Nella letteratura italiana si aggira il fantasma di un grande romanzo per lo più misconosciuto: “Rubè” di Giuseppe Antonio Borgese…

Posted on Settembre 26, 2019, 8:28 am
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Nella letteratura italiana del Novecento si aggira il fantasma di un grande romanzo per lo più misconosciuto. Accolto male dalla critica fin dall’inizio, ogni tanto qualcuno lo riprende e ne tesse le lodi, ma ben presto il libro in questione torna nell’ombra, quasi fosse condannato all’oblio da un destino maligno. E pensare che la narrativa italiana degli ultimi cento anni non abbonda di grandi libri. C’è chi, senza avere capito niente, lo ha accusato di essere il ritratto di un eroe dannunziano, qualche altro cultore del bello ha storto il naso per una scrittura a suo dire troppo mentale e psicologica. Per fortuna quando venne tradotto in Francia l’accoglienza fu ben diversa, tanto da essere definito: “Uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana o semplicemente della letteratura del nostro secolo”.

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Sto parlando di Rubè, pubblicato nel 1921 e scritto da Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952). Professore di letteratura tedesca, critico letterario, giornalista, Borgese fu un esempio raro di intellettuale. Estraneo al provincialismo e alle chiusure della cultura italiana del tempo, seppe dimostrare tutto il suo valore di uomo quando fu tra i pochissimi docenti universitari a rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo e preferì andare in esilio negli Stati Uniti, per tornare solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per i cultori del gossip diciamo anche che sposò in seconde nozze una delle figlie di Thomas Mann.

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In estrema sintesi Rubè è la storia di un piccolo borghese siciliano, Filippo Rubè, predestinato alla carriera politica, ma che invece, travolto dalle vicende della storia e vittima delle proprie inquietudini personali, è destinato a una fine tragica. Un romanzo che è allo stesso tempo ritratto di un uomo e di una nazione perché tutta la vicenda personale di Rubè è strettamente correlata agli avvenimenti storici che caratterizzarono quegli anni in Italia: l’interventismo, la Prima guerra mondiale, il tormentato dopoguerra con la nascita del fascismo e gli echi della trionfante rivoluzione bolscevica. Giustamente è stato detto che Rubè è prima di tutto un romanzo psicologico che però porta e sviluppa dentro di sé un romanzo politico.

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Filippo Rubè, il protagonista, è una personalità complessa, piena di contraddizioni e complicazioni, sempre intento a scrutare dentro il proprio animo e a tormentarsi. Insoddisfatto della propria condizione di giovane avvocato con aspirazioni politiche, corre volontario in guerra, dove spera di purificarsi. È un acceso interventista ma ben presto scopre di avere paura delle bombe. Quando viene ferito in modo casuale passa per eroe, ma dentro di sé invece è consapevole di essere un vile. Nel dopoguerra si trasferisce a Milano per darsi agli affari, ma anche in questo caso fallisce miseramente. Si sposa, ma è incapace di amare la moglie; si fa un’amante, ma anche con lei finisce in tragedia. Continuamente portato ad analizzare se stesso, incapace di sentimenti veri, tormentato dai dubbi, Filippo Rubè entra a pieno titolo nella nobile famiglia degli “inetti” della letteratura italiana. Come i protagonisti dei libri di Svevo, Tozzi e Pirandello, è estraneo alla vita e soffre di quello che anni dopo verrà chiamato “il male di vivere”.

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Tutta la parte finale del romanzo è una corsa disperata di Rubè su e giù per l’Italia, dal lago Maggiore alla Sicilia, per poi risalire fino a Bologna, senza sapere più bene chi è e cosa vuole fare. In balia delle proprie nevrosi e di un destino che sembra prendersi gioco di lui fino alla fine, quando si diverte a fargli mancare l’ultimo appuntamento con la moglie e a farlo finire in un corteo di dimostranti. A quel punto arriva la fine, tragica e del tutto casuale, emblematica di un’esistenza priva di senso.

Silvano Calzini