“Mentre tutto cade”. Andrea Caterini e Andrea Di Consoli raccontano una poesia italiana contemporanea. Giuseppe Conte, il Walt Whitman della nostra letteratura

Posted on Marzo 25, 2020, 9:03 am
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Aprile che ritorna e che consuma nei
giardini di ginestre e di acanti, nei
voli di passeri invisibili e nei calendari
aprile che sgretola che versa dalle tiepide

foci le nuove nuvole – sulle
sue carte antiche ridisegna
le rotte per le mille chiglie dorate – che
si posa in questa piega della cadente

Europa su scalinate bianche palmizi e acquitrini, che
mescola i ricordi e i desideri, fu detto, e dà
il mal di capo. Ma ora flotte muovono
senza aver mai toccato porti, alzano

vele galeoni volanti, non sanno che
bandiera battono: sconosciuti traversano
– non hanno più piedi del vento, degli scirocchi – le
piazze, le automobili in sosta, i palazzi in

fila le porte dei caffè aperte i pomeriggi
i volti degli uomini e cupole
grigie: i cani abbaiano dai cancelli.
Abbiamo scavato le montagne, gettato i ponti, che

cosa sarà domani di noi? Aprile sa
ritornare, ora consuma, imbeve i giorni come
l’acqua fa della sabbia morta spinge i
cespugli di margherite ad affiorare e alzare

fitte ingigantite corone, oggi le ho guardate
io che non posso più crescere, io oggi, io
sguardo, io pietra, non ancora e già pietra, che
dovrò imparare a tornare e non

sarà facile, e dovrò uccidere, forse: dovrò
non saper guardare: fluisce, distrugge e
dona il dio zoppo del sole, i suoi diadochi, i
diademi. Aprile che non è contempo-

raneo, che sulle sue carte antiche ridi-
segna le rotte per le mille chiglie di
fiori «non posso più, c’è fame
di vita, di sorrisi da spendere, di gioia»

che uccide le madri, diventano di sale e
sin dai tempi dei vulcani imperanti ruba al
seme i futuri, sa che brucia, che è lava, che
diventa il mare di meduse, io medusa, quello

prima che il mattino fosse acceso ed era
sempre il mattino, io mattino, prima che
amare fosse amare in due, amare il dio, io
dio, fare seccare gli alberi, spegnere i fischi i

flauti che si dovevano suonare e

distruggere

«E intanto i nostri desideri ci cercano
spietatamente dentro i marciapiedi affollati»
aprile lungo i fuochi del viale Sarca, di via Arbe, aprile
che è aprile, che fende sopra i

volti le labbra e le ciglia, che sgretola
che a folate fa praterie dove erano i palazzi in
fila laghi dove in montagnole si stipavano i
rifiuti, aprile che è il poema, che tradisce,

che ci dona canoe e cavalli veri
mentre si muore: che getta gli occhi sui davan-
zali: crescono improvvisi i fiori dei ciliegi, dove
l’erba è a ciuffi schiacciati e i lunghi ghiacci sono

sciolti il verde vaga come un serpente: le
labbra sono umide ora, ora le ciglia tremano,
volano e cadono gli sguardi, si seppelliscono nelle
crepe dei muri: il piacere è debole

«ora tra sconosciuti ci si potrebbe amare per le
strade, venire insieme» è perdere, è tornare dove non si
può tornare: mettere i diademi: non vo-
ler più avere né essere: è il richiamo

delle conchiglie, dei corni, delle sirene
prima del mondo: il richiamo dei gufi dal
ciuffo «hu hu, e he tha!… da vaste
lontananze tu senti il grido del papavero

selvaggio che vuole sbocciare»: il sangue: mani
tese ad attendere la pioggia sono già piogge, i
piedi alti sugli alluci fradici: non
amare, non sapere, non saper

guardare. È già aprile, ancora un aprile
bianco

I galeoni stranieri veleggiano verso queste
rive affondate dalle profezie, non
parlate: sono le pietre ad avere l’anima, le voci
di pietre d’oro, delle montagne d’oro: un

canto c’è ancora oltre il vento che
rovina tra la barriera delle palme lucide e polve-
rose: un sogno fiorisce ancora in basso dove
non si poteva credere ad altre fioriture, un

pino marittimo piegato da tempeste
arcaiche generò le albe: le albe le
danze: non parlate di questo aprile: aprile che è il
poema, che tradisce, che ci dona

canoe e cavalli veri mentre si muore:
fluisce distrugge e dona il sole, i suoi diadochi, i
diademi: io per imparare a morire: imparare a
ridere occorre ora, a distruggere, e a

tornare

Giuseppe Conte

L’ultimo aprile bianco, da L’oceano e il ragazzo, BUR, 1983

*

Che cos’è il mito? Si potrebbe rispondere in diversi modi, anche perché dipenderebbe dall’epoca e dalla civiltà – il mito nella Grecia antica non era il mito dei romantici. Però potremmo provare comunque una sintesi, un ragionamento. Il mito è certamente racconto, è epos, è poema. Ma bisognerebbe subito aggiungere qualcosa. Ovvero che il mito non è il racconto in quanto narrazione, ma ciò che la narrazione sottende, come dire il suo motore. Allora, per ellissi, il mito potrebbe pure essere una forma dell’ispirazione, una sorta di musica delle cose. Ma c’è qualcosa d’altro che appartiene al mito ed ha a che fare col desiderio – ed è, specificamente, il desiderio di un inconosciuto verso il quale tendiamo. Giuseppe Conte, che di un ritorno al mito ha fatto la ragione di tutta la sua ricerca poetica assolutamente solitaria, lo esprime bene in questo poemetto da L’oceano e il ragazzo, del 1983, un libro che, per la sua originalità, per il suo essere assolutamente inconsueto nel panorama della poesia italiana contemporanea, in qualche misura ha fatto epoca. Parlo di un desiderio di essere quelle cose, di essere la musica che quelle cose suonano, quel suono che è propriamente il loro stesso mistero – e si leggano, nella poesia, quei pronunciamenti, «io sguardo», «io pietra», «io medusa», «io mattino», «io dio». Non si pensi a nessuna forma di narcisismo, nemmeno di quel particolare narcisismo esibito con ironia. Conte, attraverso il mito, dichiara il riappropriarsi di una spiritualità perduta; una spiritualità che è delle cose, e di noi nelle cose. Se dovessi dire a chi guarda o ha guardato Conte con la sua poesia, mi vengono in mente due nomi. Uno è più evidente, anche perché Conte ne è stato il traduttore: Walt Whitman. Da Whitman Conte non ha raccolto solamente quella capacità luminosa di risvegliare lo spirito delle cose, e di noi nelle cose, ma anche di tradurre tutto questo in chiave moderna. È l’idea di democrazia, in cui il soggetto non è solo soggetto, ma soggetto nella folla, nella massa. L’altro nome invece è Coleridge, per quanto di concretamente sovrannaturale si può leggere nella sua poesia (e rileggete, nel poemetto, questi versi di Conte: «I galeoni stranieri veleggiano verso queste/ rive affondate dalle profezie, non/ parlate: sono le pietre ad avere l’anima»). E forse proprio attraverso Whitman e Coleridge Conte ha trovato una porta verso l’Oriente islamico. Credo siano stati questi due nomi la chiave d’accesso moderna alla filosofia islamica. Una filosofia antica, che ancora sente strettissimo il legame con il sacro la spiritualità. Ecco, da sempre Giuseppe Conte è convinto che il senso del mito, del sacro e della stessa spiritualità possono ancora tornare a vivere per mezzo della poesia. Che la poesia, e quindi il mito, il sacro e la spiritualità, sono sempre possibili, in ogni epoca, anche in quelle in cui il cinismo e il nichilismo vorrebbero annientare ogni nostro rapporto con l’impossibile, anche con quell’impossibile possibilità che è la poesia.

Andrea Caterini

*

La poesia di Giuseppe Conte ha un respiro largo, e abbraccia ampiamente. I suoi versi fluiscono impetuosi, ed esprimono un’energia sorgiva e potente. Il “corpo” della sua poesia ama, danza, vola, viaggia; è un “corpo” sciolto, sensuale, libero dai lacci delle poetiche dominanti. Quella di Conte, sinora, è stata anzitutto una grande lezione di libertà. La cifra ideologica di Conte è il massimalismo poetico – ovvero un’idea “assoluta” di poesia, totalmente opposta al ripiegamento minimalista o confessionale – e il sincretismo culturale – nessuno come Conte ha saputo fondere miti di ogni dove, purché intrisi di amore, pace, avventura, sacro e fertilità. Non sfuggirà che il suo esordio poetico avvenne negli anni ’70: il decennio poetico, in assoluto, più nevroticamente distante dalla natura e, ovviamente, dalla “naturalezza”. Conte ribalta tutto e, anziché rifarsi ai maestri della sperimentazione (dell’afasia, dell’incomunicabilità, del nichilismo, della dissacrazione) va a cibarsi dai poeti dal Grande Respiro, da Whitman a Shelley, da Tagore a Neruda, tutti poeti generosi, larghi, sorgivi, pienamente immersi nel flusso della Vita (quella di Conte è una poetica piena di maiuscole). Ne è uscita una poesia unica per il panorama italiano, che probabilmente ha un solo antecedente illustre: Gabriele D’Annunzio, perlomeno nella “larghezza”. Conte sembra dire: l’uomo non sbaglia se sta pienamente nella Vita, nel Mito, nel Desiderio, nel Tutto. È così che è nata una poesia panteistica, pacifica, erotica – l’erotismo inteso anzitutto come energia vitale, come flusso generoso; tutto l’opposto di una poesia che scavava proprio in quegli anni trincee di anti-poesia e di poesia postuma. Il canto di Conte è largo, e larga è la sua retorica vitalistica – dico tutto questo senza nessuna accezione negativa. Ogni poesia di Conte volge lo sguardo verso l’alto e verso l’orizzonte. Non si sbaglierebbe a considerarlo un navigatore, sempre in cerca di nuove albe, di nuovi popoli da abbracciare nei loro miti fondativi. Qualche anno fa si è anche discusso se per caso non fosse “di destra”, una simile poetica – una discussione in parte sciocca, ma anche tremendamente interessante. Perché Conte non vuole cambiare il mondo, sovvertirlo, sabotarlo o “denunciarlo”, ma vederlo, sentirlo, cantarlo. Lui non fa “resistenza” alla Vita, ma si fa invadere coraggiosamente da un’energia panteistica che è concreta (sole, mare, corpi, ecc.) ma anche misteriosa, indefinibile per via culturale. Ecco perché la sua poesia svetta sulla media della poesia contemporanea, perché non si è mai fatta incatenare dal “qui e ora”, dalla sociologia, dalla psicanalisi, dalla scienza, ma si è unicamente affidata all’energia vitale a cui ha reso omaggio attraverso la poesia, che assume a questo punto lo status di rito. In questa poesia la “cadente Europa” viene sommersa e come rivitalizzata dalle infinite rifioriture che a troppi sfuggono per “eccesso di cultura”. E non si tratta di una virata bucolica e pacificata, anzi, ma di un ritorno allo spirito di avventura di chi sente che il mondo è ancora tutto da scoprire, così come i corpi, le parole, i sentimenti e le connessioni segrete tra tutte le cose. Più che di poesia italiana, Conte sembra essersi nutrito di romanzi di mare, di epopee di ogni latitudine e di letteratura erotica. Solo un Paese cerebrale come il nostro non ha saputo sinora riconoscere in lui il Walt Whitman della nostra poesia, uno dei pochi ad averci detto senza supponenza: bisogna imbarcarsi, il mondo è grande, la Vita è un’avventura inesauribile.

Andrea Di Consoli   

*In copertina: Giuseppe Conte in un ritratto fotografico di Dino Ignani

***

“Mentre tutto cade” ha raccontato una poesia di:

Beppe Salvia

Valerio Magrelli

Salvatore Toma

Antonella Anedda

Dario Bellezza

Giovanni Raboni