La voce assoluta della musica italiana: in memoria di Giuni Russo

Posted on Ottobre 04, 2019, 6:17 am
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Un talento e aderirvi è già deragliare nella fede.

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Giuni Russo è sepolta nel ‘Carmelo’ milanese, nel cimitero del Convento di Santa Teresa di Gesù Bambino a Milano. È morta nel 2004, quindici anni fa. Fui banalmente folgorato dall’album del 2003, Morirò d’amore, che è tra i più alti della discografia italiana ‘pop’, diciamo così. L’album prende il nome della canzone che Giuni Russo e Maria Antonietta Sisini – incontrata a Milano nel 1969, amica, sodale per la vita – scrivono nei tardi Ottanta. Nella canzone s’intrecciano parole di San Giovanni della Croce: l’affinità tra Giuni Russo e il mistico della “notte oscura” mi ricorda quella a cui si lega Cristina Campo, che traduce il fascio delle sue poesie, con lo pseudonimo di Giusto Cabianca, per l’edizione dei Mistici dell’Occidente curata da Zolla (prima Garzanti, 1963, poi Rizzoli, ora Adelphi).

Per arrivare a sapere tutto
non voler sapere nulla in nulla.
Per arrivare a godere tutto
non voler godere nulla in nulla.
Per arrivare a possedere tutto
non voler possedere nulla in nulla.
Per arrivare a essere tutto
non voler essere nulla in nulla.

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Morirò d’amore fu esclusa dal Festival di Sanremo del 1989, quello vinto da Anna Oxa & Fausto Leali, con le incursioni comiche di Beppe Grillo e il solito bilioso provincialismo italico (secondo posto per Toto Cutugno, terzo per Al Bano & Romina, soltanto nona Mia Martini che cantava Almeno tu nell’universo). La canzone fu poi riproposta al Festival del 2003: Giuni Russo, malata, fu ammessa, la sua esibizione memorabile, eppure, in una delle edizioni sanremesi più brutte, arrivò settima (prima: Alexia, con Per dire no; secondo: Alex Britti, 7000 caffè; terzo: Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo; ma chi se le ricorda?).

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La voce di Giuni Russo desertifica – passa come un’ascia, tra catacomba e Everest, bilanciata a Est ci spacca la fronte come una Armenia, una armeria di crocefissi.

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Nell’album del 2003 c’è anche un’altra canzone che sancisce il legame con Giovanni della Croce, La Sua figura. Si sa che Giuni Russo riorientò la sua vita da Un’estate al mare agli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola e i testi di Edith Stein, risorta sul petto di Teresa d’Avila, ostacolata perciò dai discografici che non intendono la conversione ma vogliono mungere fama finché c’è. L’incipit de La Sua figura è micidiale:

Scopri la tua presenza:
mi uccida la tua vista e la tua bellezza!
Sai che la sofferenza d’amore non si cura
se non con la presenza e la figura.

Così il canto torna lode e se lo ascolti ti radica nella scelta, ti radia dall’andirivieni dei giorni, incuneandoti nel tuo destino.

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La sua figura è un documentario del 2007 diretto da Franco Battiato per ricordare Giuni Russo; nel 2009 Bompiani pubblica il libro di Bianca Pitzorno Giuni Russo. Da Un’estate al mare al Carmelo. Giuni Russo è il caso più eclatante della musica ‘leggera’ italiana.

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La canzone di Giuni Russo che ascolto con ossessiva costanza è Io nulla, in quel medesimo album (ma è presente anche nel live del 2002, Signorina Romeo). Qualcosa di pervasivo mi porta nel retro di me, dove posso lanciarmi nella lacerazione dell’abbandono.

Primizia del mio tempo
Orlo del velo che copre la presenza
Dal vivo occhio mi penetra
Un raggio di pura luce
Fai cantare alla mia lingua
Melodie sconosciute
Dell’amore che buca l’opacità del mondo e crea

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Il refrain continuo, Io nulla, io nulla, io nulla, ci accorda a ciò che siamo: passeggera vanità, vaniloquio di promesse, esigenza di fiducia mai riscossa, fiamma dell’irrisolto, falena in figura di falco, ratto, del topo un’ombra. Non si sarchia la propria individualità per sconfiggerla – bensì, per giungere alla persona, al suo difetto di diamante. Si svanisce nei penetrali della presenza. “Oso fiorire” proprio a partire dalla nullità in cui faccio scempio di me. Neppure ritorno allo stato infantile. Semplicemente, capire che ‘io’ è un sistema di relazioni, un gioco di specchi, il riflesso che crediamo sia davvero ‘io’, anima correlata alle attese degli altri, alla necessità – stabilita dal convivere e dalla convenzione – di adempiere a ciò che gli altri si attendono da noi – o a scarnificare in delusione quella tenda di attese, santificazione dell’oblio. Estirpare questo – cioè: sradicarci alla convenienza sociale, essere ignifughi alla fama, al di là dei giudizi, in una indifferenza rosea – ci ammette al nulla. Ovvero: al fatto possibile di rinascere. Mistero: si nasce alla vita per morirvi e rinascere – prima della morte fisica, arguire l’altra, la vera, inghiottirla.

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Per aggiornarmi a Giuni, serve una antologia mistica – per stare nel cardine del suo dire, dico, nel fogliame del canto.

Margherita da Cortona: “Vengo a te come inferma al medico… io sarò non tuo cuore sarò anche nella ferita del tuo costato e in tutti i luoghi dove si trovano i chiodi”.

Angela da Foligno: “Questo bene così potente che mi si rivela nella tenebra, sta ora la mia speranza, incrollabile, tutta raccolta in sé… Quel che io vedo nella tenebra è il tutto”.

Camilla Battista Varano: “Questo è stato ed è quello acuto e pungente coltello che me ha transficto el core… in terra prostrata me buto con lacrimosa fazza; tuta de vergogna e rubescenzia perfusa… infelicissima felicità”.

Caterina Fieschi: “Io non ho più cuore né anima, ma lo mio cuore e anima è quello del mio dolce amore – in lo quale di tutto in tutto era annegata e transformata. Poi fue tirata più in su, cioè alla bocca, e ivi le fu dato un bacio in tal modo, che fu tutta absorta in quella dolce divinità e ivi perdette tutta lei propria, dentro e di fuora”.

Maria Maddalena de’ Pazzi: “Desidero di non essere e ora vorrei avere un essere infinito; desidero non potere niente, e ora vorrei poter ogni cosa; desidero esser dispregiata e ora vorrei esser esaltata”.

Veronica Giuliani: “Ma mi cognosco miserabile; non so come Idio mi soporti sopra la terra, temo e tremo”.

Testi di anime estreme, nell’obliquo della visione, donne smadonnate alla rinuncia, tra strazio di sguardi, grandine di pupille invidiose, testimoniate nel volume di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, Scrittrici mistiche italiane (Marietti, 1988) che per lo meno dice di una tensione, di una tenuta del verbo femminile in adesione all’assoluto – e di Dio coglierne le caviglie, il lato in tana.

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Uno potrebbe dire che era tutto in quel viso: un cargo di occhi, zigomi che fanno un chiostro, viso intagliato come un proverbio. Davanti a tutti per retrodatare il palco in altare, sperperare il corpo in quella fionda di voce – te ne svuoti, e non sai dove si è introdotta quella magia, un proiettile in verbi, con chi interloquisce, di che vita è origine, Giuni Russo. (d.b.)