“Grandi Speranze”. Cosimo sull’albero, il Covid preso a Londra e una irrefrenabile passione per i classici inglesi del ’700. In fin dei conti, è tutta colpa di Calvino

Posted on Ottobre 25, 2020, 10:04 am
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Finita Clarissa, sentendolo un po’ rattristato, Cosimo si fece l’idea che Richardson, così al chiuso, fosse un po’ deprimente; e preferì cominciare a leggergli un romanzo di Fielding, che con la vicenda movimentata lo ripagasse un poco della libertà perduta. Erano i giorni del processo, e Gian dei Brughi aveva mente solo ai casi di Jonathan Wild”.

In fin dei conti è tutta colpa di Italo Calvino.

Verso la fine di novembre dello scorso anno tornai con la mia famiglia a Londra dove vissi per un breve periodo della mia vita. Più che viaggio fu un “pellegrinaggio” dato che era la prima volta che vi rimettevo piede dopo 21 anni. Come richiede la pratica devozionale di questo genere di nostos, ritornai in molti dei luoghi frequentati ai tempi, ma con leggerezza, lieta del percorso fatto e divertita dall’entusiasmo della mia famiglia che si godeva la nuova avventura. Al ritorno a casa, a Parigi, tutta soddisfatta, cercai di procacciarmi prodotti in inglesissimi supermercati. Latte del Galles in cui intingere bustine di tè comprate nella città di Dickens con l’aggiunta di acqua rigorosamente scozzese. Per qualche giorno avrei potuto soddisfare il mio inestinguibile desiderio di trovarmi ancora in una delle città che amo di più al mondo.

Quanto agli scones di cui ci rimpinzammo durante il breve soggiono… dove trovarli a Parigi? Mossa da un inspiegabile desiderio di mangiarne, presi a guardare freneticamente ogni genere di tutorial sul come farli, a cominciare da quello famoso di Mary Berry. In un vecchio video su youtube la regina delle cuoche inglesi si esprime senza ambagi: “It’s much better to be too generous than not generous enough”, dice, versando il latte nel piatto con la farina come se stesse parlando di un trattato di etica. Nonostante l’inspiegabile stanchezza che sentivo ancora dal viaggio, mi accanii a ripetere in modo febbrile la stessa ricetta. A volte un po’ troppo secchi, a volte poco cotti, i miei propri scones non riuscirono a soddisfare le attese. Una cosa accomunava nondimeno i diversi tentativi: dopo averne mangiato un paio, cotti o crudi che fossero, venivo colta sistematicamente da una strana nausea.

Manuela, malata, pare una eroina di Charles Dickens…

Un paio di giorni e diversi tea con scones dopo, mi svegliai una notte con un mal di gola talmente forte da non riuscire più a dormire dal dolore. Non ne soffrivo dai miei 6 anni, e sveglia e inquieta, ripercorsi con la memoria i miei ultimi spostamenti. Mi ero coperta bene in quei giorni, non avevo preso colpi di freddo, non ero uscita. Mi chiesi da dove sbucasse fuori quello strampalato mal di gola. E quando, dopo 48 ore, mi abbandonò così come era arrivato, una strana febbre con dolori diffusi e una tosse persistente e fastidiosissima si sostituì ad esso. Tempo un paio di giorni e mi prostrai a letto devastata da un’influenza che ai miei occhi non aveva senso. Aspettai che passasse fra smanie e insofferenza. Nuovo e inedito, il mio malessere si ostinava a perdurare. Dopo una settimana ero ancora a letto stremata. I tutorial degli scones, le raccomandazioni ad amalgamare gently l’impasto e le immagini di una Londra fatta di fango, sbilenca e stretta sul Tamigi, cominciarono ad affollarsi in modo incongruo nel delirio della febbre alta.

Proprio in quei giorni con il direttore di Pangea avevo perso l’impegno di preparare un’intervista con Elisa Fulco, una storica dell’arte contemporanea che si occupa di “bello sociale”. Non riuscendo ad andare avanti, gli scrissi. La tosse era diventata insopportabile e la fiacchezza mi impediva persino di tenermi in piedi. Decisi di dividere con lui il vaneggiamento. Gli parlai del mio viaggio a Londra, nella mia Londra, che può cambiare quanto vuole: io finirò sempre per schiacciarla nel tempo e ridurla alla città di legno sulle rive del Tamigi in cui Moll Flanders senza né arte né parte percorre le stradine melmose in cerca di un tetto per ripararsi, il medico Philip di Of Human Bondage tenta di guarire i poveracci delle baracche dalle fondamenta putride che temono più di perdere il lavoro che di morire, e Oliver Twist si nasconde fra le gallerie di legno delle bettole dei Docklands mentre il cattivo Bill Sikes muore nella pozza fangosa di Folly Ditch.

Il curioso direttore di Pangea mi propose di scriverne mentre io, sopraffatta dai miei affanni, gli affidavo con solennità l’incarico del mio epitaffio in caso di prematuro decesso.

Dopo aver affrontato anche la perdita dell’olfatto, mi ripresi nel giro di qualche settimana e cominciai a riflettere sulla mia ossessione per la letteratura inglese del ’700 (e anche sul fatto che avessi probabilmente contratto a Londra il Covid i cui primi casi in Europa si fanno ormai risalire al novembre del 2019).  

Dicevo, appunto, che è tutta colpa di Calvino!

Quando eravamo bambini Mamma leggeva a me e mio fratello le fiabe popolari italiane da lui raccolte. Grattula Beddattula, Giricoccola, La Ragazza Mela o La Figlia del Sole, hanno costellato la mia infanzia. La lettrice che divenni verso i 15 anni scoprì che Italocalvino non trattava solo di storie magnifiche, ma che scriveva anche libri suoi. Allora mi dissi che non doveva essere poi tanto male questo scrittore raccoglitore di favole. Fu sempre mamma che mi parlò con entusiasmo di un romanzo scritto proprio da lui: il racconto di un ragazzino un po’ più giovane di me che il 15 giugno del 1767 decise di salire su un albero a causa della minestra di lumache della sorella, e che dall’albero non ne scese più. Che storia! C’era di che appassionarsene alla follia. Quel gesto di mettere un paio di metri fra sé ed il mondo incarnava alla perfezione il mio istinto alla ribellione. A sei anni appena compiuti litigai con il direttore della mia scuola elementare perché aveva impedito ad alcuni bambini di giocare in cortile, mentre ad altri, fra cui suo figlio, era invece concesso. Il mondo degli adulti mi era sempre parso un luogo di incoerenza: dipendeva da me ristabilirne uno scampolo di congruenza. La ribellione di Cosimo che costretto a mangiare un piatto di lumache scappa sull’albero per restarvi tutto il resto della vita, incarnò ai miei occhi l’idea stessa della rivolta. Me ne appassionai con trasporto. Le letture di Cosimo sull’albero, divennero le mie. Fu allora che la letteratura inglese del ’700 irruppe nella mia vita. Swift, Richardson, Fielding, Sterne e Defoe, divennero per me una specie di ossessione. Cosimo legge Clarissa di Richardson al povero brigante Gian dei Brughi che, rapito dalla storia, si tedia delle rapine, e Jonathan Wild di Fielding, il giorno della sua esecuzione. Nella contrada sperduta in cui si ambienta Il Barone Rampante, i romanzi di Richardson e Fielding dovevano rappresentare delle vere primizie negli anni ’60 del ’700.

Una volta adulta, la fresca attualità dei titoli e delle trame scelti da questi autori imparruccati e dall’aspetto severo continuarono ad incantarmi: Pamela, servetta dalla virtù adamantina che scrive lettere disperate ai genitori per denunciare le insistenze del padrone e finire per innamorarsene, la giovane Clarissa, che spera di fare un buon matrimonio per ritrovarsi imbrigliata fra le pieghe di un amore torrido con l’uomo che avrebbe dovuto salvarla, Moll Flanders, nata povera, determinata a scongiurare con ogni mezzo una vita di miserie e stenti, Amelia, la moglie sagace che salva il marito con la propria abilità, o Schamela, la perfida servetta, ignobile alter ego della virtuosa Pamela. Il mondo femminile viene esplorato con umorismo e accuratezza mentre la vivacità spontanea dei personaggi crea imprescindibili immaginari. Quanto debba la letteratura europea ai romanzi inglesi del 700 è cosa ormai nota.

Scrive Pino Bava nell’introduzione dell’edizione italiana di Gionata Wild il Grande, edita da Rizzoli nel 1958, “Un giornalista avventuriero (Defoe), due ecclesiastici (Sterne e Swift) e un giudice (Fielding) guidano il ballo della letteratura inglese dell’ultimo Seicento e del primo Settecento; spirito critico e fantastico (…), avventure piacevoli e strambe (…), rispetto della morale più che della moralità e i fatti proiettati fuor dei limiti ristretti della funzione immediata per farli assurgere, sovente, a valore universale”. Io introdurrei anche il tipografo Richardson ed il quadro sarebbe completo.

Magistrato, giornalista, tipografo, prete avventuriero, professioni sature di quotidianità ed espresse da un’arte in cui i personaggi si dibattono fra allegoria e realtà, sfidati dai rivolgimenti di una società in piena contraddizione sociale.

Riflettendo sul mio sguardo di adulta sul mondo, mi rendo conto di dovere moltissimo all’umorismo pungente dei personaggi di Sterne e Fielding, alla satira di Richardson, ai paradossi di Defoe. La loro intuizione della realtà sociale, l’attenzione alle più sottili sfumature dell’animo umano ed il senso etico che ne sta alla base hanno strutturato le mie angosce, organizzato le mie emozioni, predisposto i miei desideri per insegnarmi che in fin dei conti le cose su cui piangere nella vita sono ben poche.

Ancora oggi, quando qualcosa mi opprime davvero, mi basta aprirne una sola pagina e leggere di Tristram Shandy che pensa di esser nato gracilino perché al momento del concepimento il padre non ha dato la corda all’orologio, per intuire che il mio dolore non può stazionare eternamente nel cuore. Che deve prendere aria fuori, giù in strada. E che con ironia si può affrontare anche la più nera delle notti.

Manuela Diliberto

*In copertina: John Singer Sargent, “Madame Paul Escudier”, 1882