Giuseppe Piccoli: il poeta buono che fu recluso tra i matti. Ricordiamo “uno dei migliori poeti della sua generazione” (Nicola Crocetti), di cui non si parla più

Posted on agosto 28, 2018, 12:56 pm
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Il ritrovamento di un ritaglio di giornale dalla quotidiana ispezione del Tempio del Caos ci permette di ricordare Giuseppe Piccoli, l’ennesimo accostatore di parole sconosciuto da tanti e oscurato da invidiosi “intellettuali” naftalinici. Forse, nella sua quiete timidezza sognava l’amore, scriveva dell’amore… ma dieci anni di manicomio giudiziario spengono qualsiasi barlume di amore e lui a 38 anni ha scelto il Trionfo della Volontà Imperscrutabile. Come rifletteva Nick Nolte ne Il principe delle maree: “(…) è il mistero della vita che ora mi sostiene e guardo verso il Nord e vorrei tanto che ci fossero due vite concesse a tutti gli uomini e tutte le donne”.

Giuseppe PiccoliForse, Giuseppe Piccoli, non voleva essere emarginato, ha ferito con parole taglienti e ha scontato con l’oblio, ma era pur sempre una persona che scriveva e che aveva qualcosa da dire; ora fa parte anche lui dell’albero dei poeti dimenticati che Pangea fa crescere nel suo orticello perché è “il poeta italiano meno ricordato”, secondo me (per far contento quel micragnoso e petulante Fenomeno che nel post su Dino Campana bacchettava la redazione sul mancato uso del “secondo me” nell’affermazione “il più grande poeta italiano”).

Silvano Tognacci

*

“Il verso giusto. Prima disperazione. Piccoli, gli ardori del ‘ladro di fuoco’” (da il Giornale, 6 luglio 2014)

Nella terra che brucia le ossa
non avrò freddo, non amerò più:
odo ragazzi sulla riva dire
di placidi suicidi, di stanchezza.
Ma nella quiete che non ha parole
ogni plauso ogni grido tacerà:
in un angolo si perderà l’amore
che lungamente ti ho portato in vita.
Nella memoria le cose non saranno
che ombre senza più forma o virtù
e taceranno i soliti lamenti
che in lungo buio la mia bocca apriva,
in questo infine spenti sordamente.

Giuseppe Piccoli

 

PiccoliChi lo conobbe, descrive Giuseppe Piccoli come una persona mite, timida, cortese. Il poeta veronese Arnaldo Èderle, che gli fu compagno di studi e amico, ne ricorda l’inusuale generosità e la «figura sottile, dai tratti finissimi, dalle maniere più gentili». Eppure questo giovane sensibile e istruito, figlio di un professore di latino e greco e di un’insegnante di musica, amante dell’arte, poeta, nel 1981, poco più che trentenne, in un attacco di schizofrenia ferisce con un coltello da cucina la madre e il padre, che muore pochi giorni dopo. Recluso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia per dieci anni, viene poi trasferito in altri istituti, infine in quello di Aversa. Ma le ferite con cui aveva tentato di regolare i conflitti con i genitori sono anche lacerazioni inferte a se stesso, e non si rimarginano: nel 1987, a 38 anni, si toglie la vita. L’emarginazione dovuta alla sua vicenda personale si ripercuote sulla sua poesia, e rende difficile il suo riconoscimento artistico. Perché Giuseppe Piccoli è un ottimo poeta, uno dei migliori della sua generazione. E nonostante l’interessamento di rari amici (lo stesso Èderle, Maurizio Cucchi), la sua ricca produzione di versi (dieci volumi; il primo, Il padre pazzo, del ’71) è ancora pochissimo nota. Tenta di porvi rimedio l’antologia Fratello poeta, curata dalla studiosa Maria Piccoli, e pubblicata da LietoColle. La poesia di Piccoli ha come temi l’amore, il confronto mai risolto con la donna, la perdita della gioia e dell’innocenza, lo scorrere del tempo, che induce il poeta a vedersi come un «fanciulletto invecchiato». È un «ladro di fuoco», un ebreo errante amareggiato, muto e incupito, che cerca invano, financo nella poesia, un barlume di speranza, un indizio di redenzione.

Nicola Crocetti

*Per perfezionare la conoscenza, si segnala un articolo importante di Arnaldo Éderle pubblicato su “Poliscritture”.