“Siedi nella tua cella come nel Paradiso scordati del mondo e gettalo dietro le spalle”. Gita a Camaldoli, dove i monaci danzano con il faggeto

Posted on Luglio 06, 2019, 10:54 am
12 mins

Il sentiero CAI 72 tira come un mulo. Si parte forte, pendenza interessante che diventa ancora più ardua se si alzano gli occhi e si punta alla salita. I primi passi sono a freddo, e sembrano ancora più duri: gambe ancora intorpidite dall’automobile, il sole che trafigge i rami e riscalda anche il sottobosco. Siamo a quota 815 metri sul livello del mare, nel cuore dell’Appennino, la “vera” catena italiana, quella che trebbia tradizioni e costudisce l’antico sapere dei contadini. Quella del dialetto stretto tra i denti, quello delle camicie di flanella, delle famiglie che accolgono gli ospiti e li servono di ogni ben di Dio.

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Negli occhi ancora le file di Ginestre che accompagnano il guidatore da Bagno di Romagna a Camaldoli, come una “maglia gialla” del Tour de France ma al contrario: non la indossa Marco Pantani ma il pubblico, seduto ai lati della strada, silenzioso e aggrappato alla terra. Osserva il pecorare delle auto e delle moto, delle persone che vanno alla ricerca di un po’ di fresco. C’è chi indossa scarponi e pantaloni, cappello e guanti, zaino e calzettoni. E c’è chi si accontenta di seccare una bottiglia di vino e incapannarsi sotto un albero, nella comodità eremitica e spartana di un asciugamano, o un materassino da mare.

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La suggestione che si concretizza e diventa una successione di passi in salita. Percorso antiorario quindi Camaldoli (815 metri sul livello del mare), Rifugio Cotozzo (1.114 metri) e da lì dritti sino all’Eremo (1.103 metri). Impossibile o quasi trovare un parcheggio: automobili negli stalli ma anche lungo la strada, con i musi rivolti verso gli alberi e i sederi all’asfalto. Anche loro, con più coscienza di chi le guida, danno le spalle alla modernità e alla comodità del catrame. I più maleducati e pigri trasportano la stronzaggine menefreghista della città sino in montagna: scooter parcheggiati anche lungo le stradine di terra, moto a contatto con gli alberi, mozziconi di sigarette spente su un sasso. Una DASPO di montagna farebbe bene, possibile che a Roma non ci abbiano ancora pensato?

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Non sarà come la mitica “Calà del Sasso” (il percorso, formato da 4.444 gradini, che collega la frazione Valstagna in zona Canale di Brenta alla frazione Sasso di Asiago) ma l’impressione è che la salita che collega Camaldoli al Rifugio Cotozzo si possa avvicinare. Profumi balsamici di resina riscaldata degli alberi tagliati, aroma di terra camminata, (p)assaggi delicati per la respirazione. L’ombra degli alberi è un pavido ristoro: le temperature alte – siamo a 27-28 gradi – non risparmiano chi decide di percorrere le vene terrigne del bosco. Un’arteria unica, spessa e marrone, che indica la direzione. Obbligata.

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A metà salita un minuscolo Acheronte, un’oasi verticale che taglia la strada. Il rumore dell’acqua anticipa la vista: immergo i polsi mentre con un balzo agile un gruppo di tedeschi in su con gli anni ci passa a fianco, e saluta con un sorridente “Ponciorno”. La natura contagia e l’educazione è importante come avere ai piedi un buon paio di scarponcini e nello zaino almeno due litri di acqua da bere.

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Il Rifugio Cotozzo appare alla fine di un ulteriore strappo in salita. La porta è aperta e davanti all’ingresso è stata costruita una piccola fontana utile a riempire borracce e bottiglie. Dentro alla piccola ma robusta struttura un tavolo in legno e un caminetto piuttosto ampio. Sulle scansie quello che occorre per mangiare: sale e olio per esempio. Chi decide di cenare, pranzare o pernottare lascia sempre qualcosa per chi verrà. Una forma laica e allo stesso tempo cristiana di amore per il prossimo. Un altruismo raro, oggigiorno. Forse dovremmo imparare a aprire le mani, a donare. E ad alzare gli occhi a cielo: a stare piegati sugli smartphone, si diventa ciechi. Un contemporaneo contrappasso del vecchio detto dei vecchi di paese, che ipotizzavano forti miopie ai giovanissimi che dedicavano troppo tempo alla propria zona sub-ombelicale. Gli strali sono cambiati, come a suo tempo aveva profeticamente annunciato l’immenso Bob Dylan…

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La fontanella del Rifugio Cotozzo è un’agorà: dapprima una coppia di giovani toscani con il cane, poi una manciata di ciclisti da sterrato. Scappi in montagna per cercare la solitudine e invece – non sempre ma talvolta – ti sembra di essere in Piazza Carli ad Asiago (che ovviamente non sono io…) a metà agosto quando trovare una panchina libera è più difficile di scovare un ago in un pagliaio.

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Sì, più o meno sono cinquanta minuti senza correre. Stavolta le indicazioni che troviamo all’inizio della salita che collega Camaldoli al Rifugio sono veritiere. Senza pause ci si impiega anche meno, basta avere un passo costante e non parlare.

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Rifugio Cotozzo è un invito: notte con gli amici, porta sempre aperta per eventuali viandanti che decidano di unisci al rito sacro della carne alla brace e al pasto delle parole. Servono vino, birra, sacchi a pelo e spirito di adattamento. Ma soprattutto la voglia primordiale di staccare dal mondo “sempreconnessoesenzapause”.

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Si va quasi di crinale. Il sentiero CAI 70 richiede circa un’ora di camminata semplice, nessun strappo che sappia segare le gambe, solo la normale e solita attenzione a dove si mettono i piedi. Non per le bisce o le vipere ma per i sassi e qualche radice anarchico-ribelle. A metà strada, sul lato sinistro, tre donne più o meno cinquantenni hanno individuato un sasso e un tronco per fermarsi e fare le chiacchiere. Un bar en plen air, per dirla alla maniera di Claude Monet. I monaci camaldolesi però sono un universo lontano da quello che si raccontano per persone di città, tra pissi pissi, occhi sul display, dita velocissime che digitano e lasciano le impronte sullo schermo e poche pause.

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“Quando raggiungi una vetta ti avvicini a Dio”. Me lo diceva il nonno materno, esperto camminatore lento di montagna. Non sarà una cima delle Alpi ma all’Eremo si può annusare l’immenso spirituale, il “Pater noster” dei monaci e dei faggeti.

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“Siedi nella tua cella come nel Paradiso scordati del mondo e gettalo dietro le spalle”. L’Eremo è stato fondato da Romualdo (sua la “Piccola regola d’oro” qui sopra), promotore, leggo, della Congregazione camaldolese”, una “diramazione riformata dell’Ordine benedettino”.

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Si pranza all’aperto, lungo le mura dell’Eremo. Panini, acqua, cioccolata. Poi si recuperano tutti i rifiuti, alla ricerca degli appositi contenitori. I luoghi vanno lasciati così come li abbiano incontrati: il nostro passaggio non deve lasciare tracce. A casa si può fare quello che si vuole ma quando si è ospiti di altri l’educazione ci insegna che bisogna essere rispettosi. Anche per chi verrà dopo di noi. La natura è gratuita ed è per tutti, anche se molte persone non lo sanno.

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I monaci camaldolesi si inseriscono all’interno della tradizione benedettina come studiosi della natura e custodi della foresta. Nel corso dei secoli hanno catalogato e studiato la flora e la fauna del territorio in cui si sono instaurati. In particolari sono diventati profondi conoscitori delle proprietà curative delle erbe aromatiche. Basta fare un giro nella farmacia per capire in che modo il loro sapere si è diventato materico: creme, miele, caramelle, tisane, amari, biscotti. Forse è questo l’aspetto che attira orde di turisti: si prega poco ma se si porta a casa un pensiero si sente come se avesse sgranato il rosario. Chi ci aspetta a casa ha l’illusione che attraverso questi doni si possa essere – o diventare – un po’ più buoni.

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Davanti all’ingresso dell’Eremo due giovani religiosi parlano in inglese e sorridono. Uno è di colore, l’altro è bianco ariano. Poco più in là, famiglie con il tavolino ancora pieno di bottiglie vuote: gli ossimori si sprecano nell’incoscienza dei gradi alcolici del vino bianco.

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La discesa è una tagliola. Dall’Eremo a Camaldoli ci sono tre chilometri di strada asfaltata, curve su curve, quasi si dovesse percorrere la silhouette della Tabaccaia di “Amarcord”. La via più diretta è quella verticale, che taglia asfalto e terra battuta. Ogni passo è una fitta sotto la rotula delle ginocchia: gli scarponcini cercano l’attrito, si scende a zigzag, cercando di sforzare poco gli arti inferiori.

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Inguini indolenziti, punte dei piedi in difficoltà da pressione. Polpacci duri. A chi sostiene che scendere sia più facile che salire, la montagna risponde con la sua natura geomorfica: andare giù è un incontro di forze della fisica, un equilibrio di respiri e di energie mentali. Lo ha capito alla perfezione una giovane coppia che ha deciso di tirare il fiato e rilassare le gambe sul parapetto di un torrente. Si abbracciano, in piedi, e ascoltano l’incontro tra l’acqua e i sassi. Sarebbe da registrare, quel suono, e utilizzarlo come suoneria del telefonino al posto di quei fastidiosi trin triiin che fanno diventare truzzissimi anche gli uomini di mezza età con pochi capelli o con una improbabile tintura marroncina o nero mogano.

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Il motto dei monaci camaldolesi è “Ego vobis, vos mihi” (“Io sono per voi, Voi siete per me”). La crasi tra la vita comunitaria e quella eremitica è espressa anche nello stemma, formato da due colombe che si abbeverano a un solo calice. Un invito ad amare e non ad amarsi, alla con:divisione, alla ricerca di una unità che nasce, spesso, dalla molteplicità solitaria che improvvisamente scopre la bellezza del dialogo, del bere assieme a una stessa fonte.

Alessandro Carli