“Gli intellettuali sono misogini e la cultura italiana è consolatoria. Quanto a me… sono bakuniniana, ingestibile e non posso fare a meno di Dio”. Intervista scorretta a Veronica Tomassini

Posted on settembre 06, 2018, 10:18 am
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“A precipizio, cara Veronica”, le dico. E non la conosco. Di Veronica Tomassini conosco e riconosco soltanto il talento della lince nella selva del linguaggio. In verità – non m’importa di altro. Qualche giorno fa, su Linkiesta, nella rubrica in cui stronco un libro e ne esalto un secondo – troppo facile parlare sempre bene dei libri, troppo facile dirne sempre male – ho scritto, papale, che Elena Ferrante mi pare un ferro vecchio, è più eccitante la rubrica del cuore di una rivista femminile. Al contrario, la Tomassini che, letterariamente, non è nata ieri (Sangue di cane è edito da Lurana nel 2010; L’altro addio l’ha stampato Marsilio l’anno scorso), ha vertigini negli occhi, aghi sotto le unghie, verbi capaci di ulcerare, di sanare, di benedire. Apriti cielo. Il bon ton dei benpensanti della cultura ha vangato improperi, m’ha sotterrato nel tombino del livore. Amen – sia lode ai bestemmiatori – significa che abbiamo toccato il punto esatto da cui far sgorgare la luce. Perciò, eccoci. Stano Veronica dal suo eremo siracusano – la immagino vera icona degli intoccabili, una specie di santa elettrica che fa colazione tra gli estremi, che fa dell’emarginazione e dello smarginato il pasto. Finalmente, il vento delle cose ultime, che ha sentore di sale, il sapore del giusto. (d.b.)

altro addioNoi non ci conosciamo, giusto? Io ho sentito l’odore della tua scrittura, me ne sono deterso. E basta. Questo forse crea fastidi. Sul ruolo dell’invidia e della piccola crudeltà nella letteratura contemporanea: dimmi.

La misoginia degli scrittori, di alcuni. La segreta misoginia dell’intellettuale medio, o persino del cinico spinto, che ha paura delle donne? Del cripto qualcosa. Sono piccole crudeltà forse. Forse peggio delle orde di haters che digrignano i loro denti stupidamente e che non mi hanno risparmiato, per un pezzo, per un post, scomodando collettivi come i Wu Ming (presero le distanze, dalla slavofoba, a un mese dall’uscita del mio romanzo, l’anno scorso, niente male come intro) o giornalisti come Fulvio Grimaldi che in un suo scritto mi diede della razzista hitleriana o neofita dell’eugenetica Usa soltanto perché mi sono avventurata in un’analisi “letteraria” di Igor Vaclavic (il bandito, detto il russo, ricordi?). O altra gente così. Le prese per il culo articolate di Guia Soncini, le sua biografie allegre che scopro per caso. Le ho augurato di non diventare buona, casomai, più che altro per non perdere la ragione, o un adeguato posto nel mondo. Dovrebbe lanciare altrimenti margherite ai passanti o confezionare torte di mele. Sarebbe un disastro. Le cattiverie. Le allusioni dopo il tuo articolo su me e Elena Ferrante. In quel caso allusioni tutte femminili. Ma chi se ne importa.

Voglio farti parlare di politica. Da che parte stai? Che mondo è quello che vedi? T’importa il blabla dei SalviniDiMaioConte(contechi?)FicoBerlusca? Cosa rispondi: l’uscita dal mondo, lo sberleffo, la presa di posizione?

Io da che parte sto? Sto sorridendo mentre rispondo così: io sto fuori la porta. Come sempre. Ho votato il movimento, bisognava votare. L’orchestrina del Titanic-Pd stava per affondare. Bene, bravi, avrebbero suonato l’ultimo adagio? Inabissati. Voglio crederci al cambiamento, sono una visionaria, non lo so, qual era l’alternativa? Di Maio ha una faccia simpatica, dice delle cose che condivido. Nell’insieme credevo nel cambiamento, sennò uno muore. O cambi o muori. Non ho votato Salvini. Non sono di destra e non sono di una sinistra con le mani da signorina. No. Non ho mai avuto una tessera di partito. Tendenzialmente anarchica, idealmente prossima ai compari di Metello Salani (il Metello di Pratolini), del rione San Nicolò. I rivoluzionari di piazza Piattellina o Santa Maria del Fiore. Bakuniniana. Poi invece vivi in questo mondo rivelato. Fattene una ragione, bellezza, mi dico. Un mondo di socialmente indignati, facebookianamente “indignatori”, che marciano a suon di aforismi sbagliati, di iniziative gastronomiche discutibili, arancini per tutti e per la Diciotti, al porto di Catania. Intanto un paese senza Welfare State accolse con cattedratiche ovazioni l’irreprensibile del Loden e la sua claque di reindirizzatori. Lo ricordiamo questo bel preambolo? E Senza colpo ferire. Oggi le nostre resistenze da ricettario dovrebbero finire nei libri di storiografia o di Storia perché no, insieme con memorie fortissime come l’eccidio di Avola, vere rivolte con scioperanti armati di orgoglio da una parte; mentre noi ci presentiamo alla contemporaneità sollevando ferocemente sul taglio dell’orizzonte guantiere di soufflé siciliani. La grande Storia calata negli effluvi di una pasta al forno catanese (sarebbe stato il secondo passaggio?). Così riempiamo le piazze, issiamo gonfaloni accasciati amaramente su una presunta millantata tristezza civica, eppure è solo noia; saliamo su ipotetici bastioni del ridicolo e non lo sappiamo (che siano bastioni del ridicolo), come quando si è felici: qualcuno ce lo deve pur far notare che lo siamo. Felici. O ridicoli. Ci battiamo il petto seguendo il topic del momento.

TomassiniDa scrittrice: ti affascina il potere (da studiare e da stanare) o la vicina con gli ultimi, i senza scampo, gli intoccabili?

Sono totalmente disinteressata al potere, ai soldi, a chi li detiene. Vivo sotto la soglia, non è che i soldi non mi siano necessari. Devo vivere, ho un figlio. Ma il potere e i soldi non sono un mito, una religione. Letterariamente mi annoiano a morte. Finisco con gli imperdonabili. Io sono un’imperdonabile. Mi hanno detto questo: potresti essere la Bess de Le onde del destino di Lars Von Trier. Cioè è verosimile che la mia logica confini con quel tipo di ottusa innocenza. Sentimentalmente preferisco finire con gli imperdonabili. I poveri. A volte ripeto un’esortazione: i miei amati poveri. Non è vero, non sono i miei amati poveri. Lo erano per una mistica, una sorella, lei li amava davvero. Io non lo so, non so se riesca davvero ad amare qualcuno. Il mio amore è insicuro, ha ambizioni universali, ma spesso è autistico, sordo. Però chi mi circonda appartiene a una comunità (o è un’enclave?): sono gli imperdonabili, restituiscono la reiterazione di un oltraggio, strisciano sulle ginocchia, hanno le labbra tumide di vino, indossano uno strano profumo, di vento e di una vita amena, primitiva, finiscono a botte, in una rissa. In una rapina. Devono chiedere scusa, sempre. E lo sanno fare. Dovrei invertire la tendenza, ho l’età giusta per farlo.

Credi in Dio? Credi in qualcosa? In che cosa credi? Un giorno mi parlasti della Consolazione… cosa agita la tua scrittura e da quale ambizione è mossa?

Dio è una continua preghiera, nella mia testa. Come fai a vivere senza Dio? La nostalgia, l’amore, la mancanza, l’assenza, cosa sono se non la deduzione dell’Eterno? Cos’è la nostalgia? Perché tendiamo all’amore? Basta leggere Sant’Agostino e le domande risuonano perenni e irrevocabili. Hanno una sola risposta: Dio. La mia scrittura forse nasce come testimonianza di Lui. Le storie che racconto nella mia vita furono straordinarie, consegnavano verità terribili e misericordiose. La misericordia è una rivoluzione. L’amore sconsiderato dell’Uomo dei Dolori è un gesto di dissidenza. La Consolazione è una grazia. I segni li riconosci, la Consolazione alla fine di un pianto inenarrabile, di una tristezza profondissima, arriva come un salmo in cui gettarsi.

Del mondo letterario odierno ti frega qualcosa? Cosa leggi, cosa hai letto, chi frequenti, cosa pensi della ‘cultura’ italiana?

Vorrei vincere un premio. Voglio vincerlo, ma poi faccio di tutto per riuscire fuori dai giri, per dire cose sconvenienti, per dire e basta. Invece di tacere. Diplomazia, accuratezza, equilibrio. Macché. Sono ingestibile. Così non frequento nessuno, geograficamente lontanissima da dove succedono le cose. La cultura italiana? Consolatoria, normalizzante, timorosa del pensiero, più che altro di non trovarlo più, impallato in ragionamenti da editor imberbi che vorrebbero rendere democratica l’eccellenza. La democratizzazione del talento è già in corso da un pezzo, è il grande male, può darsi. Negli ultimi anni leggo testi sacri perlopiù. Ma le mie letture sono stati i maestri russi, il realismo russo, il nostro neorealismo. Gli americani Evan Hunter, Saul Bellow, Henry Miller. I naturalisti francesi. I classici.

Se il dolore non ha riscatto e una parola non fa risorgere altro che la mancanza: perché scrivi?

Perché non so fare altro.