“Il Signore delle Mosche” in gioventù fu un Signor Poeta (Ted Hughes lo adorava). Ovvero: la vita lirica di William Golding

Posted on Febbraio 16, 2020, 10:51 am
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Mentre ricercavo i saggi del Nobel 1983 William Golding raccolti in Hot gates mi sono imbattuto in una sua poesia giovanile. Aveva 23 anni e combatteva a Oxford coi numi tutelari della poesia inglese: sfotteva, per la precisione, il poeta classicista Alexander Pope nel 1943 usandone lo stesso verso, il rinomato couplet ABAB. Era un gesto sgraziato ma molto appropriato.

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Eppure Golding, nato nel 1911, aveva queste esuberanze e il suo primo libretto di Poems è andato alle aste lussuose di Sotheby’s. Nemmeno il cavalleresco archive.org ha fatto a tempo, sinora, a procurarsene una scansione. Nemmeno Hughes trovava il libretto e allora Golding lo trasse dall’oblio mandandogli una copia della poesia per Pope.

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La poesia di Golding è disponibile al numero 7, fascicolo 1 della Ted Hughes Society che racconta come la poesia fosse ‘seminal’ (noi diremmo ‘fondativa’) anche per il giovane & pimpante Ted Hughes. Traduco senza rendere il verso ABAB per non adulterare il senso. Ci senti il confronto coi classici più che coi modernisti e qui misuri le sue ambizioni di scrittore.

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Camminava nel parco il Signor Pope –
Cespi potati di fiori
Acconciavano il buio ben disposto
Dove marciavano in combinazione cavalleresca le ore.

Stavano silenziosi gli alberi, a due per due
Come pagode rizzavano le teste
Da sopra ben acconciati rovi di allori
E ben disposti letti floreali.

Poi dal quieto sentiero di ghiaia –
Ché il Signor Pope rifuggiva le zollette di stronzi –
Il gentiluomo ritrovò il suo cammino
Per levarsi il cappello innanzi a Dio

‘Caro Signore’ disse ‘debbo confessare
Che questa terra è castamente ordinata
Ma una cosa non fa onore alla sua gentilezza –
Le stelle sono un poco fuori mano’ –

‘Se danzassero un minuetto
Invece di vagare selvagge e libere
O se ne stessero in fila tutte in ordine e linde
Come sarebbe squisito il cielo!’

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Al caro Hughes piaceva precisamente il ritmo di questa poesia, come scrisse a Golding. Gli andava anche a genio il verso “eschewed the rod”. Nel suo diario inedito alla data 12 dicembre 1987 Golding scrisse: “A volte capita di credere se non sia il caso che scriva dei versi, giacché si ritiene che io sia un poeta-romanziere: anche a Hughes piacciono i versi su Pope. Cosa sto aspettando?”. La risposta se la diede nel diario dopo aver visto la biografia scandalo della Stevenson su Silvietta Plath (1990): “La poesia è ancora per me un mistero nel senso sbagliato”. E perciò, come diceva Sanguineti rimettendosi addosso l’ultimo velo di pudore: le parole sono importanti, non sciupatele.

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Dietrofront, contrordine compagni! Il romanzo sembra preservare, agli occhi di Golding, dalla pazzia insita nel gesto poetico. Ma allora come la mettiamo con la poesia della realtà? Quando vedi un poeta che al servizio funebre di uno scrittore ne legge un romanzo con piglio ispirato? Andò così ai funerali di Golding. Hughes lesse Uomini nudi (1955), il sequel del Signore delle mosche che sta a catalogo Mondadori non ristampato dal 1991. Per Hughes il romanzo, disse alla cerimonia nel 1993, era “una terra sepolta e al tempo stesso una fonte di magma bollente, ha una radiazione che ti sprizza addosso persino dai dettagli della sintassi”.

Carey che scrisse la biografia di Golding racconta che nella cattedrale di Salisbury Hughes diceva vicino al corpo ancora caldo dello scrittore che “nonostante scrivesse in prosa, era un poeta dall’immaginazione tragica che sentiva la presenza di un’altra vita, una vita mitica che sta dietro le nostre personalità”. Poi il biografo infioretta e mostra Hughes che legge Uomini nudi e la sua voce si fa gigante tra le colonne gelide della cattedrale. (Cattivo gusto dei biografi che, come Pope nel giardino, schivano le cacche).

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Qui si traduce un poco di Golding saggista, riverito da quel matto di Anthony Burgess. Sono testi ondivaghi, nella tradizione insulare di Charles Lamb, come dire un nostro ‘minore’ dell’Ottocento del genere di Berchet. Anche se è proprio il genere ‘saggio’ a mancare in Italia, con quel piglio, quel gusto per il dettaglio che spiazza. Ci andava vicino, per fare un esempio, Antonio Ranieri nelle sue memorie su Leopardi, raccontando che Giacomo entrando in chiesa si segnava sempre con l’acqua santa. Tutto serve con gli scrittori: in Hot gates Golding scrive pagine e pagine della sua paura di andare dal barbiere da bambino. (Andrea Bianchi)

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William Golding, Croci poetiche

Chi non ha ma forzato le parole entro un sentiero non ha idea dell’orgoglio gigantesco del giovane uomo che vuol essere poeta. Non cambierebbe gli spazi nemmeno per fare l’eroe. Non li cambierebbe per nessuno, a meno che questi non sia un altro poeta. Quando ero giovane credevo di appartenere a questa eletta compagnia. Ricordo ancora come vedessi i miei compagni nella nobile schiera che popola le antologie poetiche. Ricordo come camminavo allora, come correvo (piuttosto) tutto per questa convinzione, rapito da una frase, da un concetto. Ricordo il rispetto reverenziale con cui contemplavo il primo gruppo di versi che avevo finito, ritenendoli poesia. Non mi avrebbe nemmeno aiutato una classe di scrittura creativa perché avevo quel genere di timidezza virginale nel confessare che avevo chinato la schiena per un lavoro simile. Soprattutto perché non mi sentivo in competizione coi viventi quanto semmai con Keats e agli altri romantici, i quali comunque non si accorsero mai della cosa, e questo rese più pacifica la competizione.

Un amico mi propose a un editore per la pubblicazione, avevo 21 anni [ne aveva 23, ndr] e a quell’età nessuno resiste. Mi aspettavo un tuono di recensioni e mi tappai le orecchie, ma non arrivò nulla. Capii come fosse ordinario tutto quanto. Troppi piccoli libri di poesie escono ogni giorno e vanno dritti al genere del ‘pulp’ (…) Rifiutai il peso spettacolare della croce poetica. Mi accontentai di vivere con la coscienza degli uomini comuni, e non degli eletti. Certo non mi sono scrollato di dosso la croce tutta in un momento, ma ora la riesco a portare con un lacciuolo al collo. Solo a volte, quando incontro il Signor Tizio o il Signor Eliot o il Signor Auden, sento qualcosa al collo che brucia un poco.

William Golding

*traduzione di Andrea Bianchi

**In copertina: William Golding (1911-1993) è stato onorato con il Nobel per la letteratura nel 1983