“Era come lui, uno che fa tutto all’oscuro”. Sellerio riscopre Graham Greene. Noi traduciamo uno dei racconti che piacevano tanto a Borges e Bioy Casares

Posted on Ottobre 27, 2019, 10:11 am
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Sellerio procede con la sua marcia a tappe forzate ristampando e ritraducendo Graham Greene. Opera meritoria: quando si ritraduce si afferra di nuovo il corpo in legno di un autore, lo si sbozza, si fanno cadere altri trucioli rispetto a chi ci ha preceduto. La nuova edizione è Il treno per Istanbul, testo breve del 1932 uscito quando Greene aveva ventotto anni. Una traduzione nuova era necessaria e quella di Alessandro Carrera risulta gradevole ed efficace, svelta ma non corriva. Spiace solo veder Greene circondato da autori Sellerio in ghingheri, con note iniziale e coda di curatele. Una roba troppo barocca, anche per Sellerio. Ma la repubblica letteraria… e così sia.

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Due fatti su Greene. Il primo. È un autore a tutti gli effetti, nonostante Sellerio stia facendo la parte dello speleologo che scopre mostri incantati: Greene è semplicemente caduto nell’oblio. I suoi racconti furono tradotti dal poeta Piero Jahier e se permettete, preferisco Greene impiegato del Servizio rispetto a Erich Ambler, comunistello che non toccava palla e scriveva di spie inquiete. Solo che siamo in Italia e siccome Manganelli traduceva Ambler, apriticielo, sembra che i due valessero uguale. Col risultato che ora tocca riscoprire Greene, dopo averlo appaiato ad altri sorci suoi contemporanei. (E poi chi vale più, Jahier poeta o Manganelli?)

Il secondo fatto importante è la scelta di ristampare alcuni testi di Greene anziché altri. Nel prossimo biennio rivedremo in circolazione Il nocciolo della questione, Fine di una storia e Il potere e la gloria e sta benissimo, gli italiani si crogioleranno, dopo gli arancini avvocateschi di Montalbano, con le paturnie da balordi cattolici, da preti stonacati, da traditori incalliti di mogli fastidiose. Buon pro gli faccia: io avrei messo a catalogo, nella ristampa di Greene, Confidential Agent sulla Spagna del 1939 e i suoi racconti. Ma anche qui, le politiche, le linee guida, le filosofie ascetiche…

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Cosa costava, invece di far sproloquiare autori stregati su Greene, mettere in appendice un suo testo coevo? Ci aiuta di più a capirlo, a situarlo nel tempo. C’è uno dei suoi Ventuno racconti del 1930, gli anni germinali di Greene, che serve a intendere la sua struttura mentale. Inoltre, deve esser stato tradotto anche da Piero Jahier per Mondadori solo che tra prima edizione Medusa e ristampa degli anni Settanta il libro ora è uno zombie. Inservibile.

Peccato, perché una di quelle storie fu scelta da Borges e Bioy Casares per la grandiosa silloge I signori del mistero. Scusate se è poco: due letterati che eleggono Un piccolo posto a Edgware road per onorare le loro biblioteche spaziali agli antipodi.

E noi ci scordiamo di tutto, tocca sorbire i giallisti di mamma Italia che discettano su fascismo e antifascismo nel romanzo di Greene del 1932. Ma va’, leggete il racconto qui sotto e poi ne riparliamo. (Andrea Bianchi)

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Graham Greene, Io spio

Charlie Stowe attese che sua madre russasse prima di uscire dal letto. Continuò a muoversi con attenzione e si portò alla finestra a passi leggeri. La facciata della casa era irregolare sì che si riusciva a vedere una luce tenuta accesa nella camera della madre. Però adesso tutte le finestre erano chiuse. La luce di un faro attraversò il cielo evidenziando i cumuli di nuvole e, tra queste, ne venivano esaltati gli spazi scuri, tutto alla ricerca di aerei nemici. Il vento soffiava dal mare e Charlie Stowe riusciva a sentire il frangersi delle onde dietro il russare di sua madre. Una corrente d’aria scostò le tende della finestra e smosse il suo pigiama. Charlie Stowe adesso era spaventato.

Ma il pensiero della tabaccheria del padre aperta sotto i dodici scalini di legno lo rianimava. Aveva dodici anni e già gli allievi della scuola provinciale lo sfottevano perché non aveva mai fumato una sigaretta. I pacchetti erano impilati sotto dodici gradini, Gold Flake e Players, De Reszke, Abdulla, Woodbines e il piccolo negozio giaceva nella foschia di un’aria viziata dal fumo che nascondeva del tutto i suoi viziosi contenuti. Che fosse un crimine rubare qualcosa dallo stock del padre Charlie lo sapeva senza alcun dubbio, ma non amava suo padre; per lui era come irreale, uno spettro pallido e inconsistente che si accorgeva di lui solo in momenti di ipereccitazione e che poi lo consegnava per punizione a sua madre. Per lei sentiva un amore appassionato, di quelli che si vuol dimostrare; la sua figura esuberante e la sua enorme amorevolezza riempivano per lui tutto il mondo; dai discorsi di lei lui la riteneva l’amica di tutti, dalla moglie del rettore alla “cara Regina” tranne però i crucchi, i mostri che affioravano dalle nuvole sugli Zeppelin. Ma l’affetto e il dispiacere per suo padre erano indefiniti come i suoi movimenti quella notte. Aveva detto che sarebbe stato a Norwich, pure non potevate dirlo.

Charlie Stowe non ebbe alcun senso della sicurezza nello scivolare per le scale di legno. Quando scricchiolarono, si strinse il colletto del pigiama. Dal fondo delle scale passò silenziosamente nel piccolo negozio. Era troppo buio per capire il percorso e non osava premere l’interruttore della luce. Per mezzo minuto sedette disperato sull’ultimo gradino col mento sprofondato tra le mani. Poi il movimento regolare del faro si riflesse sulla finestra in alto e il ragazzo ebbe il tempo di fissarsi nella memoria l’immagine della pila di pacchetti, del bancone e del piccolo buco sotto di questo. I passi di un poliziotto sul pavimento gli fecero afferrare il primo pacchetto che gli venne alle mani e si rituffò nel buco. Una luce percorse il pavimento e una mano mosse la porta, poi vennero alcuni passi e Charlie riparò nell’oscurità.

Alla fine riprese coraggio dicendosi in modo stranamente da adulto che se fosse stato preso in quel momento non c’era nulla che gli potessero fare, e magari poteva anche tenersi le sigarette. Ne mise una in bocca e si ricordò che non aveva i fiammiferi. Per un momento non osò muoversi. Per tre volte il faro si riverberò nel negozio, mentre si mormorava derisioni e incoraggiamenti. “Potrei venir impiccato per una pecora – codardo, ti prendono col dito nella marmellata”, queste le esortazioni bambinesche e da persona cresciuta, curiosamente mescolate tra loro. Ma appena si mosse sentì alcuni passi dalla strada, il rumore di alcuni uomini che camminavano rapidamente. Charlie Stowe era abbastanza grande per sorprendersi che qualcuno fosse in giro. I passi si avvicinarono e si fermarono; una chiave si mosse nella serratura del negozio e una voce disse “Se non vi disturba, state zitti signori. Non vorrei svegliare la famiglia”. C’era una nota poco familiare in quella voce senza decisione. Una torcia mandò un flash e un globo azzurrino si accese crepitando. Il ragazzo trattenne il respiro; si chiese se suo padre avrebbe sentito il battito del suo cuore e si chiuse per bene il pigiama pregando “O Dio, fa’ che non mi prendano”.

Da una fessura del bancone riusciva a vedere dove si trovava suo padre, con una mano sul colletto rigido, tra due uomini col cappello a bombetta e coll’impermeabile ben allacciato. Erano estranei. “Prendi una sigaretta” disse suo padre con una voce asciutta come un biscotto. Uno degli uomini scosse la testa. “Non va bene quando facciamo il nostro dovere. Grazie lo stesso”. Parlava con gentilezza ma senza generosità; Charlie Stowe pensò che suo padre doveva essere malato. “Vi spiace se ne prendo qualcuna da mettere in tasca?” chiese Mr. Stowe e quando l’uomo annuì sollevò una pila di Gold Flake e Players dallo scaffale e accarezzò i pacchetti con la punta delle dita.

“Bene,” disse, “non c’è niente da fare, e potrei anche tenermi le mie sigarette”. Per un attimo Charlie Stowe temette di essere stato scoperto mentre suo padre si aggirava nel negozio così lentamente; poteva essere la prima volta che il padre si accorgeva di qualcosa. “Piccolo ma buono come negozio,” disse, “per quelli a cui piace. La moglie svenderà, immagino. Magari i vicini prenderanno qualcosa. Bene, eccomi se volete. Puntualissimo. Prendo il cappotto”.

“Uno di noi viene con te, se non ti spiace” disse gentilmente lo sconosciuto.

“Nessun problema. Qui tutto è tenuto per le mollette. Eccomi, sono pronto.”

L’altro uomo disse con un certo imbarazzo: “Non vuoi parlare con tua moglie?”. La voce era sottile ma decisa. “Non io. Non fare oggi quel che puoi rimandare a domani. Avrà la sua chance domani, giusto?”.

“Sì, sì” disse uno degli estranei che si fece più caloroso e incoraggiante. “Non preoccuparti troppo. Finché c’è vita…” E improvvisamente suo padre abbozzò una risata.

Quando la porta fu chiusa Charlie Stowe andò di sopra in punta di piedi fino al letto. Si chiedeva perché suo padre avesse lasciato la casa una seconda volta di notte e chi fossero gli sconosciuti. Sorpresa e meraviglia lo tennero sospeso per poco quando era sveglio. Era come se una foto familiare fosse uscita dalla cornice facendogli la ramanzina. Si ricordò di come suo padre si fosse tenuto per il colletto e si fosse fatto forza con proverbi, e per la prima volta sentì che, mentre sua madre era rumorosa e generosa, suo padre era come lui, uno che fa tutto all’oscuro e ora si spaventava. Gli sarebbe piaciuto andare di sotto da suo padre e dirgli che lo amava, ma dalla finestra sentì dei passi rapidi che si allontanavano. Era solo nella casa con sua madre, e cadde addormentato. (1930)

Graham Greene

* traduzione di Andrea Bianchi