Giuseppe Berto 40 anni dopo: storia di uno scrittore narciso, geniale e contraddittorio, destinato a dare fastidio

Posted on novembre 01, 2018, 12:55 pm
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Nascere in un villaggio (Mogliano) di una regione occupata (il Veneto) con plebiscito truffa (1866) da uno stato nemico (Italia). Avere talento e fascino innati, oltre alla giusta dose di narcisismo caro a ogni buon scrittore. Subire l’educazione fascista e patriottica del padre, ex maresciallo dei carabinieri, e aderirvi. Non impegnarsi negli studi liceali finché il detto padre non toglie ogni sostegno economico. Nutrire verso la figura paterna un profondo senso di colpa, legato a un desiderio di successo. Sperimentarne le conseguenze.

Mal riporre le proprie illusioni di gioventù: il fascismo, l’esercito, Mussolini e l’Italia… Iscriversi a dei gruppi fascisti. Partire volontario in Abissinia. Esser ferito, e per questo ricevere subito un paio di medaglie e per decenni un assegno. Iscriversi a lettere, prediligere il biliardo alle lezioni, eppure laurearsi in storia dell’arte. Trovarsi costretto a insegnare italiano, latino e storia a futuri geometri e maestre d’asilo. Preferire tornare sotto le armi; combattere con onore in Africa, ma andare incontro alla disfatta, e cavarsela con una fuga.

Finire per caso nel battaglione di camice nere “M”. Salvarsi la pelle sotto i cannoneggiamenti “alleati”. Trovarsi nei campi di concentramento negli Stati Uniti; e scoprirvi i grandi autori americani; e cominciare a scrivere per davvero. Farlo fottendosene dello stile contemporaneo delle italiche lettere. Vivere ai tempi di grandi editori conservatori (Leo Longanesi), reazionari (Edilio Rusconi), illuminati (Neri Pozza). Nonché ai tempi di grandi autori (Montale e Palazzeschi) che assegnano importanti premi (Campiello e Viareggio).

Optare controvoglia per Roma. Definirla una città parassitaria. Qui, in Piazza del Popolo, abbordare, bussandole sulla spalla, una bella fanciulla di diciott’anni più giovane. Sposarla. Ricordarsi di quando tra amici a turno ci s’informava delle novità, dei libri in uscita, dei premi, delle dicerie sulla pseudo intellighenzia romana: “ci spiegava […] che il regista di quel certo film era poi un pederasta, mentre sua moglie se la faceva con un collega, divorziato da una pittrice lesbica”. E ancora: “sono troppo impegnati nel farsi pubblicità, nel darsi premi, nel dedicarsi saggi e critiche in sommo grado encomiastici, nel raccomandarsi l’un l’altro presso editori e direttori di giornali”. Far per qualche tempo una nevrotica spola tra il capezzale del padre morente e gli inaccessibili salotti romani. Isolarsi.

Scrivere un libro dal titolo che evoca la guerra e le camicie nere, e pur prendendo esplicitamente le distanze da quegli anni e denunciando tutto “il grottesco del fascismo”, farsi dare del fascista per il fatto di non dichiararsi antifascista, e anzi identificando l’antifascismo militante come il nuovo fascismo. Non bazzicare cricche, accademie, circoli, partiti. Non votare, e non farsi incasellare in alcun modo. Restare sempre autonomo, libero e imprevedibile. Esser conscio che nessuno è profeta nella propria patria. Demitizzare la resistenza, la costituzione e il marxismo: “Però, dire che il marxismo è cultura non vuol dire che sia la sola sorgente o forma di cultura, e soprattutto non vuol dire che non sia violenza, anzi è violenza perfino nel campo culturale”. Incassare le critiche. Ostinarsi a scrivere…

Darsi alla scrittura di un controcanto, cupo ma non privo d’umorismo, del proprio paese. Scrivere un pamphlet, Modesta proposta per prevenire, in risposta al Manifesto per un partito conservatore e comuni sta in Italia di Antonio Delfini, e attaccare la burocrazia e i magistrati, il parlamento e la partitocrazia, la destra e la sinistra estreme e il centro, e le finzioni che rispondono ai nomi di Patria, Risorgimento, Nazione, Stato, Unità Nazionale, Popolo, Onestà, Scuola, Giustizia, Verità, Amore “e, immancabile, il Rispetto per le Leggi e le Istituzioni”. In un capolavoro teatrale profetizzare le derive del femminismo nella sedicente giustizia. Sbarcare il lunario scrivendo sceneggiature dozzinali per i cinematografari. Rifiutare una regia ma vedere un grande regista trasporre un proprio libro.

Farsi stroncare da critici letterari del calibro di Enrico Falqui. Ben sapere che tali critici letterari cadranno in un triste oblio. Spiegare: “In questo paese chi ha più soldi ha più ragione”. Poter, stoicamente, o dover, controvoglia, affermare di sé: “La critica […] da principio mi definì dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancor più mi ostinavo ad osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo”. Ricevere gli elogi del romanziere da cui è tratta la citazione in esergo al proprio più grande successo di critica e pubblico. Venire a sapere di essere uno dei tre scrittori italiani cari a Ernst Hemingway, assieme a Pavese (bene) e Vittorini (male). Avendo come principale ostracista Moravia, che domanda: “Perché porti quella barba?”, rispondergli: “Per ricordarti Hemingway”. Avere una nevrosi quasi paranoica e farne tema letterario: “La nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro”. Non prendere ascensori, treni, auto, aerei, navi, ed essere ipocondriaco al punto di dormire con due vocabolari sotto le gambe per favorire la circolazione. Aver persino e anzi soprattutto quella cosa che molti autori contemporanei dovrebbero avere fino alle estreme conseguenze, ovvero la paura di scrivere. Comprare un lembo di terra sul mare greco, o sul surrogato di Calabria, e qui affogare, per dirla con Pietrangelo Buttafuoco, “la vanità della fuga”, e vale a dire costruirsi con le proprie mani una casa, “un rifugio di pietre”.

Ricordarsi delle parole di Alessandro Gnocchi a proposito di Giuseppe Berto e Antonio Delfini: “Il fatto che autori come questi siano considerati irregolari, misconosciuti o dimenticati, suggerisce che l’Italia abbia un problema di libertà da risolvere. Così rispose Antonio Delfini a un questionario sullo stato della cultura italiana: ‘È un problema di libertà. […] Se un popolo non ama la libertà, quel popolo non avrà cultura’”.

Non esser quasi mai menzionato sui manuali e nelle antologie di letteratura italiana del Novecento. Del Novecento aver scritto il più bel romanzo neoromantico, strano e nevrotico, erotico e cattolico. Scegliere come protagonisti due tardoadolescenti innamorati a Venezia. Sigillarlo con la più breve e più bella prefazione della storia letteraria d’ogni tempo e d’ogni paese: “Sia chiaro ch’io sono per l’ordine, e che ciò è inutile.”

Anche se non si ambisce a diventare grandi scrittori e a risolvere e crearsi problemi scrivendo, ma si è giusto una giovane coppia d’adolescenti, tardoadolescenti o perché no pure trentenni o persino più vecchi, si prenda esempio dai due buffi, sprezzanti, donchisciotteschi eroi di quel romanzo. Non può far che bene.

E ancora un consiglio. Farla finita, una volte per tutte, col fascismo e con l’antifascismo.

Marco Settimini

***

BertoLa cosa buffa di Giuseppe Berto (frammento)

Era una Venezia minore e dimessa quella ch’essi erano stati portati a prediligere […] perché lì era facile trovare un sottoportico o una calle poco frequentata o un punto scarsamente illuminato di qualche piccola fondamenta o un posto qualsiasi dove non appena fosse decentemente buio essi prendevano a baciarsi come matti con l’improvvisa cognizione che tutto quel ch’era accaduto prima di quel momento, vale a dire la gioia sempre rinnovata dell’incontro giornaliero e poi il lungo camminare tenendosi sottobraccio e l’instancabile giro di sospiri e occhiate e parole […] per loro andava bene solo col chiaro mentre non appena faceva buio rivelava una misteriosa insufficienza e inadeguatezza cosicché essi per tenersi al corrente dovevano cominciare a stringersi e a baciarsi […].

Le carezze erano cominciate in una sera di forte tramontana quando Maria toccandogli le mani s’era accorta di quanto fossero gelate e dicendo povero amore come sono gelate le tue mani aveva cercato di scaldargliele col fiato e anche con diversi baci ma poi visto che così non si ottenevano grossi risultati s’era aperto il cappotto e l’aveva invitato a scaldarsi meglio addosso a se stessa ché in quel momento lei non aveva affatto freddo, e lui era entrato nel dolce tepore del golf di cascimir fermandosi con le mani a premere delicatamente sui magri fianchi di lei sentendone le costole e i piccoli spazi tra una costola e l’altra e il moto un po’ rapido del respiro e percependo direttamente l’enorme tenerezza di quel contatto che a suo modo di vedere era d’una purezza esemplare anche perché l’impressione dominante era che le costole di lei fossero d’una fragilità infantile, però a lungo andare chiunque avrebbe capito che starsene lì con le mani ferme contro il corpo di lei senza stringere né cercare era cosa abbastanza ridicola e comunque poco naturale e invero Antonio stesso cominciò a pensare che ben altrimenti egli si sarebbe comportato se invece di Maria avesse avuto per le mani una ragazza un po’ meno intemerata ma naturalmente con lei non poteva comportarsi come la dozzina scarsa di ragazze meno intemerate che aveva conosciuto prima quantunque ad essere proprio onesti si dovesse ammettere che i baci con Maria avevano ormai di gran lunga sorpassato e in profondità e in completezza ogni bacio mai sperimentato prima, ma questo era un discorso giusto solo fino ad un certo punto e anzi non era giusto affatto perché un confronto tra Maria e le altre era assolutamente fuori tema e in conclusione quella prima sera egli aveva ritirato le mani che non erano ancora granché calde dicendo che bastava.

Ma la sera successiva che la tramontana era ancor più secca e gelata tornando a scaldarsi le mani su di lei egli le aveva toccato o per meglio dire sfiorato senza proprio volerlo il seno, un gesto a dir poco imprudente e infatti lei aveva avuto un tremito che poteva essere di sbigottimento o chissà mai addirittura d’insofferenza […], ma per fortuna lei non appena passato quell’insondabile tremito si affrettò a dirgli caro e caro quattro o cinque volte di seguito e in più con un’intonazione di voce tanto languida che perfino un tonto sarebbe arrivato a capire che se a lui fosse piaciuto accarezzarle il seno lei sarebbe stata sufficientemente contenta di farselo accarezzare, e così lui s’era sentito impegnato a ripetere volontariamente il gesto poco prima compiuto per caso e l’aveva fatto con grande spavento e tuttavia con stupore sia verso la cosa in sé che si presentava morbida e sensibile sia verso il godimento che sia pure a poco a poco egli ne ricavava.

E beninteso neppure da ciò era stato più possibile tirarsi indietro anche perché al momento buono non c’era nessuno dei due che proprio lo volesse e così ora subito dopo i primi due o tre baci egli senz’altri preamboli prendeva ad accarezzarla e anzi le sue mani penetravano direttamente sotto il golf e cercavano tepore e una pavida dolcezza sulla pelle nuda con l’incomodo di trovare una strada non troppo ingarbugliata tra sottoveste e reggipetto e relative spalline finché le dita arrivavano a contatto con la rotondità cedevole delle mammelle e lei allora si tendeva tutta contro il muro e tremava e diceva col fiato ansante una buona quantità di parole tenere come amore e dolcezza e tesoro mio sicché ormai non poteva sussistere alcun dubbio che ciò non le piacesse addirittura parecchio e anche ad Antonio piaceva moltissimo si capisce […].

Invero per quanto accarezzarle il seno fosse azione straordinariamente bella e dolcissima non si poteva dire che fosse pure in ogni senso compiuta e difatti alla fine di tutto quell’accarezzare restava uno strato di tensione tanto più inquietante e insoddisfatta quanto più il contatto era stato intenso e lungo e insomma ci voleva molto poco a capire che v’era un’altra e più segreta parte del corpo di lei che chiedeva d’essere accarezzata con un abbandono e anzi un richiamo per così dire autonomo nel senso che lei mica doveva rendersene perfettamente conto ma che comunque era lo stesso efficace a tal grado che una mano d’Antonio prendeva infine coraggio e cercando una stretta via tra la gonna e il ventre di lei che peraltro si ritraeva per facilitarne il passaggio scendeva sempre più giù fino a trovare quel punto basso del grembo che sembrava attirarla e lì indugiava in carezze o in qualcosa di simile mentre in lei avveniva un che di poco chiaro come una specie d’irrigidimento cedevole o di cedevolezza contratta e smetteva anche di dire le parole tenere inquantoché si teneva le labbra a morsi forse temendo di mettersi a gridare e quindi respirava col naso sempre più frequentemente e in ultimo dopo una sconcertante rottura piena di brividi gli diceva basta e si lasciava andare in un rilassamento estenuato col volto ancora acceso e gli occhi smarriti ma molto più luminosi di prima, e insomma diventava tutta tenerezza dopo il suo solitario appagamento.

Giuseppe Berto