“Gli esseri umani sono tutti schifosi…”: lite a cena – in un nirvana alcolico – con una tizia che spera nell’estinzione dell’umanità. Ma un canto di Leopardi vale più di lei…

Posted on Ott 06, 2018, 12:48 pm
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La tizia mi attacca poco dopo il tortino di funghi, affogato in crema di formaggio. Se non sbaglio è al terzo bicchiere di rosso. La cena segue l’inaugurazione di una mostra: gli artisti, come si sa, se gli si sussurra ‘c’è la cena gratis’ si portano appresso uno scodinzolante caravanserraglio di amanti – uomini – e di amazzoni. Io sto a un capo del tavolo, lunghissimo, all’altro, una ragazza, avrà trent’anni, alta, parla in francese, dalla bellezza scaltra. Non faccio nulla per avvicinarla – ci sono cose che meritano di essere semplicemente contemplate.

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Viso piccolo e segato da due rughe rapaci ai lati delle labbra, naso che buca l’aria, caschetto militare, poco meno di cinquant’anni, valuto. “Amo il mio cane più di ogni uomo”, mi dice, senza curarsi del compagno/marito al fianco, artista piuttosto dimesso, che si vanta, “dopo la mia esperienza in Lotta Continua, non sono mai andato a votare”. Bene. Lei fa il maschio, intuisco. La tizia si occupa “di critica d’arte”, quando dico che firmo su il Giornale fa un salto a lato e io, che non ho voglia di discutere con il resto del mondo visto che metto già in discussione me stesso, le dico che firmerei volentieri anche sul Manifesto, non manifesto alcuna ideologia, e forse è questo il problema.

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Probabilmente, ispiro una sana forma di violenza. Di punto in bianco, mentre spero, al quinto bicchiere di rosso, che il vino mi porti in un aldilà dell’idiozia, la tizia mi attacca. Ho capito la sua natura dal cagnetto che possiede ostentandolo come il suo più efficace amante: piccolo, nevrotico, una specie di rettangolo – basso, lungo – orientato alla rabbia, petulante. “Gli uomini sono tutti bastardi”, fa. Su quello penso di darle ragione. Ma lei intende altro. “Intendo dire, gli essere umani sono degli schifosi bastardi”. Le offro in dono la mia approvazione, sperando che la stronchi lì, se voglio farmi del male leggo Cioran non parlo con una normodotata che ha bisogno di dimostrare una farraginosa, patetica ‘controcultura’. Poi fa. “Non sopporto il sopruso del forte sul debole, quei cacciatori di merda che uccidono i leoni: ti dirò… quando un leone uccide un cacciatore… beh… io sono contenta, finalmente qualcosa che rompe la norma”.

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Per pura noia – la francese che ho puntato se la fa con un artista più giovane e più danaroso di me, è persa – ribatto. Sintetizzo alla tizia la storia dell’evoluzione umana. L’uomo, naturalmente, è la creatura più debole: per evitare di essere divorato dal leone, usa il cervello, inventa le armi. Che poi si sia passati dalla lancia con la punta di pietra al kalashnikov, beh, sono i rischi del progresso. La tizia allarga il getto della sua genuflessa riflessione infantile. Parla dei “campi di sterminio” in cui gli uomini rinchiudono galline e vitellini per soddisfare il proprio bisogno di carne, dice di desiderare la morte di tutti i cacciatori e quando accenno a Ernest Hemingway riconosce che ha fatto bene a spararsi in bocca, stronzo. Hemingway ridotto a un cattivo cacciatore e l’uomo alla creatura che segrega altre bestie per divorarle – pensieri, per altro, meglio espressi da Schopenhauer e da Isaac B. Singer a voler essere ligi. Le dico che l’uomo è anche la creatura – rispetto alle altre – che conosce il nobile gesto di rifiutare la carne, e poi, come fai a essere felice quando un uomo muore, cosa ne sai di chi è stato, hai memoria dei suoi talenti, ti sei fatta carico della sua famiglia, oltre alle sue colpe, hai misurato il livello acquatico della sua gloria?

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Di fronte a una psicopatica che non riconosce la differenza tra Fiesta e una gallina, mi tocca difendere l’essere umano, quando di solito preferisco la compagnia di un ratto a quella di un eretto.

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La tizia, che ormai trema dal nervoso, conclude, in modo perentorio, “l’uomo è crudele”. Io faccio – l’alcol mi ha condotto, evidentemente, nella quinta dimensione della compassione, nel nirvana dell’indifferenza – “l’arte è crudele. Proprio perché l’uomo è crudele sa creare la Divina Commedia, la Madonna Sistina, il Don Giovanni”. “L’arte è sublimazione!”, fa lei, intonando il manuale di psicologia che aveva all’università, immagino. Le dico, ha una idea domestica dell’arte, perché chi attraversa un’opera ne esce sconvolto, non sublimato, come se gli avessero tolto la pelle a mani nude.

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“Devi avere il coraggio di uccidere la bestia a mani nude…”, ripete la tizia, a cui forse manca un degno rapporto carnale da un tot, la capisco. Lo sai che tu morirai mentre l’Agamennone di Eschilo, un canto di Leopardi, un bagliore di Pascal ti sopravviveranno?, vorrei dirle. L’arte è crudele perché attende la morte di una generazione per emergere, altera i rapporti di forza. Il leone ti uccide, quel giorno – ma il suo destino, comune alla più debole delle creature, è segnato. L’arte è l’ultimo ruggito prima della fine del mondo. L’arte ti ha già ucciso, cretina, tu sei già morta, dovrei dirle. Ma non lo dico. Perché anche l’arte è nulla senza un uomo vivo, parziale, morente, che la ammira, riscattandola dal nulla. (d.b.)