Giuseppe Conte: il poeta-paladino contro il tramonto dell’Occidente

Dal’iscrizione al Partito Liberale (a 14 anni) al Mitomodernismo, da Lawrence a Livio Labor, dal PCI al rapporto epistolare con Jünger e all’ammirazione per l’Islam. Dialogo con un poeta che ha il fuoco dentro: “la società occidentale è sfatta, marcia, ignobile, corrotta, vuota, idiota in tanti suoi aspetti. La poesia è viva e possibile sempre”

Posted on dicembre 10, 2017, 12:31 pm

Fu vento e avventura, avvenimento e avventatezza. Giuseppe Conte, specie di Lord Jim della poesia, ha cambiato il fuso orario della lirica italiana. L’ha portata dalle stanze da tè del trito ermetismo e dai capannoni dove si forgiavano gli archibugi della neoavanguardia – ormai ruderi archeologici più vecchi di una iscrizione etrusca e di un cappello sabaudo – nella giungla. Sostanzialmente, ad occhi avari, l’energia di Conte si focalizza in due istanti un po’ naif: le ‘Tesi sulla vita della Bellezza’ pronunciate insieme a Stefano Zecchi, Rosita Copioli, Mario Baudino, Roberto Mussapi e Tomaso Kemeny a Riccione, nell’aprile del 1988 (prima tesi: “Ogni fattore negativo e distruttivo nella nostra società è sempre emanazione di forze estranee alla bellezza”), primo atto del Mitomodernismo, e l’‘occupazione’, qualche anno dopo, nell’ottobre del 1994, della Chiesa di Santa Croce a Firenze, con lettura dei Sepolcri davanti alla tomba di Foscolo, nume della ribalda rivolta della poesia contro la ‘politica’, o meglio, tentativo ultimo della poesia di farsi politica poetica. In realtà, all’epoca Conte è già ‘storia’. conte poesiaLa ‘reazione’ di Conte al delirio della lirico-latria contemporanea, mescendo D’Annunzio a David H. Lawrence, Camillo Sbarbaro a William Blake e temperando il verbo montaliano all’impeto di Goethe, accade molto prima, dagli anni Sessanta e trova primo compimento nel 1975, con la raccolta – pubblicata a proprie spese – Il processo di comunicazione secondo Sade. Poeta aperto totalmente al mondo, privo di pregiudizi – si è laureato con Gillo Dorfles, è elogiato da Umberto Eco, trova fan in Italo Calvino, che ne appoggia l’istinto narrativo, ma anche nel duo Cordelli-Berardinelli – di lì a poco pubblica due raccolte che ‘fanno epoca’: L’ultimo aprile bianco (1979) e L’oceano e il ragazzo (1983), quasi il manifesto di una nuova poesia possibile. Esploratore di mondi (in Canto d’oriente e d’occidente, 1997, trova una sonora armonia con la religione islamica), grande comunicatore (alfiere di una poesia che ‘va detta’, se la piglia spesso con le nebbiose moine, con la mesta malinconia, con la retorica depressione dei ‘lombardi’), Conte ha coraggiosamente portato la poesia in Rai e ha percorso l’utopia di una lirica ‘politica’ senza farsi impastoiare dai partiti (quando i Verdi gli propongono di farsi eleggere per uno scranno in Senato, rifiuta). La sua poesia onnivora (“Non è che la poesia sia incompatibile con la realtà di oggi… quello con cui la poesia è incompatibile è una gerarchia di valori alla cui sommità stiano il denaro, il consumo, la moda. La poesia è costituzionalmente estranea a tutto ciò”, scrive introducendo La poesia del mondo, Guanda, 2003) spesso spaventa per eccesso di stordimento (le sue Poesie sono radunate nell’Oscar Mondadori, 2015, per la cura di Giorgio Ficara), i suoi romanzi (da Primavera incendiata a Il terzo ufficiale e La casa delle onde), pienamente narrativi, pieni di onde e di luce, sono l’ennesima strategia della gioia di un poeta energico, totale. Poeta teso sempre verso il prossimo orizzonte e il prossimo enigma, tra Jean-Paul Sartre – che “crede di vedere seduto a un tavolino di caffè”, a Parigi – e l’ammirazione per Ernst Jünger, con cui intrattiene un rapido epistolario (“mandai a Junger l’edizione francese dell’Oceano e il ragazzo, e con mia enorme sorpresa mi arrivò una sua cartolina con un apprezzamento: ‘le sue poesie hanno davvero radici nel mito’ che ti puoi immaginare quanto mi abbia fatto gioire. In seguito, ricevetti diverse cartoline raffiguranti una earias jungeriana, la farfalla che prende il suo nome e una bellissima con la foto di lui e Borges che bevono champagne nella casa di Wilflingen, ogni cartolina con un saluto e un giudizio generoso sui miei libri”), Conte è uno dei rari poeti che ha rischiato tutto per la poesia, scendendo in campo, a viso aperto, contro l’orrore del mondo e dell’uomo, armato di versi. Intervistarlo non è semplicemente la doverosa celebrazione di un maestro – già in odore di muffa – ma avvicinarsi a un uomo che ancora brucia, che fa roteare le parole come sfere di fuoco.

Partiamo da qui: 30 anni di Mitomodernismo. Cosa resta dell’impeto e degli imperativi di allora?

“Il mitomodernismo non è stato mai un gruppo (i gruppi hanno sempre finalità rivolte al potere) e neppure un movimento organizzato: io lo definirei una corrente di energia che ha attraversato la cultura italiana vivacchiante nelle acque morte del disincanto, del materialismo, del nichilismo, della impossibilità di creare un futuro. Come tutto ciò che ha qualcosa di eroico, di propositivo, di spirituale, il mitomodernismo è stato avversato aspramente. In Italia c’è stata a lungo gente che ha avuto difficoltà (e paura, e mal di pancia) già a pronunciarne il nome. Oggi è diverso, e diverso è all’estero dove mi pongono sempre domande interessate, ancora di recente sia in California sia tra i partecipanti lusofoni e ispanofoni a un incontro alle isole Azzorre. Questa corrente diceva: la decadenza si può vincere solo con la forza del creare nuova arte, la poesia e lo spirito devono avere il primato sulla politica e la politica deve avere il primato sull’economia. Oggi i più vogliono esattamente il contrario, e i risultati si vedono in tutto il loro orrore. Il mitomodernismo diceva: tornano il mito, l’anima, la natura, l’eroismo, la bellezza , il destino. Non in chiave di restaurazione. Al contrario, io pensavo a un ritorno ribelle, di radicale trasformazione della cultura e della società. Invece il ritorno è stato anestetizzato: oggi non c’è chi non parla di mito e bellezza, ma in una chiave conformistica e senza vita. Dunque: il mitomodernismo ha messo in circolo le idee, il potere se ne è appropriato per snaturarle e svilirle. Ergo: il mitomodernismo non finisce, come corrente di energia scorre e scava alvei e qualche volta straripa in nuovi libri. E’ un fantasma di luce che può riprendere impeto e imperatività quando meno i peggiori se lo aspettano”.

Tu hai sempre associato uno slancio ‘etico’ alla ricerca estetica, hai fuso, in un tuo modo particolare, la poesia alla ‘politica’. Cosa significa per un poeta prendere parte alla Storia?

“Vedo la storia con gli occhi dell’Adelchi manzoniano: è il campo della lotta per il dominio e la ricchezza , della violenza dei vincitori sui vinti. Più che prendere parte alla storia, mi affascina scrutarla, studiarla, conoscerne la sacche di buio e le raffiche di luce. Lo stesso posso dire per la politica: mi ha sempre affascinato e schifato. Forse i 23 lettori dei miei libri non lo immaginano. Quattordicenne ero già iscritto al Partito Liberale: così, solo per andare controcorrente, perché tutti i miei amici erano comunisti o fascisti, avvalorando l’idea che avevano ancora di noi italiani gli stranieri: ricordo ancora il sussurro di una ragazza inglese con cui amoreggiavo: Are you fascist or communist? Ero un liberale crociano che non poteva non dirsi cristiano. Un paladino dell’Occidente. Poi, trasferito a Milano, finita una adolescenza meravigliosa e terribile, rimisi radicalmente in discussione la mia posizione e approdai alle ACLI, di cui fui un dirigente, e sostenni l’MPL di Livio Labor che nessuno oggi ricorda più. Poi, verso i trent’anni, una sconvolgente, durissima crisi personale mi spinse fuori da qualunque principio dell’Occidente che non fosse l’arte e la poesia. Odiai l’Occidente per come stava distruggendo la natura, lo spirito, il sacro, il mistero, il meraviglioso, nella società e dentro di me. Continuai a dare alla ricerca estetica uno slancio etico, ma ora riguardava soprattutto la salvaguardia della vita del pianeta Terra dall’attacco mostruoso e dissennato dell’uomo bianco. Quando in seguito i Verdi mi chiesero di candidarmi al Senato rifiutai. L’incontro con Whitman mi ha portato a rileggere l’idea di democrazia, a rivalutarne la forza fraterna e carnale e naturale, a considerarla una meta da realizzare e non questa misera parodia di se stessa con cui ci viene presentata nelle società occidentali. Oggi riattribuire un valore etico e politico alla poesia vuol dire condannare la organizzazione sociale in cui l’economia e il profitto a tutti i costi hanno il primato, resistere contro nuove forme di barbarie, riaffermare il primato del piano spirituale della vita, ricomporre la bellezza dell’anima che si esprime nella carne. Esaltare la propria tradizione mentre ci si apre ai mondi mitici, religiosi, spirituali lontani di tradizioni diverse”.

A proposito di poeta a confronto con la Storia. Sono i 100 dalla Rivoluzione russa. Una Rivoluzione che ha spappolato i poeti più rivoluzionari di sempre, da Mandel’stam a Esenin e Majakovskij. Secondo Iosif Brodskij, il potere è terrorizzato dalla grandezza linguistica – e dunque psicologica – del poeta: è vero? Che cosa è stata l’ideologia comunista?

“Il potere è terrorizzato dalla energia linguistica e psicologica dei poeti, e in ogni caso lo prende in drammatica considerazione e ne è dichiaratamente nemico quando è un potere tirannico, crudo, senza schermi. Il potere dell’economia finanziaria, seducente e in apparenza non sanguinario, mostra di fottersene dell’energia del linguaggio e dello spirito, che non hanno nessun valore di mercato. I regimi tirannici hanno perseguitato i dissidenti, tra cui sempre i poeti: il regime democratico nella sua ultima versione assoggettata al potere economico finanziario, non perseguita ma depotenzia, zittisce, confonde poeti e scrittori, rende tutto una brodaglia insensata, e se mai qualcuno gli si oppone, lo mette ai margini, lo deride, gli fa salire sulle spalle di ribelle e di coraggioso una folla di nani stronzi e consenzienti al suo gioco. L’ideologia comunista storicamente ha creato mostri. Ma – lascialo dire all’unico intellettuale della sua generazione che non è mai stato comunista – proteggeva almeno dalla deriva nichilista la piccola borghesia intellettuale ed era un punto di aggregazione del proletariato. Oggi il comunismo è morto e sepolto. La sua caduta, la caduta dell’URSS è stata una tragedia che gli eredi del PCI non hanno metabolizzato, cambiando rapidamente pelle, diventano ridicoli “liberali” e fautori di “lenzuolate” (sic) di liberalizzazioni e accettando con più ilare entusiasmo di altri il feticcio del mercato. Ma non sono cadute le istanze di giustizia, l’idea di una ridistribuzione equa della ricchezza , la difesa dei più deboli, e , sempre più forte, la difesa degli equilibri naturali e la lotta per la salvezza del pianeta. Oggi le uniche forze di opposizione al potere assoluto dell’economia finanziaria sono quelle di ispirazione religiosa, un nuovo umanesimo laico muove i suoi passi con fatica (non ho mai considerato un caso che il mio manifesto contenuto in Lettera ai disperati sulla primavera fu fatto a pezzi e vilipeso dal giornale della Confindustria e elogiato dal giornale della CEI)”.

Tocco un altro ambito. 20 anni fa in ‘Canto d’oriente e d’occidente’, un po’ come il Goethe del ‘Divano’, intessi un dialogo con l’oriente islamico. Oggi dell’Islam si ha una visione distorta, legata all’Isis. Da poeta, che sguardo hai verso il mondo musulmano, quali le tue fonti?

“Ho conosciuto l’Islam con un percorso , iniziato decenni fa quando di Islam in Italia non parlava ancora nessuno, attraverso i suoi filosofi e i suoi poeti, i mistici Sufi. Attar, Rumi, Sohravardi, Hafiz. Poi attraverso i miei viaggi dal Marocco all’Iran, e attraverso la mia amicizia con Adonis e con altri poeti e poetesse arabe, per alcuni dei quali ho scritto introduzioni, come per Amel Moussa, Maram al Masri, Hassan Najmi. In ultimo, attraverso letture e incontri a Rabat, Casablanca, Algeri, Amman, Istanbul, Izmir. E’ stato un percorso che mi ha fatto conoscere dall’interno le ragioni di una realtà religiosa, culturale, morale che mi affascina e che non vedo contrapposta a quella cristiana”.

Sei sempre stato un poeta dalla curiosità onnivora – mi riferisco all’antologia, dalla parola ancestrale a quella odierna, Poesia del mondo, ad esempio. Quali sono stati i tuoi ‘padri’? A quale tradizione letteraria ti senti avvinghiato?

“I miei padri, in una costellazione spuria e contraddittoria: Shelley, Goethe, Foscolo. Hugo, Baudelaire, Whitman. Sbarbaro, Montale , Ungaretti. D.H.Lawrence e Henry Miller, Ernst Junger e Borges. Di questi ti, ho tradotto Shelley, Whitman, D.H Lawrence: e prima di loro William Blake. La mia tradizione personale l’ho creata con la traduzione. Con Ernst Jünger ho avuto un piccolo carteggio. Mi ha formato l’amicizia con Italo Calvino e Mario Soldati, maestri per la mia prosa”.

…e oggi, nel mondo impoetico, che valore ha il poeta, che poesia è ancora possibile?

“Malata è la società occidentale, sfatta, marcia, ignobile, corrotta, vuota, idiota in tanti suoi aspetti. La poesia è viva e possibile sempre, niente storie, niente ricatti e paure: la poesia è sempre possibile. Io direi: tutto è sempre possibile: senza questa certezza, questa fede, non sarebbe mai cambiato niente al mondo, no?”.

…e ora, a cosa stai lavorando?

“In questi giorni sto scrivendo per una rivista portoghese un piccolo saggio su Herberto Helder, un poeta di Madera visionario e estremo, che si richiama a Rimbaud e a Whitman. Ho appena corretto tre giri di bozze del mio romanzo che uscirà a gennaio, Sesso e apocalisse a Istanbul, ho consegnato all’editore una nuova raccolta di poesia, Non finirò di scrivere sul mare, e alle mie agenti un romanzo nuovo di mare, mito, avventura che si svolge su una galea genovese del XII secolo, un file di 500 pagine”.