“Io non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Da anni ormai amo definirmi afascista”. Giuseppe Berto, uno scrittore nel vortice della contestazione

Posted on Ottobre 15, 2020, 8:12 am
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C’è stato un tempo della nostra Repubblica in cui i fermenti socio-culturali logoravano il limite di sopportazione degli intellettuali. Nel corso del ventennio 1959-1979, in seno alla Prima Repubblica si disputava la secolare partita tra il vecchio e il nuovo. Accadeva in gran parte dell’Occidente, con tempi e intensità diverse, ma lasciando in eredità cumuli di esperienze collettive che di quel terremoto culturale non si perderà mai traccia nella memoria storica di Francia, Italia, Germania e Stati Uniti. Si trattava di una partita confusa, inconsapevole delle proprie origini, improvvisamente violenta, alla quale gli intellettuali partecipavano ancora una volta adottando l’ambiguo status di interpreti e al contempo di partecipanti.

Ci si potrebbe rifare alla riflessione di Marc Fumaroli sulla disputa tra le api e i ragni, quindi tra gli Antichi adoratori delle Muse e i Moderni tessitori di trappole mortali dove i propositi conservatori cadono vittime (Le Api e i Ragni. La disputa degli Antichi e dei Moderni, Adelphi, 2005). Ma al tempo della “contestazione”, delle rivolte giovanili del ’68, a farla da padrona era la disillusione dilagante. In questo stato d’animo collettivo iniziavano a ribollire i primi fermenti sociali che avrebbero assunto la forma di un movimento culturale giovanile a connotazione marxista, adottando come propri manifesti ideologici L’uomo a una dimensione di Marcuse oltre che, ovviamente, gli scritti giovanili di Marx. I giovani del ’68 si servivano di un precario sillogismo che voleva identificare la società gerarchica e autoritaria con il demone del fascismo. Tutti i fronti di liberazione rivendicati dai giovani erano fascisti. L’altra faccia della liberazione sessuale era la repressione fascista del sesso, l’altra faccia del miracolo economico era la subdola «tolleranza repressiva» marcusiana insita nel sistema capitalistico fascista. Una schiera di intellettuali si domandava in via del tutto preliminare quanto in sede di polemica fosse fondata la conoscenza del fenomeno del fascismo e dello stesso termine. Ovvero se alla base di questo timore vi fosse la consapevolezza che il fascismo storico sia quel fenomeno da contestualizzarsi a cavallo tra le due guerre, e che i giovani non avevano conosciuto. Quella stessa schiera di intellettuali guardava con grave sospetto all’avidità con la quale i giovani tendevano al nuovo e insistevano a identificarlo con l’impellente bisogno di liberarsi da un sistema che non sempre davano prova di conoscere nelle sue dinamiche politiche ed economiche. Il rischio era quello che la liberazione degenerasse nel debellamento di tutto ciò che veniva precariamente considerato fascista. In altre parole, il timore condiviso era che lo spettro del fascismo facesse della liberazione lo strumento di emarginazione degli autori additati come fascisti.

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Fumaroli ha scritto della prima grande disputa fra Antichi e Moderni, che si vuole delimitare tra il 1685 e il 1715, con la precisa intenzione di riconoscere come, nonostante il prevalere dei Moderni, gli Antichi avessero «percepito tutta la gravità degli obiettivi che li opponevano ai Moderni» e che la «loro resilienza e la loro resistenza conservatrici fossero state all’altezza di quegli obiettivi». E ancora, gli Antichi «non recano il marchio infausto della sconfitta. Quei valorosi meritano di essere nuovamente ascoltati con attenzione e partecipazione, perché sono nostri alleati e nostri amici».

Condividendo quindi il proposito di Fumaroli, si vuole riconoscere in Giuseppe Berto un alleato e un amico di chi guarda alla letteratura senza il filtro delle ideologie politiche, preoccupandosi di misurare l’impatto dell’opera sull’Io al quale l’opera è destinata. Giuseppe Berto era tra quelli che maggiormente soffrirono l’antifascismo, per via della sua ascesi intellettuale che nulla voleva condividere con il suo passato da soldato fascista. In un tempo in cui la strumentalizzazione politica della cultura si radicalizzava nella coscienza collettiva italiana, Berto avrebbe trovato spazio su entrambi i fronti, o in quanto fascista o in quanto fascista pentito. Ma Berto seppe smarcarsi da questo dualismo aprendo una breccia linguistica, coniando ovvero un terzo termine, quello di «afascismo». Termine che puntava a significare non un terzo fronte, ma piuttosto un non-fronte in cui gli intellettuali avrebbero trovato riparo dalle strumentalizzazioni politiche e avrebbero potuto godere della libertà intellettuale.

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Un evento significativo di quegli anni è stato il Congresso Internazionale per la Difesa della Cultura tenutosi a Torino nel 1973, per volere del Centro Italiano Documentazione Azione Studi (CIDAS) fondato nel 1970. Il CIDAS spiegava i presupposti del congresso a partire dalla «apertura ad ogni corrente di pensiero non-marxista», e presentava come tema fondamentale «la decadenza della cultura e il suo rinnovamento». Vi parteciparono tra gli altri Eugene Ionesco, Alain De Benoist, Armando Plebe, Sigfrido Bartolini, Gabriel Marcel e Giuseppe Berto. Ciascuno di questi intellettuali si espresse sulla base delle proprie esperienze in merito alla necessità di attuare una contro-liberazione culturale dall’assoggettamento al dirigismo marxista, senza però pretendere di individuare una corrente di pensiero alternativa e privilegiata «rispetto alla quale ogni altra costituirebbe decadenza». Sarebbe forse più opportuno parlare di evasione della cultura dalla prigione della strumentalizzazione politica. Gli intellettuali complici dell’evasione non volevano una controriforma e il congresso CIDAS non era un di Concilio di Trento. Ciò spiega il «carattere rigorosamente culturale, al di fuori di ogni schema o partito politico» del congresso.

Quando Berto vi partecipò aveva cinquantotto anni, era quindi il Berto maturo e passionale che nove anni prima aveva lasciato in eredità Il male oscuro (Rizzoli, 1964), una delle opere più intime della letteratura del novecento. Ed è proprio sulla base dell’intimità dell’opera che è possibile comprendere il coinvolgimento emotivo dell’autore in una faccenda apparentemente arida nella sua natura politica e sociale. Al congresso, Berto si era limitato a prendere le distanze dal fascismo che definì coercitivo, retorico e stupido, non riconoscendosi peraltro in nessuno di questi elementi. Il giorno successivo, Armando Plebe osservò come le cose dette dai partecipanti fino a quel momento provenissero da una «meditazione personale, spesso lunga, spesso estremamente tormentata». Disse inoltre: «abbiamo visto Berto parlare in preda a una vivissima emozione; le cose che è venuto a dirci erano il risultato di una lotta con se stesso di una ricerca affannosa di quale possa essere la sua via giusta. Per uomini di questo genere una traduzione simultanea delle idee è esclusa a priori». Va detto che due anni prima, Berto si era espresso lucidamente sull’argomento lavorando al pamphlet che sulla scia di Jonathan Swift titolò Una modesta proposta per prevenire (Rizzoli, 1971). Swift figurava tra gli Antichi più autorevoli e resilienti della disputa settecentesca tra api e ragni. Nell’ «operetta», Berto emerge come un lucido interprete della contestazione. Imputa al suo tempo una non-speranza totale e la conseguente nascita di forme irrazionali di speranza, ovvero di religiosità «figlia della disperazione che sta alla base del fervore di idee e di disordini che si chiama contestazione». Ed è proprio sulla scorta dell’esperienza anche letteraria della nevrosi che ha ispirato Il male oscuro che Berto propone alcune interpretazioni psicoanalitiche dei movimenti studenteschi, ai quali rimprovera gravi lacune culturali: «del nonno Freud essi non si sono mai veramente curati ed è affatto improbabile che se ne curino adesso o in seguito: tra psicoanalisi e marxismo, come tra psicoanalisi e cattolicesimo, ci sono inconciliabilità incolmabili, appunto per lo spazio che, nonostante tutto, Freud riesce a lasciare all’individuo». Segue una tagliente stroncatura dei ricorrenti propositi di servirsi di Marcuse: «i giovani contestatori, avessero o non avessero letto i suoi libri […] lo portavano costantemente sulla bocca, naturalmente più per la sua violenta critica del sistema tardocapitalista che non per l’auspicata rivalutazione dell’Eros, per la quale, anzi, i baldi rivoluzionari – almeno quelli che non s’erano messi ingenuamente ad imitare gli hippies americani – mostravano uno sconcertante disinteresse».

Anche Plebe si offrì di contribuire a creare le condizioni per una «cultura di destra» estranea ad ogni geografia parlamentare, del tutto distinta dalla destra culturale e che «deve essere una cultura di professionisti e non più dilettanti». E ancora: «il narratore che si mette a fare il romanziere dopo aver fatto lo sguattero e il parrucchiere è certamente un modello gradito alle sinistre, le quali vorrebbero ovunque distruggere il professionismo e la competenza, ma è il primo alleato del disordine culturale. Per questo noi diciamo: basta coi dilettanti della cultura!». Quando Plebe parlava di dilettantismo culturale, non lo faceva allo stesso modo di Berto, che rimproverava ai contestatori universitari le gravi lacune speculative. Alcune storie di sguatteri e parrucchieri sono comuni a molti dei grandi geni del Novecento. Ma leggendo dagli atti del congresso, la riflessione di Plebe pare tradire tanto la generazione letteraria di Céline, che sporcò le lettere francesi con uno stile da “dilettante”, quanto quella di Bukowski, che proprio negli anni Settanta otteneva la tanto agognata affermazione come scrittore con un trascorso da postino. Plebe si era in ogni caso fatto portavoce del bisogno di «porre ordine nelle idee e nei sentimenti», di intervenire per sanare il «disordine emotivo» che scombussolava l’Occidente. Oltreoceano, Harold Bloom sposava la causa del giudizio estetico, opponendosi agli “-ismi” e agli isterismi ideologici che pretendevano la lettura freudiana di Shakespeare, quindi di dirottare il messaggio letterario e artistico nel sociale, distraendolo dall’Io che Bloom si impegnava a rammentare fosse il solo destinatario della letteratura. Al congresso, anche Gabriel Marcel parlò di “godimento estetico”.

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I giovani si ribellavano quindi contro i fallimenti dei governi di centro-sinistra, la società autoritaria e le disillusioni che annebbiavano il loro futuro. Puntavano il dito contro chiunque non sposasse la loro causa additandolo come fascista, provocando così la naturale reazione degli intellettuali che avevano combattuto oppure rinnegato il fascismo, e che ora lamentavano l’imbavagliamento antifascista. Il loro slogan era “Intellettuali per la libertà”, o richiamando l’intervento di Marcel: «la causa della libertà e quella della cultura coincidono». Le speculazioni antropologiche sul concetto di cultura si sprecano, e buona parte di queste condividono il tema della cultura libera. Ci piace pensare come gli intellettuali aderenti a questi slogan fossero d’accordo su un punto: non si doveva cadere nella trappola delle ideologie spurie. Ovvero di quelle che poste a supporto della lotta politica contro i regimi tirannici necessitano di un nucleo culturale. La questione non risiede nel privare la politica della cultura, sarebbe sciocco pensarlo, data l’evidenza delle disastrose e terrificanti esperienze umane. Piuttosto, l’intellettuale rivendicava il diritto opporsi alle ideologie che, stabilendo la via da percorrere, individuavano al contempo quella da isolare. La fondazione del “Giornale”da parte di Montanelli può propriamente essere intesa come una reazione al monopolio culturale della sinistra italiana. Nasceva un giornale in cui l’impegno formativo si coadiuvava alla tendenza politica di centro-destra. Non è un caso che sul “Giornale” sarebbe stabilmente apparsa la firma di Ionesco. L’anno precedente, cinque giorni dopo la fine del congresso CIDAS, su l’ «Avanti!» si leggeva: «Stavolta Ionesco è da dimenticare. La  migliore  accoglienza  che la  Milano  intellettuale,  la  Milano  tutta,  democratica  e  antifascista,  può riservare  a  Ionesco  è  quello  di ignorarlo nella  speranza  che  egli  dimostri  il  buon  gusto  di  ricambiare  questo  particolare  riguardo  rimanendo  nei  chiusi, squallidi   ambienti  dei  suoi tristi  camerati,  i  quali  potranno,  tra  l’altro,  insegnargli   come   ritengano   meglio contrapporre  alle  sue datate astrazioni   sullo condizione umana,  la  solida  realtà  del manganello,  dell’olio  di  ricino e magari delle bombe».

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Montanelli intratteneva buoni rapporti anche con Berto: «perché Berto? A Berto voglio bene. Lo considero anche un buon scrittore. Ma di quelli che cercano se stessi più di quanto non si trovino». Quando scrisse queste parole era il 22 ottobre 1969 (I. Montanelli, I conti con me stesso, Rizzoli, 2008), nel pieno delle rivolte studentesche e delle lotte operaie. L’attivismo giornalistico ed editoriale sarebbe stato impegnato di lì a poco dalle nodali svolte storiche della Prima Repubblica. Nel 1971, Berto scriveva nel suo pamphlet che «se le chiese cristiane […] Si trovano quasi prossime a soccombere, la colpa è senz’altro del marxismo […] Il marxismo non si presentava come nemico del cristianesimo in sé e perse, ma soltanto entrare in rapporto competitivo con le varie chiese […] Al concetto di carità individuale e volontaristica il marxismo sostituì quello molto più efficace di carità di classe più che altro obbligatoria». Nel 1974, l’esito del referendum sull’abrogazione del divorzio imponeva una clamorosa sconfitta al mondo cattolico. I Moderni trionfavano, per gli Antichi era impossibile dire se fosse il caso di sperare in un nuovo Romanticismo. A chiusura del congresso di Torino, Plebe spiegava che la differenza della cultura di destra (che si augurava nascesse) con la destra culturale (dalla quale comunque traeva le forze), era «la stessa che passa tra il romanticismo propriamente e l’atteggiamento romantico in genere». E ancora: «in tutte le epoche e presso tutti i popoli e sempre esistito qualche gruppo di artisti ed intellettuali che possiamo definire genericamente romantico. Ma soltanto nel 1794 nella città di Jena sorse il romanticismo come una corrente di pensiero e di arte ben definita e consapevole di sé, quella corrente grazie alla cui nascita oggi parliamo del romanticismo come di una realtà storica ben definita nella storia del pensiero e dell’arte così come dell’umanesimo dell’Illuminismo».

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Marc Fumaroli ci ha lasciati nel giugno di quest’anno, venti anni dopo aver scritto il saggio sulla disputa tra Antichi e Moderni, dal quale è stato qui ereditato il proposito di raccontare l’altro fronte della disputa contemporanea, ovvero quello degli sconfitti conservatori del vecchio. È stato detto che, al tempo di Berto, si trattava di una disputa assai più confusa dove le parti in gioco avevano una precaria consapevolezza dei propri obiettivi e della posta in gioco. Ne derivano comunque due suggerimenti. Il primo, tenere d’occhio le novità editoriali su Giuseppe Berto (vedi le riedizioni Neri Pozza). Il secondo, leggere il saggio di Fumaroli anche solo per citazioni di poeti che difficilmente troverebbero spazio nelle polemiche attuali. La più bella è ovviamente proposta alla fine del saggio, ed è una riflessione di John Keats sul senso dell’eterna disputa tra il vecchio e il nuovo: «potremmo benissimo lasciarci per andare in direzioni contrarie, incrociandoci infinite volte, per poi finalmente ritrovarci al termine del viaggio …L’uomo non dovrebbe mai discutere sentenziare, ma solo sussurrare le sue scoperte a chi gli sta vicino …C’è una vecchia immagine per il nostro continuo correre, l’alveare, eppure, secondo me, noi dovremmo essere il fiore piuttosto che l’ape …Sono certo che il fiore ricava anche lui la sua buona ricompensa dall’ape …E allora non affanniamoci a raccogliere miele come le api, ronzando qua e là, angosciati dalla preoccupazione di ciò che si deve fare: ma studiamo i petali come un fiore, e rimaniamo passivi e ricettivi – sbocciando con pazienza sotto l’occhio di Apollo e prendendo spunti da ogni nobile insetto che ci fa l’onore di una visita – come cibo avremo la linfa e per dissetarci la rugiada».

Enrico Picone