Gli archivi del Nobel per la letteratura dimostrano l’idiozia dei giudici svedesi: nel 1968 bocciarono Samuel Beckett perché contro “lo spirito di Nobel”. Su Nabokov, invece, pendeva l’accusa di immoralità…

Posted on Gennaio 11, 2019, 1:13 pm
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Come si sa, ogni anno si desecretano gli archivi del Nobel per la letteratura assegnato 50 anni prima, manco fossero le tesorerie della Cia, i bunker dei servizi segreti; piuttosto, illuminano sulla cretineria degli imparruccati di Svezia.

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Nel 1968 il premio va a Yasunari Kawabata, straordinario romanziere nipponico – insieme a Jun’ichiro Tanizaki e a Inoue Yasushi il più grande in Japan – di cui, a spanne, secondo me, gli svedesi non hanno capito un ideogramma. In una specie di grottesco gioco della torre, spiando tra i documenti appena spianati, veniamo a sapere che le candidature di E.M. Forster e di Ezra Pound vengono rifiutate perché “troppo anziani” – sonore palle: Kawabata non è un fanciullo, ha 69 anni quando ottiene il Nobel, e poi, l’età è mai stata un problema nell’asserzione del genio? Vladimir Nabokov è scartato perché su di lui pende l’accusa di essere un autore “immorale” a causa di Lolita, non si possono lordare le aule svedesi – ma l’avranno letto La casa delle belle addormentate di Kawabata, mi dico, che gronda eros e perversione ovunque, con quei laidi vecchi che pagano per sollazzarsi di fianco a bamboline minorenni stordite dal sonnifero? Nel valzer dei premiabili risaltano Chinua Achebe, Charles de Gaulle (noto scrittore, un tot sotto Balzac…), W.H. Auden – decapitato perché “la fase davvero pionieristica della sua poesia si è esaurita da anni” – e Eugène Ionesco, accantonato per “la natura controversa del suo lavoro”.

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Ciò che ha fatto inviperire i cittadini d’Albione, squadernando gli archivi, però, è altro. Sono i giudizi in merito all’opera di Samuel Beckett. Squalificato già nel 1964 – “considererebbe una assurdità, visto il suo stile, ricevere il Nobel” – nel 1968 è al centro di una vaporosa disputa. Anders Österling, il presidente della commissione – fatato lirico di Svezia, forse agito da invidie e malcelati livori – scrive: “non discuto l’efficacia artistica dei drammi di Beckett, ma la satira misantropica (sul genere di Swift) e il pessimismo radicale (Leopardi, per intenderci) hanno un cuore possente, che a Beckett manca”. In soldoni, “per quanto riguarda Samuel Beckett, mantengo le mie riserve, a mio avviso assegnargli il premio non sarebbe coerente con lo spirito delle volontà di Nobel”.

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Già, ma qual è questo spirito del Nobel, diciamo così? Proporre una letteratura ornamentale, educativa, politicamente corretta, tesa – eccole le volontà di Nobel – “verso una direzione ideale”. Insomma, oppio per i popoli e tartine per le élite. Così, Anders Österling – gloriosamente frollato in oblio letterario – propone al posto di Beckett la candidatura di André Malraux, non tanto per la carica estetica – La condizione umana o le Antimemorie non sono esattamente educative e ornamentali – quanto per gli incarichi politici (Malraux è il guru della cultura sotto de Gaulle). Mossa azzardata. Infine, si opta per Kawabata – senza averlo letto – immaginando che sia lo scrittore dei ciliegi in fiore e dei samurai sotto sale. Lo spirito contraddittorio e cretino dell’assemblea deputata ad assegnare il Nobel per la letteratura si fa chiaro l’anno dopo, nel 1969, quando il Nobel va a… Samuel Beckett… Francamente, di fronte a una lampante evidenza estetica, non si poteva fare altro. Quando riceve la notizia del Nobel, Beckett è a Tunisi, la intende come una catastrofe. Se cercate il suo fatidico ‘discorso’ di accettazione del Nobel, per dire, non lo troverete. “Nessuna conferenza è stata realizzata da Samuel Beckett”, dice, laconico, il sito del Nobel. Beckett va in Svezia, ritira il premio, torna a casa. Bravo, bravissimo.   

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Viene da domandarsi da che pulpito viene la predica e con che criteri sia possibile giudicare un’opera d’arte. Perché siamo servi dei giudizi estetici dettati da una commissione di misconosciuti svedesi? Voglio dire, se premio dev’essere, che ogni Paese decreti il massimo artista dell’anno, il club di artisti si riunisce, decidono il migliore (estraneo al club, obviously). Ovviamente, ci sarebbe da dire e da rimarcare. Almeno, sarebbe un giudizio emesso da una giuria degna. Ah, già, ecco perché siamo servi del Nobel… I soldi. Quelli servono sempre. (d.b.)