Gita negli USA con Thomas Wolfe, lo scrittore che nessuna scuola di scrittura predica, il genio dell’eccesso

Posted on Febbraio 04, 2019, 7:33 am
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Poiché era eccessivo, lo inseguii. Eccessivo nel corpo – alto due metri, massiccio – spericolato nell’esistere – padre dagli avi tedeschi, violento, volitivo, lui, ‘Tom’, fu studente sagace e disperato, dedito alla bottiglia e alla sfrenatezza grammaticale – isolato da quel talento, la letteratura, anomalo nel suo mondo di provincia – nasce a Asheville, Carolina del Nord, nel 1900 – preso come un ‘mostro’. Quando la ‘Garzantina’ della letteratura era il mio solido platonico mi appuntai quel nome. Thomas Wolfe. Gli aggettivi con cui lo ornavano avrebbero sconfitto un bue: “eccessivo”, “involuto”, “ridondante”, “vertiginoso”. Al contrario, m’inondarono della sconfinata voglia di capire cosa avesse scritto quel tizio morto troppo giovane, nel 1938, che Sinclair Lewis, il primo autore statunitense a ottenere il Nobel per la letteratura (era il 1930), definì così: “Ha la possibilità di essere il più grande scrittore americano… in effetti, non vedo perché non potrei dire che è uno dei più grandi scrittori al mondo” (era il 12 marzo 1935, su Time).

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Questo amavo di Wolfe: la possibilità di essere ‘il più grande’, ma l’incapacità di stare negli argini della grandezza. Il suo talento bizzarro, imbizzarrito, senza briglie, senza ragione tecnica, irragionevole. Innocente. Posso usare questa parola?

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Di Thomas Wolfe – che negli Usa ha un ruolo di profezia (era adorato dai Beat, da Kerouac & Co.) e di preminenza, al fianco di Faulkner, Hemingway, Fitzgerald – all’epoca c’erano soltanto chili di oblio. I suoi grandi, difformi, esagerati romanzi erano introvabili da ere: Angelo, guarda il passato (Einaudi, 1949; 1965); La ragnatela e la roccia (Mondadori, 1955); Il fiume e il tempo: storia dell’insaziabile fame dell’uomo nella giovinezza (Mondadori, 1958), Non puoi tornare a casa (Mondadori, 1962). Già i titoli mi davano i brividi. Li trovai. Razzia ciò che potevo. L’epica e il fango, la maceria e la merce d’argento e le marce nell’oro e nel bitume. Tutto puro – tutto sporco. Mi informai. Thomas Wolfe era uno scrittore dal genio indisciplinato. Passava giorni a far grandinare parole sui fogli. Poi si ubriacava. Non aveva ordine, ma tensione. Il primo romanzo, Look Homeward, Angel vagava oltre le mille pagine. Maxwell Perkins tentò di imbragare la tigre. Il grande editor di Hemingway e Fitzgerald, taglia di brutto, cuce, pubblica. Il romanzo – ridotto della metà – esce per Scribner’s nel 1929. Un successo. Che Wolfe, voluttuosamente, dilapida.

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“Lontano dalla chiarezza e lucidità critica di Joyce, egli scriveva per dare libero sfogo alla ‘furia’ che gli urgeva dentro”, scrive Igina Tattoni, antica studiosa di Wolfe. Nel 1997 l’editore Fazi, proprio a cura della Tattoni, pubblicano Storia di un romanzo, incontrollata lezione in cui Wolfe ci spiega il suo rapporto con la letteratura, l’emarginazione (“Nella mia città ero guardato come una pecora nera, un paria, un emarginato che aveva attaccato in modo crudele e selvaggio la sua gente”) a cui costringe l’atto letterario. Ci sono alcune frasi che ho sottolineato. Questa, ad esempio, sulla potenza ‘mostruosa’ della letteratura, magica, che spoglia di tutto. “La dimora del cuore, del cervello, di ogni fibra dell’uomo, il piccolo abitacolo della sua vita, non può reggere, non può assolutamente essere tanto capace e resistente da contenere tutta la furia d’un’urgenza creativa”. Poi questa, sulla meta sempre irraggiunta dello scrivere: “So che la porta non è ancora aperta, so che la lingua, la parola, il linguaggio che io cerco non è stato ancora trovato, ma credo con tutto il cuore di aver trovato la via, di aver aperto un varco, di aver mosso il primo passo”. E questo, sulla necessità di spremersi, esprimersi, sperimentarsi: “esplorare in primo luogo, per quanto possibile, le proprie risorse, limiti, possibilità di uomo e di artista, piuttosto che andare a scuola da qualcun altro per imparare a scrivere storie e opere teatrali e cercare di trarre dai libri di metodologia, da libri scritti da altri, la linea, la forma, il modello che dovrebbe trovare da solo”.

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Thomas Wolfe è il contrario dello scrittore predicato nelle scuole di scrittura poco serie. Non scrive semplice, non organizza la trama, non progetta strategie narrative vincenti, è disordinato, ti fa disperare. Si butta con la canoa nella corrente fiammante della letteratura – ignaro di scogli, cascate, dirupi, tendendo l’occhio ciclopico verso l’ardore dei puma, la spazientita agilità dei cervi. I piccoli, grandi editori, in questi anni, hanno ritemprato l’opera di Wolfe (Orgogliosa sorella morte, per Mattioli 1885; O Lost per Elliot; Ho una cosa da dirti per Passigli; Dalla morte al mattino per CartaCanta; Foglie d’America per Corrimano; Un’oscura vitalità per PaginaUno); da poco, per la cura di Francesco Cappellini – che parla di testi “come cantate dalla voce sommessa e rauca di un Tom Waits”, e ha ragione, queste parole andrebbero cantate, con torva acquiescenza, a dar lumi alle oscurità – e la stampa delle edizioni di Via del Vento, è pubblica una raccolta di sketch dal titolo Il ritorno e altre prose.

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I tentativi di ridurre in leggenda pop l’inenarrabile talento di Thomas Wolfe – il film Genius del 2016, firma Michael Grandage, con costellazione di star: Jude Law è Wolf, Colin Firth da Maxwell Perkins, Fitzgerald ha il viso di Guy Pearce, Nicole Kidnam è Aline Bernstein, musa, amata, amante di Wolfe e ottima scenografa – non hanno avuto esito editoriale in Italia. Meglio così. Alcuni autori vanno scoperti e nascosti, amati nei sottoscala.

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Tra le prose del Ritorno aprite Prologo all’America e fatene la vostra mappa. Scandito dalla domanda ossessiva “Dove andremo adesso, e che faremo?”, Thomas Wolfe ci porta in una dissennata gita per gli Usa, a Manhattan (“stanotte un milione di piedi si muovono verso questo regno fatato caduto dal cielo, la grande Medusa notturna, le luci incredibili delle stelle disseminate sono come incastonate nell’abito della notte stessa”), a Boston (“…le finestre appannate dal vapore acre degli hamburger; le dita annerite dei compositori, che inzuppano il loro pane raffermo nella fame e nell’inchiostro…”), Chicago (“chi viene con le tenebre alla terra maledetta, troverà la bellezza dell’inferno nella terra maledetta, la fucina di Caino nella terra maledetta, le vampe di Vulcano e la marea dello Stige… vasto limbo infestato di fumo del travaglio della terra e del lavoro dell’uomo”), fino a quel passo terminale, come se negli USA si riassumessero tutte le epoche, le terre, i volti, “La luna in fiamme sulle colline stanotte, lo sbattere della zanzariera, il rumore di un chiavistello che scorre e poi silenzio in diecimila cittadine, e la gente distesa al buio, che aspetta, che chiede, che ascolta, come noi… Dove andremo ora e che faremo? Perché c’è qualcosa che sta avanzando nella notte, e così presto sarà mattina, presto sarà mattina… oh America”.

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Quando Fitzgerald gli consigliava di ridurre il suo oceano verbale dentro qualcosa di esclusivo, alla maniera di Flaubert, Wolfe, che non attendeva altro, rispondeva, “…ma ci sono Cervantes, Shakespeare, Dostoevskij, autori che hanno incluso tutto…”. Si sentiva di quella famiglia, Thomas Wolfe. La sua voce è ancora inarrestabile, irrequieta, non chiede comprensione ma accoglienza, ispirata dall’infinità della vita. (d.b.)