“Mi chiamo Giulia ma potrei essere Giovanna D’Arco, una donna che combatte”. Manuela Diliberto dialoga con Giulia Innocenzi

Posted on Febbraio 24, 2021, 9:32 am
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Roma, primavera 2017, ancora lontani dalla pandemia. Vegetariana, vegana se può, si batte senza fanatismo contro gli abusi della consumazione di carne proveniente dagli allevamenti intensivi. Ci incontriamo in un locale in via Crescenzio. Disponibilissima, parla sempre guardando dritto negli occhi. Coerente, onesta e preparatissima. Una delle rare eccentriche che si è messa in testa di cambiare il mondo. La seduta fotografica si tiene a Milano un anno dopo, quando lavora già per Le Iene. Ci ritroviamo con Cristina in un caffé a colazione. Lei arriva puntuale e fresca come una rosa. Cristina ha montato il set nel saloncino del nostro Bed and Breakfast. Lei mette un filo di lucidalabbra ed è subito pronta. Come sempre Cristina riesce a tirarle fuori schegge d’anima.

1. Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Giulia Innocenzi – Mi chiamo Giulia e hanno scelto questo nome perché mia mamma è inglese e il mio papà è italiano, umbro, e volevano dei nomi per me e per mia sorella che andassero bene in tutti e due i paesi, quindi io, Giulia e mia sorella, Marina.

M.D. – Giulia con la “G”.

G.I. – Giulia con la “G”, cosa che in America mi ha creato diversi problemi… perché scrivevano sempre “Guilia”, non so perché…

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2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Giulia Innocenzi – (Esita a lungo). Ma… (Ridiamo insieme perché non le viene proprio in mente nulla) ti direi Giovanna, come Giovanna D’Arco (risponde infine quasi me lo chiedesse).

M.D. – E perché Giovanna D’Arco?

G.I. – Mah… una donna combattente quando di donne combattenti non ce ne erano…

M.D. – Con la spada in mano!

G.I. – Esatto! Una che si è messa in prima fila e ha sfidato anche i suoi tempi. (Fa una pausa). Non che il nome Giovanna mi piaccia però…

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3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

Giulia Innocenzi – Penso perché le scelte che ho fatto nel mio lavoro mi portano ad essere spesso soggetta a tante critiche che colpiscono più quelli che le rivolgono che non la sottoscritta, dal momento che io ho imparato a conviverci. Altrimenti sarebbe abbastanza tosta! E perché ho fatto delle scelte… più che scomode, magari controcorrente, scegliendomi dei filoni di inchiesta (quelli sugli abusi degli allevamenti intensivi, in particolare) che è un miracolo anche solo riuscire a mandare in onda, figuriamoci il resto… E quindi, sì, senz’altro sono scomode.

M.D. – E quindi ti ritrovi su questa sedia. Ti spetta! (Sorrido).

G.I. – Si, però è l’unica cosa che io potrei fare. Sarà pure scomodo o tutto quello che ti pare, ma è la mia unica sedia.

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Giulia Innocenzi – Senz’altro (risponde decisa). C’è anche bisogno dell’occasione. Però, diciamo che l’occasione o la fortuna diventano l’alibi per chi non ce l’ha fatta per vari motivi. L’occasione ti può anticipare il raggiungimento di un certo obiettivo, di una certa sfida, ti può dare una spinta a raggiungerlo più velocemente… però, diciamo che è di contorno.

M.D. – Cioè, poi si arriva a ciò che ci si è preposti malgrado una fortuna avversa, come pensano gli americani?

G.I. – Non sono così ingenua e naïve! Se i miei genitori non avessero avuto le condizioni economiche per mandarmi all’università a Roma, probabilmente per me la vita sarebbe stata diversa, magari non sarei qui a parlare con te e non avrei fatto questo mestiere. Ne avrei fatto un altro e comunque… in realtà anche l’università mi ha plasmata, nel senso che le persone che ho conosciuto, gli studi che ho fatto mi hanno fatto diventare la persona che sono oggi, ma penso che i valori fondamentali che ho mi appartenevano già, e quindi anche con un altro lavoro la dimensione della mia vita sarebbe stata quella.

M.D. – E saresti stata controcorrente?

G.I. – Mah… il fatto che me ne sia voluta andare da Rimini, da una vita già segnata, dall’azienda di famiglia dove dovevo andare a lavorare, già ti dice tutto.

Manuela Diliberto e Giulia Innocenzi; photo Cristina Dogliani

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5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

Giulia Innocenzi – Penso al fatto che l’ho scelto io e che sapevo già che non sarebbe stato facile. Che se è dura è perché comunque sto incidendo in qualche modo sulle cose e che quindi sono nella direzione giusta

M.D. – Allora a che cosa ti aggrappi?

G.I. – Penso al risultato che voglio ottenere. E basta.

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente?

Giulia Innocenzi – Ma per me non è una scelta… come ti ho detto, non potrei fare altro. La mia non è una scelta votata per un sacrificio che faccio per l’umanità, ma è una mia scelta. Cioè, io sto facendo quello che mi fa sentire a posto con me stessa, nel rispetto della mia personalità. Quindi non potrei fare altro.

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

G.I. – (Ci ragiona un po’). Allora, io non penso che noi come cittadini abbiamo il dovere di essere degli eroi – mi metto nei panni di chi paga il pizzo: non so cosa farei se avessi un negozietto in una via sperduta di Palermo o Enna – e quindi non richiedo ai cittadini, ai singoli, l’eroismo, però sicuramente non possiamo girarci dall’altra parte, quindi se una persona annega davanti a te non puoi andartene… Questo al livello collettivo. Per quello che riguarda me, invece, io devo sempre essere coerente con me stessa, quindi davanti alla paura c’è prima il rispetto della mia persona e di quello in cui credo… E la paura si fa da parte. (Riflette). … Una paura che poi c’è! Perché c’è. Siamo persone normali.

M.D. – Quindi non punti il dito contro chi, appunto, non ha il coraggio di denunciare, o contro chi, avendo appena di che mangiare, compra la carne degli allevamenti intensivi nei supermercati?

G.I. – No, assolutamente non punto il dito contro nessuno! Noi siamo il frutto delle nostre famiglie, del nostro vissuto, del contesto sociale e ambientale in cui siamo cresciuti, quindi ognuno di noi è fatto in modo diverso anche per il vissuto che ha e per le caratteristiche con cui è nato… Per questo ti dicevo, non è che nasciamo tutti Gandhi! Non credo nell’eroismo del singolo e non deve trattarsi di quello. È l’organizzazione delle società a dover tutelare i singoli.

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Giuli Innocenzi – Ma… Io in realtà farei leggere Mein Kampf nelle scuole, per far imparare da dove viene la cattiveria, da dove viene il male. Da come ciò possa nascere anche da un libretto scritto male…

M.D. – Quindi lui è giustificato a tenerlo nella libreria?

G.I. – Ma tu mi stai dicendo che lo sta facendo per un altro motivo… Perché ha associato a quel libro un altro significato…

M.D. – Sì, è un ricordo di famiglia fra i libri, su uno scaffale in salone… però si vede. Si trova fra gli altri libri, ma… sta là. Poi è un libro antico, quindi lo noti (Mi osserva riflettendo e poi risponde decisa. Sembra che i pensieri formulati con cura nella sua testa, una volta determinati, sgorghino dalle sue labbra senza incertezza, chiari e limpidi, armati delle proprie ragioni).

G.I. – Io non ho Mein Kampf nella mia libreria, ma se lo avessi lo terrei.

M.D. – E se fosse un regalo ricevuto dai tuoi nonni?

G.I. – Me lo prenderei proprio e lo metterei in libreria, perché… fa parte della storia. Cioè… quel pezzo di storia va condannato, ma per condannarlo lo devi conoscere… perché non risucceda.

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9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Giulia? Che descrizione ne daresti?

Giulia Innocenzi – Beh, probabilmente, purtroppo, all’inizio mi assocerei alla vulgata che mi vuole antipatica, cosa che io non sono assolutamente, perché mi ritengo “molto” simpatica (lo dice ridendo con tenerezza).

M.D. – Confermo!

G.I. – Ma all’inizio, non so perché, viene fuori un’antipatia. E probabilmente anche io, conoscendomi, mi riterrei antipatica… poi però, approfondendo, scoprirei una persona con tantissima vitalità e voglia di vivere, molto curiosa e simpatica. Una godereccia, romagnola… una combattente per la giustizia sociale (conclude, decisa).

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10. Se non fossi Giulia Innocenzi, chi vorresti essere?

Giulia Innocenzi – Mah… vorrei essere un medico che va in Africa a curare la gente, oppure, che ne so, uno di quei ragazzi che riesce a scatenare una rivolta contro un regime autoritario. Questo genere di personaggio.

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Domanda Personale. Cosa rappresenta per te esattamente l’inchiesta giornalistica?

Giulia Innocenzi – Farò mie le parole di Orwell, George Orwell, che ha detto (tira fuori lo smartphone e legge il passo che sembra tenga sempre a portata di mente): “Giornalismo è scrivere ciò che qualcun altro non vuole che sia scritto. Tutto il resto sono pubbliche relazioni”. (Mi guarda con un sorriso dolce e disarmante, come se lei fosse tutta lì, senza orpelli).

*In copertina: Giulia Innocenzi, conduttrice televisiva e giornalista, in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani.