorsi nel reparto punitivo: molte pagine del manoscritto, che conservo tuttora, portano tracce del mio sangue”. All’ombra della montagna, nella luce fatta dalla tenebra del male, c’è la speranza di essere migliori di come siamo, una fiducia che alberga nelle nostre anime, nonostante la dissipazione, senza pace, delle nostre vite. Lo precisa in una nota, che sa di excusatio non petita, l’autore: “Alcuni personaggi del romanzo vivono esistenze autodistruttive. Per descriverli in modo autentico è necessario che bevano, fumino e assumano droghe. Non sostengo l’uso di alcol, fumo e droghe, e allo stesso modo non sostengo il crimine come scelta di vita, e la violenza come mezzo valido di risoluzione dei conflitti. Ciò che sostengo, invece, è lo sforzo di fare del nostro meglio per essere giusti, onesti, positivi e creativi con noi stessi e con gli altri”.

Linda Terziroli