“Il Muhammad Alì dell’agone letterario”. Discorso su Giulio Mozzi 1 e Giulio Mozzi 2, ovvero: l’arte sibillina delle identità contraffatte

Posted on Gennaio 17, 2020, 11:18 am
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Esistono due Giulio Mozzi. Uno è lo scrittore, classe 1960, consulente editoriale e insegnante di scrittura creativa. Lo chiamerò il Mozzi 1. Nel suo sito, vibrisse.wordpress.com, potete trovare foto della fermata dell’autobus davanti casa sua, foto del suo stendino per la biancheria, foto dei suoi piatti da cucina, foto dello studio, foto di lui assieme a Kenzaburō Ōe, uno scrittore giapponese premio Nobel per la letteratura nel 1994.

Su Mozzi 1 molto è stato scritto, soprattutto da Giulio Mozzi, ed è difficile aggiungere qualcosa di originale. Io ci provo dicendo che è il Muhammad Alì dell’agone letterario, un incontrista.

Il combattimento tra Alì e George Foreman, disputato il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, nello Zaire, è stato raccontato in un libro di Norman Mailer, The Fight. Alì si fece malmenare per sette riprese dall’avversario, poi capì che Foreman era cotto e lo mise al tappeto con un gancio sinistro e un micidiale diretto al viso.

Riuscite a capire dove voglio andare a parare? In quel ring di lotta libera che è la narrativa – rubo questa frase a Murakami Haruki – Giulio Mozzi è un campione del livello di Alì: non attacca mai direttamente, ma è molto abile nel portare colpi d’incontro.

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Alcuni anni fa, credo fosse il 2012, quando si è accorto che sul sito di una libreria online c’erano un sacco di lettori che lo perculavano, dicendo peste e corna dei suoi libri, Mozzi ha pensato bene di scrivere un articolo dal titolo: “Le dieci peggiori cose scritte in Ibs a proposito dei libri di Giulio Mozzi”. E lo ha pubblicato sul suo blog.

Idea furbissima, degna di un grande incontrista.

Se un lettore scrive, a proposito del Ricettario di scrittura creativa: “Quasi 500 pagine di spazzatura inutile”, e Mozzi pubblica il commento sul suo sito, quelle parole feroci diventano il vaffanculo che rimbalza sui suoi critici trasformandosi in sberleffo.

E poi sentite questa, a proposito di Fiction: “Mozzi vorrebbe scrivere grandi racconti, ma il risultato è quello di un Crippa che vuole fare le giocate di Maradona”.

E quest’altra, a proposito di La felicità terrena: “Insopportabile. Illeggibile. Unica cosa decente le 3/4 pagine dell’ultimo racconto che descrivono i film porno che l’autore guardava da adolescente, scritte però con un linguaggio da prete, inconsistente e smorto”.

Se lo dicessero di me, mezza Italia si convincerebbe che sono un pessimo scrittore. Invece Mozzi veste i panni del pappagallo digitale, ripete quegli insulti e li riduce a macchietta, uno stridulo garrito che si perde nell’aria.

E al quel punto, chi ha più voglia di chiedersi se il Ricettario di scrittura creativa è “essenzialmente un libro per imitatori, perfetto per i Toto Cutugno della letteratura”, come scrive un certo Filippetto, utente di Ibs?

Il messaggio che passa è: Mozzi è ironico, saggio, non si arrabbia per le critiche, anzi: ci scherza su.

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Io sono sicuro che se ci fosse stato lui, sul ring di Kinshasa, e intendo: se Giulio Mozzi fosse stato Foreman, non solo avrebbe evitato di mulinare braccia e gambe come se volesse spaccare l’aria, stancandosi inutilmente, ma si sarebbe assestato due ceffoni sul naso. Sì, avete letto bene: sul proprio naso. E allora anche Alì, il pugile più famoso di tutti i tempi, il più grande, avrebbe capito l’inutilità di quel correre, schivare, incassare, picchiare e fare in modo che i colpi facciano male il più possibile. E si sarebbe arreso a Giulio Mozzi.

(Malignità: Siccome Mozzi è furbo, furbissimo, mi è venuto il dubbio che alcune di quelle recensioni se le sia inventate lui).

Questo è il Mozzi 1, mi piace. E poi è certamente un talent scout, uno dei migliori che abbiamo in Italia. Se sei un aspirante scrittore e scrivi a Giulio Mozzi, lui risponde. Se hai messo nero su bianco un bel mucchietto di parole come sterchi di coniglio e le spedisci a Giulio Mozzi, lui ti legge.

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Poi, ahinoi, esiste il lato oscuro di Giulio Mozzi, il dark Mozzi, il Mozzi 2, il sulfureo, il cattivo maestro, il creatore, insieme all’amico padovano Bruno Lorini, di identità fittizie tipo Mariella Prestante, la poetessa fake che pubblicava i suoi versi su Facebook. Al termine di un diluvio di post: rime difficili, rime sdrucciole, rime identiche e così via, il 13 agosto 2013 alle 23:55 Mozzi confessò sul suo sito il misfatto con tre versi finali di un sonetto:

Ma fosse solo quella,
la mia birichinata, solo quella…
Eh sì, ve lo confesso: la Mariella…

E poi scrisse, godendo della superficialità degli ingenui che l’avevano creduta vera: “È così di moda! Siamo nell’internet, nel mondo delle identità mutanti!”.

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Mozzi è un recidivo, avendo già creato, in un’era non digitale, tristi figuri quali Ennio Bissolati, Carlo Dalcielo, Giovanna Meliconi, Lucio Sorgato.

Perciò ogni volta che su Facebook salta fuori un profilo fake che si mette a parlare di letteratura, il primo indiziato è Giulio Mozzi.

Al momento in cui scrivo, il fake più popolare tra gli appassionati di letteratura è un tale che si fa chiamare Monica Rossi e si presenta come editor ricchissimo e potente. Posseduto dal demonio della banalità, scrive post sul mondo editoriale e rovescia vagonate di insulti su chiunque osa contraddirlo. Non posso credere sia Mozzi. Troppo grezzo l’uno, troppo fine l’altro. Dai sonetti di Mariella Prestante allo “Stai zitto coglione” di Monica Rossi corre un abisso culturale e psicologico. Per me Monica Rossi è un Giulio minore: un editor che ha perso il lavoro, uno scrittore rifiutato o un editore marginalizzato. O tutti e tre insieme: un team di cattivi imitatori.

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Cosa vogliono fare Giulio Mozzi e i suoi epigoni con queste identità fasulle? Rimarrei deluso se tutto si risolvesse nella pubblicazione di un libro di (o su) Mariella Prestante, Monica o Giuseppina Vattelappesca. Libri che leggerebbero in pochi e mi farebbero sconsolatamente dire: “Tanto traffico per niente”.

Non sarà sto gran casotto: tutto fumo e niente arrosto. Eppure, lasciatemelo pensare: Mozzi 2 non mi piace. Lo considero responsabile di avere avallato l’idea che la menzogna sul web è inoffensiva.

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Giorni fa, nel profilo fake della fu Angelica Lili Lorean, ho letto il messaggio di un utente: “Io sono estremamente favorevole all’anonimato in rete. Siamo tutti fake qui, più o meno. Chi si scandalizza non ha capito nulla. Tra le cose più vere e reali che ho letto su FB ci sono sicuramente quelle scritte da Monica Rossi e da Angelica”.

Che la gente ami farsi fottere, e di brutto, dagli esperimenti di ingegneria sociale è un fatto incontrovertibile. Le elezioni si vincono sul web. I persuasori occulti sono tutti sul web. I desideri delle masse si condizionano sul web.

Qualcuno mi dirà: “Ma che c’entra tutto questo con il divertimento di uno scrittore?”.

Se parliamo di Mozzi, nulla.

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Ma riflettete: ogni giorno, in tutto il mondo, migliaia di persone si spacciano per qualcun altro al solo scopo di commettere crimini più o meno orribili. L’human hacking è uno strumento che può influenzare e manipolare il comportamento umano per compiere azioni delittuose o potenzialmente dannose. A volte un fake ha l’obiettivo di ingannare le persone, confidando sulla loro tendenza a fidarsi e rilasciare informazioni senza rendersene conto. L’amico social di un individuo che falsifica la propria identità dovrebbe sempre chiedersi: “Cosa so io di lui e cosa sa lui di me?
Chi può nuocere più facilmente all’altro? Chi avrebbe la meglio in uno scontro di intelligenze tra uno che bluffa e uno che è sincero?”.

C’è un detto che tutti i pokeristi conoscono: “Se sei seduto al tavolo di gioco e non riesci a capire chi sia il pollo, il pollo sei tu”.

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Un’identità nascosta usa molte tecniche per conquistare la fiducia delle persone. Per esempio, inducendo alla compassione per situazioni sfortunate. Oppure, se si accorge che il suo contatto ha un problema, si propone di aiutarlo, anche offrendogli dei soldi. A quel punto l’inconsapevole vittima si fiderà, perché la sua mente è prigioniera di una facile e ingannevole equazione: “Chiunque sia, il tizio mi ha aiutato, quindi è buono”. È la vecchia trappola della caramella. Mai accettarne da uno sconosciuto.

Di nuovo, mi sembra di sentire l’obiezione: “Sì, ma Mozzi cosa c’entra?”.

Io non credo che gli scrittori e gli artisti in genere debbano necessariamente farsi portatori di messaggi etici, però mi piacerebbe che Giulio Mozzi facesse come quei campioni di wrestling che prima di cominciare la loro recita di calci, pugni, sediate e ketchup, dicono ai bambini: “Divertitevi con noi, ma non provate a imitarci o vi farete molto male”.

Francesco Consiglio, quello vero