“Volevo che la mia ossessione diventasse di tutti”. Un film sulla Madonna Sistina e sull’enigma Vasilij Grossman. Dialogo con Giovanni Maddalena

Posted on Luglio 27, 2020, 8:08 am
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La legge dell’accademico è spesso riassumibile nel motto “non rischiare mai nulla che possa metterti in imbarazzo”. Per questo, probabilmente, per l’insistente tendenza a contravvenirne la legge sacra, non è facile a chi lo conosca definire Giovanni Maddalena come un accademico.

Non che non ne abbia i titoli: studioso tra i massimi al mondo di Peirce, ordinario di Filosofia Teoretica all’Università del Molise, visiting professor in diverse università qua e là sparse per il globo, Maddalena è fondatore – se è corretto parlare di fondazione nel campo del pensiero – di una “filosofia del gesto” che punta al cuore del kantismo per sbranarne le interiora e riprendersi la razionalità nella sua accezione più ampia (il libro fondativo in materia è Philosophy of Gesture. Completing Pragmatists’ Incomplete Revolution, McGill Universiy Press, 2015).

Contravvenire la legge sacra e rischiare l’imbarazzo, dunque. Ecco allora che, dopo le tragedie pubblicate qualche anno fa (I sicofanti. Irene – Dilogia del potere, Marietti, 2012), Maddalena fa un’altra e più ardita incursione in campo artistico, co-firmando la sceneggiatura di You. Story and Glory of a Masterpiece, diretto dal giovane e promettente Nicola Abbatangelo, al suo secondo mediometraggio, e co-prodotto da RaiCinema (tutte le notizie sul sito dedicato al film). Ispirato dalla Madonna Sistina di Raffaello e dal racconto che Vasilij Grossman gli dedicò nel 1955 (restando impubblicato in Urss fino al 1989), il film si snoda intorno al fotografo Brandon Miller e alla sua lotta con il quadro raffaellita per inquadrarlo nello “scatto perfetto”.

Un’opera che parla di un’opera che parla di un’opera, quindi. E se un po’ conosciamo Maddalena e il suo lavoro, l’interessante di questo film – al di là di vederlo e goderlo nella sua semplice compattezza – è di andare a scavarne le ragioni gnoseologiche, come dovrebbe del resto essere in ogni tentativo che si dia come tentativo artistico e non di mero entertainment. Approfittando della sua pazienza, e dell’ospitalità di «Pangea», abbiamo così incrociato Maddalena per fare due parole sul film, sulla filosofia del gesto e sul valore conoscitivo dell’arte.

Professor Maddalena, se c’è una cosa interessante di te e del tuo lavoro, è l’attenzione costante a rendere vitale quel che studi e a rendere studio ciò che vivi. Per questo non riesco a immaginare la tua avventura nel cinema come un divertissement… Confessa, questo film ha sempre come orizzonte la filosofia? E se sì, come rientra nel tuo lavoro?

Sì, certamente è un divertissement ma ha come orizzonte il mio lavoro sulla filosofia del gesto. Vi rientra in due modi, direi. Uno, banalissimo e concretissimo, è dato dai contatti e dai rapporti che nel tempo ho maturato con persone che si occupano di valorizzazione dei beni culturali. Attraverso questi rapporti sono stato coinvolto in diversi progetti che mi hanno in un certo senso obbligato a capire una cosa della filosofia del gesto, cioè che conoscenza e comunicazione vanno insieme.

Oh, bene, la decantata valorizzazione dei beni culturali che mi dà da vivere. In che modo i progetti di cui parli hanno sviluppato la riflessione sul gesto?

Perché per valorizzare un oggetto, un “bene”, devo affrontarlo come problema. Proprio perché conoscenza e comunicazione vanno insieme, la domanda “che cosa veramente mi interessa di quest’opera d’arte” vien fuori forte e primaria. E questa è anche la domanda generale del film – siamo così alla seconda e più diretta influenza di cui accennavo. Nel film il significato che prevale è l’enigma di Grossman.

Che enigma?

L’enigma di un agnostico che da un lato riconosce l’immortalità della vita, come dice lui, o comunque il divino sciolto da ogni dogma religioso. E che dall’altro, pur restando agnostico, percepisce la Madonna come il punto più interessante della storia, il punto in cui il divino e l’umano si incontrano.

La caccia al significato, quindi. E questo parlando sia dell’opera, sia del racconto, sia del film, che sono tre opere diverse. Qui però mi sembra che siamo nel campo delle opere derivate. Voglio dire: normalmente, pensando a “valorizzare un bene culturale”, si ha in mente la produzione di un “supporto” a una ben determinata esperienza estetica. Ma tu, invece, quando il “demone della sceneggiatura” ti ha colpito e hai cominciato a scrivere, non avevi in mente di riproporre un significato e un modo di fruizione già dati, o sì?

No. Il concetto è che comunicazione e conoscenza coincidono proprio perché non sono dati prima.  Non è che ho pensato “allora, ho letto Grossman, voglio comunicare a tutti il significato di Grossman, quindi faccio un film”… no. Valorizzare una cosa significa scoprirla mentre comunichi il suo significato. Perché normalmente la valorizzazione, e anche quello che chiamano storytelling, sono noiosissimi? Perché partono in modo analitico: cioè tu hai i dati e dici “bene, inventiamoci una storia per collegare i dati”, come nel giochino della «Settimana enigmistica» in cui devi unire i puntini. E viene fuori un disegno, certo, ma esattamente come nella «Settimana enigmistica» è un disegno brutto.

Lui è Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia Teoretica all’Università del Molise, visiting professor in diverse università del globo

Un disegno stilizzato…

…Un disegno molto stilizzato che in fondo ti dice poco, aggiunge poco. Mentre partire dal significato, al contrario, vuol dire che chi comunica ha bisogno di scoprire il significato di un’opera e mentre comunica, lo scopre.

Nel nostro caso?

Nel nostro caso io volevo portare la Madonna Sistina in Italia, il che si è prestissimo rivelato come un’idea assurda. Soltanto che nel frattempo quell’idea assurda, il fondo di quell’idea assurda, continuava a interessarmi molto. Mi intrigava l’intreccio tra un genio assoluto come Raffaello e un autore umanissimo come Grossman, continuavo a pensarci… È così che il “demone”, che anche tu ben conosci, viene fuori: perché resta lì il problema.

E il gesto che cos’ha di risolutivo in una dinamica del genere?

Il gesto ha valore proprio perché nel suo compiersi risolve un problema – anche se non nel senso assoluto del termine, perché magari lo presenta soltanto. Nel caso di un’opera d’arte, lo risolve perché lo fa diventare un problema di tutti [ride, ndr]: la tua ossessione diventa un problema di tutti.

E nel nostro caso com’è che il problema, da tuo, diventa di tutti? Come si arriva cioè alla storia da cui nasce il film e di cui Brandon è il protagonista?

Nella prima stesura il protagonista doveva essere una spia. Poi, uno sceneggiatore professionista ci ha fatto notare come la trama dovesse essere più compatta, e siamo arrivati a questo fotografo che viene incaricato di fare lo “scatto perfetto” per restituire il quadro al nostro tempo. Lo scatto perfetto è l’enigma che va sciolto. È un meccanismo scenico, poteva essere un’altra trama: ma l’idea di fondo, cioè che ci sia un enigma e che questo enigma vada conosciuto e risolto, è molto profonda. Se Brandon deve rendere al mondo la Madonna Sistina, ha bisogno di capirne il nesso con il mondo intero. E il nesso è la maternità della Madonna, e della paternità nel caso di Brandon. Un problema di tutti, proprio perché la Madonna Sistina è quella che offre il figlio al mondo per un sacrificio che salvi il mondo.

Il fatto che il problema di Brandon, il problema universale della paternità, emerga dalla necessità di risolvere un problema tecnico – quello dello “scatto perfetto” – immagino che non sia casuale…

No, certo.

Ecco, che nesso ha con la filosofia del gesto?

Il film è un gesto e quello che volevo era che al suo interno vi fossero dei gesti, che succedesse qualcosa. Quello che non volevo era una soluzione intellettuale-analitica del problema o una brutalmente pragmatica. In un film che vuole unire comunicazione e conoscenza dev’essere un gesto a risolvere l’enigma.

Si capisce bene in questo senso ciò che dicevamo sopra intorno alla valorizzazione dei beni culturali. Spesso c’è, in chi progetta la valorizzazione, una confusione tra proposta culturale e marketing, come se l’assunto fosse “dobbiamo rendere appetibile una cosa noiosissima che per chissà quale ragione ci obblighiamo a ritenere importante”, vedi polemica dei giorni scorsi su Chiara Ferragni agli Uffizi. Qui invece siamo nel campo della riscrittura, delle opere derivate: Grossman riscrive Raffaello, tu e Nicola Abbatangelo riscrivete Grossman che riscrive Raffaello. Siamo in un altro dominio. Ma la valorizzazione dei beni culturali, quando non è così, quando non è cioè riscrittura, opera che nasce sull’opera, arte che nutre sé stessa ricreandosi, che cos’è?

Come dicevi tu, è marketing, e non vale niente. O meglio, io non ho niente in contrario, ma non penso che serva a granché. Perché anche lo spettatore, se non c’è un problema di conoscenza, un problema che lo intriga, non si interesserà mai. Puoi riempirlo di nozioni, ma non modifica niente. Mi colpisce a volte, parlando con amici, quando vanno a vedere un museo e dici “bello, che cosa hai capito, che cosa ti ha colpito?” e la risposta è zero. “Ma sei contento?” “Sì, sì, ho visto il Louvre”. Ma il problema – se ne parla a volte, c’è tutta una critica in materia – è anche in chi li ha messi lì, quei quadri. Non ha fatto sorgere alcun problema. E se tu non hai un problema, la valorizzazione può essere molto spettacolare, e va bene che lo sia, ma al limite ti suscita un’emozione. E che problema è suscitare un’emozione? Fra cinque minuti l’emozione è passata… Quello che ci interessa veramente, quello che ci cambia, non è emozionarci, è conoscere. Sì, sì, conoscere.

Daniele Gigli

*In copertina: un particolare dalla “Madonna Sistina” di Raffaello, 1513-1514