“Gatsby, nella sua grandezza, assiste da spettatore al patetico spettacolo del mondo”. Dialogo con la filosofa intorno al capolavoro di Fitzgerald

Posted on Giugno 07, 2019, 6:27 am
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Di Gatsby, il Grande, abbacina la bianchezza, come se fosse un Moby Dick in statura umana, l’inafferrabile esigenza della purezza. Nella versione del Grande Gatsby secondo Alessandro Pugliese, usata per la nuova, splendente edizione del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald (Marietti 1820, 2019), la parola bianca ricorre 18 volte e la parola bianco 9. Il bianco è censimento di momenti capitali – quando Gatsby bacia Daisy, “e l’incarnazione fu completa”, l’atto accade in “una notte d’autunno… e il marciapiede era bianco al chiarore della luna” – oppure il sigillo che sancisce l’importanza intoccata del personaggio – la casa dell’adorata Daisy è bianca, e da giovane, concupita da tutti, “vestiva di bianco e possedeva una roadster bianca”. D’altronde, Gatsby sfreccia su una macchina bianca, “in un vestito di flanella bianca”, sa che i soldi servono per lo sperpero di sé verso l’amore atteso, attonito e impossibile, che il lusso è un culto di cui altri si sfamano, per lui, il Grande, conta l’aristocratica bianchezza, la nudità. Il bianco come flagello dell’ornamento e dell’accessorio, in precipizio al necessario. Nel fatale film del 1974, è icona l’immagine di Robert Redford e di Mia Farrow, entrambi biancovestiti, una fiamma albina a ustionare il mondo, il mondano. Anche il tempo ha un biancore: si parla della “nostra bianca adolescenza”. Gatsby, in effetti, è il candido Parsifal, puro & folle, alla cerca di Daisy, il Graal: ma tendere a ciò che salva, innocentemente, uccide. Il genio di questa nuova edizione del Grande Gatsby sta nella nota di Carola Barbero, che insegna Filosofia del linguaggio a Torino e che verso la Filosofia della Letteratura (così un suo libro, Carocci, 2013) protende la sua ricerca. Una sua frase, in particolare (“Quanti riescono a vivere l’assenza dell’altro come acuta presenza di qualcosa, tenendone traccia giorno dopo giorno? Pochissimi. Per mancanza di coraggio e di grandezza”), mi ha docilmente costretto a contattarla. Intrecciata a quest’altra, di Fitzgerald – “Non c’è incendio così grande o gradazione di gelo che possa sfidare ciò che un uomo custodirà in fondo al suo cuore spettrale” – ha creato in me una specie di turbamento estatico, che ha richiamato, a trafiggermi, una falange di Achab. (Davide Brullo)

Lei si fa la domanda più vasta – che cos’è l’amore? – transitando per Gatsby. Che cosa la attrae di quel romanzo?

Del romanzo di F.S. Fitzgerald The Great Gatsby mi ha attratto la purezza del protagonista, un uomo che vive cercando di realizzare il proprio sogno, un sogno d’amore che ha un nome, “Daisy”, e un colore, quello della luce verde che brilla sul pontile della casa di fronte alla sua.

La cito: “In un mondo pieno di maschere è il solo ad avere un volto”. Mi spieghi. Qual è l’archetipica identità di Gastby, perché ci parla con tale intuitiva potenza?

Gli altri personaggi hanno una maschera nel senso che recitano talmente a memoria la parte che la società gli ha cucito addosso che hanno perso la loro identità. Gatsby è l’unico che non ha nessun ruolo da recitare e che, nella sua grandezza, assiste da spettatore al patetico spettacolo del mondo. Gatsby ha una identità perché non solo sa chi è, ma sa anche che cosa vuole e che cosa può renderlo felice.

La cito ancora: “Perché se ciò in cui abbiamo sperato si realizzerà, allora avremo la felicità (oltre alla salvezza), se invece non accadrà, avremo comunque avuto la fortuna di credere e sperare in qualcosa”. Ma l’assenza di felicità non inizia proprio quando otteniamo ciò di cui abbiamo brama?

Quando otteniamo ciò che abbiamo sognato tutta la vita (per cui abbiamo aspettato, lottato, sofferto, lavorato), se abbiamo l’intelligenza e la capacità di riconoscerlo, siamo felici. Semplicemente felici. Non si tratta della realizzazione di un desiderio passeggero o di un capriccio, ma di un sogno sedimentato in fondo al cuore, l’unico per il quale si valsa la pena scommettere tutto ciò che avevamo.

C’è un’altra sua frase che mi conquista, questa. “Quanti riescono a vivere l’assenza dell’altro come acuta presenza di qualcosa, tenendone traccia giorno dopo giorno? Pochissimi. Per mancanza di coraggio e di grandezza”. Sembra quasi che l’amare sia proprio qui, fare tenda, attendere, tendere il fuoco nell’assenza. È un amore vasto, che sa di clausura, che sa di dedizione religiosa. Mi spieghi.

Nei suoi Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes sapientemente domanda “Sono innamorato? – Sì, poiché aspetto”. Chi ama conosce il valore dell’attesa; valore che troppo spesso viene messo in discussione e riempito con qualsiasi cosa, pur di non sentire il silenzio e la solitudine. Ma l’amore che si sa aspettare e che si fa aspettare non conosce sostituti né surrogati, è un amore al quale occorre essere infinitamente e incondizionatamente devoti, perché non c’è nulla che sia più importante. Come recita quel verso di Emily Dickinson, “Che l’amore sia tutto quello che c’è, è tutto ciò che sappiamo dell’amore”.

In Gatsby c’è anche il tema, mi pare, del passato che non può tornare uguale a se stesso, dell’oro della giovinezza inevitabilmente sciupato, nonostante il benessere, e poi la spinta verso l’incendio del futuro. C’è, insomma, il tema del tempo. Anche questo ha a che vedere con l’amore… Mi dica.

Il tempo, spiegava Edmund Husserl nelle sue Lezioni sulla sintesi passiva, è come una stella cometa: la coda è il passato, il centro pulsante il presente e la luce proiettata in avanti il futuro. L’Amore di cui Gatsby è uno splendido esempio non ha paura del tempo che passa (e infatti tiene minuziosa traccia dei giorni che lo hanno separato dalla sua Daisy), forte dell’idea che sia addirittura possibile cambiare il passato (che dipende in qualche modo dal presente dal quale lo osserviamo). Può darsi che non sia così, ma ci conviene credere che il nostro tempo – passato, presente e futuro – sia nelle nostre mani: solo così smetteremo di cercare alibi e proveremo, infine, a vivere.

Lei usa ‘abusare’ della letteratura come contenitore di scintille filosofiche. Così hanno fatto, tra i vari, Sestov, Bataille, Heidegger, Benjamin. Qual è la carica filosofica della letteratura, a suo dire? E poi, che cosa intende per letteratura e cosa legge, oggi, tra i contemporanei?

La letteratura, come diceva Aristotele della poesia, narra di cose che possono accadere; per questo è più universale e potente della storia che narra ciò che è accaduto. Questo significa che grazie alla letteratura possiamo riflettere su corsi alternativi dell’esistenza e, al contempo, capire che cosa vuol dire vedere il mondo da un punto di vista differente. Come sapientemente osserva Hilary Putnam in Literature, Science and Reflection, “Se io leggo Viaggio al termine della notte di Céline non imparo che l’amore non esiste, che tutti gli esseri umani odiano e sono odiosi […]. Ciò che imparo è vedere il mondo così come appare a qualcuno che è sicuro che l’ipotesi sia corretta. Vedo quale plausibilità ha l’ipotesi; che cosa potrebbe succedere se fosse vera; come qualcuno potrebbe pensare che è vera. Ma tutto questo non è ancora conoscenza empirica. Tuttavia non è nemmeno corretto dire che non si tratta di conoscenza, poiché essere consapevoli di una nuova interpretazione dei fatti […] è un tipo di conoscenza. È conoscenza di una possibilità. È una conoscenza concettuale. […] Pensare a un’ipotesi che non si era presa in considerazione prima è una scoperta concettuale; non è una scoperta empirica, sebbene possa trasformarsi in una scoperta empirica se l’ipotesi dovesse rivelarsi corretta”. Che cosa intendo per “letteratura” è una domanda troppo difficile, dovrei richiamarmi ai vari generi e alle diverse teorie filosofiche proposte per trovare una risposta, correndo il rischio di risultare poi noiosa. È più facile dire che sto leggendo in questo momento: D.F. Wallace, R. Gary e R. Saviano.  Appena finito L’eterno marito di F. Dostoevskij e Cento poesie d’amore a Lady Hawke di M. Mari.

*In copertina: Robert Redford e Mia Farrow in una fotografia di scena dal “Grande Gatsby” cinematografico del 1974, diretto da Jack Clayton e scritto da Francis Ford Coppola