Giovanna Rosadini: nonostante tutto, la poesia ‘vende’ (e soprattutto, non possiamo farne a meno)

La poesia italiana? Vive una delle sue stagioni più effervescenti, checché ne dicano i pessimisti della porta accanto. Dialogo con una poetessa visionaria, che ha il coraggio di mettere in versi “i luminosi e perduranti frammenti di felicità terrena che riempiono di senso la vita”

Posted on dicembre 14, 2017, 11:51 am
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Ipotesi di censimento. Cioè: mettere cemento nel nido dei giorni, fossilizzarne, per lo meno, il perimetro informe, redigerne l’esattezza, lo scandaloso ideale di luce a pelo d’acqua, un verso sopra l’annientamento. Giovanna Rosadini ha – è certo – l’attenzione dei visionari, ha occhi decuplicati dalla cura. I suoi versi sembrano stringhe. Ogni libro, in effetti, è l’esodo delle stagioni, abbecedario dei mesi a fior di labbra, il tentativo di legare l’armadio del mondo sulla schiena, e lei, Giovanna (nella fotografia di Dino Ignani), è una annalista delle modeste variazioni quotidiane – quelle, in fondo, che spaccano la vita con la paziente voracità di un tuono, di una coltellata. Da Il sistema limbico (2008) a Unità di risveglio (2010), “un libro diaristico che ripercorre un vissuto drammatico trasformandolo in percorso conoscitivo ed espressivo di rara profondità” – così la quarta – al mirabile Il numero completo dei giorni (2014), in cui la lettura della Torah (ergo: la Bibbia cristiana) s’abbraccia alla lettura della propria vita, scandita con l’eccezionale ferocia di un versetto biblico, Rosadini tesse, maniacalità monastica, lo stesso, intenso, intransigente diario. L’occasione del dialogo con la Rosadini ha due pretesti, gemelli e speculari. Il primo, è editoriale. Einaudi sta per pubblicare l’ultima raccolta di Giovanna, s’intitola Fioriture capovolte. L’altro riguarda la mia pruriginosa voglia di capire cosa stia succedendo alla lirica italiana. I giudizi vanno dall’apocalisse imminente – è tutto finito; ma è tutto finito da Dante in qua, allora – all’entusiasmo un po’ beone – non è mai stato così facile pubblicare i propri quattro stracci lirici come oggi. Giovanna è una che la sa lunga – è stata editor Einaudi fino al 2004, per la ‘bianca’ ha curato l’antologia virata al femminile Nuovi poeti italiani 6 – ha la generosità di chi si apre, per natura ustoria, al ‘nuovo’, e ha il dono della saldezza (cioè: non parla a vanvera, come vira il vento della vanità).

Che tipo di poesia è possibile, oggi, nel mondo antipoetico?

“A me pare, mai come oggi, qualsiasi tipo di poesia. Alcuni autorevoli ‘addetti ai lavori’ lamentano la mancanza di una problematizzazione teoretica, così come di un orizzonte ideologico di fondo, ma in questo io non vedo necessariamente un male, anzi: la poesia, liberata dalla gabbia degli “ismi” che si sono succeduti nel corso del Novecento, e aiutata dalle nuove possibilità legate all’utilizzo dei media, non è mai stata così libera. Alla cosiddetta ‘poesia colta’ delle diverse tradizioni letterarie nazionali si stanno affiancando nuove forme di poesia popolare legate all’uso della rete e dei social. Pensiamo per esempio a un fenomeno come quello degli instapoets, autori che hanno migliaia di seguaci su Instagram e Tumblr grazie alle foto dei loro testi, e che solo in un secondo tempo passano all’edizione cartacea delle loro poesie, divenendo a volte casi editoriali, come l’indo-canadese Rupi Kaur o l’australiana Lang Leav. La rete offre, senza dubbio, spazi trasversali di facile accessibilità: chiunque, sul suo profilo Facebook, può postare i suoi versi, così come vanno moltiplicandosi i gruppi amatoriali di chi la poesia la legge e cita, oltre a scriverla. Certo, si tratta di una poesia per lo più semplice e spesso ingenua, che non problematizza ma facilita il rispecchiamento… e il rischio dell’approssimazione e del dilettantismo è sempre in agguato… però è comunque un segno della vitalità del genere. Un po’ quello che, nei decenni passati, era successo con la poesia per musica e l’insorgere della canzone d’autore, altra forma possibile della poesia popolare. Inoltre, sono sempre di più i poeti colti che ricorrono al web, creando una rete di seguaci appassionati e contribuendo a una ridefinizione dell’agonizzante società letteraria di fine Novecento. I poeti fanno rete fra di loro e con i loro lettori, postando e commentando i propri e altrui testi, creando eventi in occasione di presentazioni e reading, promuovendo online i loro libri e arrivando, in certi casi, persino a polemizzare sulle rispettive poetiche o scelte editoriali. Non dimentichiamo di citare, infine, la realtà sempre più diffusa dei poetry slam, un modo anche questo per comunicare direttamente col proprio pubblico, in questo caso dal vivo, saltando l’intermediazione di case editrici e riviste”.

Èconsueto parlare in modo disastroso dei tempi presenti. Tu, con costanza, hai lavorato per la poesia, spesso trovando talenti. Insomma: come è messa la poesia in Italia? Siamo ancora un paese di (bravi) poeti?

“Indubbiamente la poesia è un mercato di nicchia, il cinque per cento dei titoli pubblicati, ma i dati delle vendite sono confortanti: da quattro anni sono in costante aumento. Poi, come ho detto, se da un lato gli spazi per la poesia tendono a contrarsi per quanto riguarda le grandi case editrici (ma questo non ha impedito il rinnovarsi dello Specchio, storica collana della Mondadori dedicata al genere), dall’altro non mancano le case editrici medie e piccole che hanno spazi per la poesia, o vi fanno esclusivo riferimento. Penso per esempio alla collana Le ali inaugurata un paio di anni fa da Marcos y Marcos e diretta da uno dei più importanti poeti italiani, Fabio Pusterla, alle prestigiose e raffinate collane di poesia dell’editore Aragno o a piccole realtà promettenti come Interno Poesia di Andrea Cati e Samuele editore di Alessandro Canzian, che hanno fatto del crowdfounding una modalità di pubblicazione che punta a un contatto diretto col pubblico dei lettori appassionati, coinvolgendoli ad investire sull’autore di riferimento. Entrambi attivissimi in rete coi loro blog e siti, e sui social, senza i quali il loro lavoro non sarebbe possibile, considerate oltretutto le loro realtà geografiche di provenienza, Brindisi per il primo e Pordenone per il secondo. libro rosadini 2Grazie alla rete è tornata a nuova vita anche l’istituzione delle riviste poetico-letterarie. Se, da un lato, l’antesignana Poesia, rivista cartacea dell’editore Crocetti più volte a rischio chiusura, ha compiuto trent’anni, e un’altra rivista storica come Atelier di Ladolfi editore prosegue il suo lavoro sia in edizione cartacea che in formato digitale, nuove realtà legate alla Rete si sono andate affermando, come L’Ulisse, o, in forma di blog non necessariamente solo poetico, Nazione Indiana, Ilprimoamore, La poesia e lo spirito, AbsoluteVille, Le parole e le cose, Poetarum Silva, La Recherche. Queste sono diventate le nuove sedi del dibattito critico, del confronto, i luoghi dove poter leggere una recensione o una nuova voce poetica, oggi che il ruolo pubblico dei poeti sui grandi quotidiani nazionali è stato soppiantato dalla voce dei romanzieri, e i critici di poesia sopravvivono a stento nelle terze pagine e supplementi culturali dei giornali di carta. La poesia è un piccolo mondo dai piccoli numeri, le tirature sono irrisorie, se confrontate con quelle della narrativa… nessuno può illudersi di campare scrivendo versi, la qual cosa, in una società come la nostra, è oltremodo squalificante, eppure, oserei dire, la poesia è un bene primario, presente e sorgivo nell’infanzia e poi accantonato… come dimostra chi fa laboratori nelle scuole con i bambini, come gli amici Chandra Candiani (ricordo il suo splendido ‘Ma dove sono le parole?’) e Antonio Ferrara. La poesia, come mi capita di dire a chi me ne chiede l’utilità, serve a darci le parole che non è così facile trovare per dire di noi stessi e dei nostri sentimenti, per esprimere le emozioni, la meraviglia o lo sgomento che il mondo ci provoca. I poeti, come dei rabdomanti, le trovano e offrono al lettore. Ed è commovente, cosa che ho sperimentato spesso in prima persona, vedere, quando si instaura questo legame, e l’autore riesce a intercettare gli stati d’animo del lettore, l’affezione che si crea nei confronti della sua persona e scrittura. Quella che si tocca con mano, per esempio, a una presentazione di Milo De Angelis (penso allo straripante salone del Grechetto per il volume che raccoglie tutte le sue poesie), o al seguito che hanno le letture di Mariangela Gualtieri, che hanno un che di rituale, di orfico, grazie alla sua carismatica presenza scenica che le deriva dall’esperienza teatrale… Dato questo quadro, mi pare eccessivo il pessimismo di quanti identificano nel poeta un sopravvissuto che si ostina ad abitare una condizione postuma: il panorama poetico italiano è quanto mai vitale e diversificato. Scomparsi gli ultimi grandi vecchi delle diverse tradizioni novecentesche (Giudici, Raboni, Luzi, Sanguineti, Zanzotto), rimangono maestri del calibro di Franco Loi, Giampiero Neri, Nanni Balestrini, ultraottantenni, e i più giovani Franco Buffoni, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Eugenio De Signoribus, Umberto Piersanti, la cui autorevolezza è universalmente riconosciuta. Venendo alle generazioni successive, i nomi di spicco sono sempre più quelli femminili (Patrizia Cavalli, Antonella Anedda, Patrizia Valduga), e uno dei dati recenti più significativi, per quanto riguarda il fare poesia oggi in Italia, è proprio l’apporto delle autrici, giunte finalmente alla ribalta dopo una lenta e faticosa emersione negli ultimi decenni del Novecento. Altro dato rilevante di questi ultimi anni è il progressivo esaurimento della polarizzazione del dibattito critico intorno alle due categorie di ‘poesia lirica’ (tendenzialmente autobiografica, effusiva ed esperienziale, nel solco della tradizione postromantica) e ‘poesia di ricerca’ (nella quale viene meno la centralità del soggetto, ed è centrale il lavoro sulla lingua, nel solco della lezione delle avanguardie), e di una progressiva sovrapposizione e contaminazione, prevalentemente in funzione di un’istanza comunicativa. Ma anche di una sperimentazione allargata. Penso per esempio alle contaminazioni con la prosa di molti autori emergenti, come Franca Mancinelli o Cristiano Poletti, e al recente esordio nella Collana Bianca Einaudi di un narratore come Andrea Bajani. Ma anche al lavoro in versi di un autore come Bruno Galluccio, fisico di formazione, che, introducendo nel discorso poetico il sapere e la conoscenza scientifici, ha rinnovato profondamente il genere lirico”.

In un libro recente ho letto questa tua affermazione: “La poesia (ben più della prosa, destinata alla comunicazione quotidiana e standardizzata, banalizzata dall’uso, e analogamente ad altre forme d’arte, come la pittura o la musica) è, in buona sostanza, il frutto di un’epifania, dell’irruzione nel tessuto della vita di qualcosa che ci fa sussultare, che ci risveglia e riconnette alla nostra verità più autentica e profonda”. Ce la puoi spiegare?

“Il processo creativo è qualcosa di misterioso, irriducibile a una spiegazione razionale. Gli antichi lo attribuivano all’influenza delle Muse, le persone religiose identificano nell’Anima la sede dei processi spirituali e quindi creativi, oggi si parla di predisposizione genetica e di talento… Freud, ne Il poeta e la fantasia, scrive: ‘Su noi profani ha sempre esercitato una straordinaria attrazione il problema di sapere donde quella personalità ben strana che è il poeta tragga la propria materia […] e egli riesca con essa ad avvincerci, suscitando in noi commozioni di cui forse non ci saremmo mai creduti capaci. Il fatto che il poeta stesso, se lo interroghiamo in proposito, non sappia risponderci o ci risponda in modo inadeguato, non fa che aumentare il nostro interesse al problema’. All’inizio del Novecento, il padre della psicoanalisi riconduce il processo produttivo della creazione artistica al concetto di inconscio. Ma nella definizione freudiana di inconscio, troppo limitata dalla preponderanza dell’Io, molti poeti fanno fatica a riconoscersi, e parlano piuttosto, riguardo alla misteriosa energia creativa che li trascende, di qualcosa che somiglia più all’Es groddeckiano o all’Anima Mundi di J. Hillman. A questo proposito è uscito da pochi mesi un bel libro curato da Giancarlo Stoccoro, psichiatra e poeta, che indaga la creatività poetica in relazione al concetto di Es formulato da Groddeck, un inconscio “selvaggio, ubiquitario e totipotente”. Si intitola Poeti e prosatori alla corte dell’Es, e si avvale della testimonianza di tredici autori italiani, fra i quali sono inclusa. Riprendo dal mio contributo: ‘Questa forza che ci agisce, non governiamo (se non in modo marginale e irrilevante) e si manifesta come forma di spersonalizzazione, spossessamento di sé, ha a che fare col divino (non per nulla, la mitologia greca e latina la identificava con l’ispirazione di particolari divinità, le Muse). rosadini_01Questa forza, affine a quella che sperimentiamo quando ci innamoriamo (nostro malgrado), quando siamo impegnati in un’attività creativa, cioè quando lasciamo emergere le nostre qualità istintive e ci affidiamo al nostro talento, qualunque esso sia (manuale, artistico, musicale, corporeo-cinestetico matematico…), e, per noi donne, al periodo della gestazione, ha qualcosa di potente e miracoloso che ci sorprende e lascia attoniti. Motore di questa forza è il desiderio, sorgente in sé di ogni istinto vitale, ciò che Massimo Recalcati definisce così:‘L’avvertimento positivo della mancanza di ciò che è necessario alla vita, l’attesa e la ricerca della propria stella’. […] Ancora oggi le cose migliori che scrivo mi ‘arrivano’ da qualche regione misteriosa del mio essere, quasi magicamente, e in questo ho riscontrato, nella mia lunga frequentazione di poeti e narratori, sia come editor a suo tempo per Einaudi sia in seguito come autrice io stessa, un’affinità con quanto da loro detto a proposito della genesi della loro scrittura. Raffaello Baldini, un autore con cui ho lavorato a lungo, soleva dire che il poeta si trova nel punto d’incrocio di forze che lo trascendono. Alda Merini, di cui ho curato gli ultimi scritti, scriveva come in trance, completamente assorbita in un flusso misterioso […] Per Giovanni Raboni, ‘La poesia è un linguaggio: diverso da quello che usiamo nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario, capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo’. La poesia, il poeta stesso come tramite e collettore di forze, dunque, che non necessariamente controlliamo, e di cui siamo relativamente consapevoli”.

Quali sono le tue ispirazioni quando scrivi, o meglio, ‘senti’ la poesia?

“Come ho scritto sopra, la mia poesia, e credo non solo la mia, nasce dal desiderio inteso come avvertimento di una parte mancante, e dunque come anelito a un completamento, alla chiarificazione di un’opacità di fondo. Qualcosa di misterioso chiede di essere ascoltato e messo a fuoco: una sensazione, un sentimento, un’emozione… che possono avere a che fare col mondo, con l’Altro o gli altri, con noi stessi. A volte lo stimolo arriva da un altro testo, che mi mette in risonanza come un diapason, o da un rispecchiamento/riconoscimento con un altro tipo di linguaggio artistico: l’innesco è sempre emotivo-sensoriale, che poi si traduce e sviluppa in un processo mentale e intellettuale. La poesia, anche quella che nasce in modo repentino e inaspettato, è sempre una lenta emersione di contenuti profondi e sedimentati, che vengono ‘risvegliati’ grazie a particolari incontri o circostanze. La mia prima raccolta, Il sistema limbico, è nata grazie a un percorso analitico (junghiano) che mi ha riconnessa, dopo decenni di rimozione, con l’istanza ormai insopprimibile della scrittura: un vero e proprio risveglio creativo, grazie al quale tutto mi si è, improvvisamente, vivificato. Il secondo libro che ho scritto (il terzo, in realtà, ad essere pubblicato) è nato invece come progetto da realizzare nel corso di un anno, e a questo deve il titolo, Il numero completo dei giorni: si tratta di una rilettura in versi, personale e non esegetica, della Torà, il Pentateuco, principale testo di riferimento per l’ebraismo e repertorio, straordinario e stratificato, di figure, oggetti e concetti della cultura occidentale. In questo caso sono partita dalle suggestioni intertestuali, soffermandomi nei punti dove il testo parlava di più alla mia sensibilità di contemporanea. Per esempio sulla parashà (porzione di testo) dove si parla del sacrificio di Isacco (in ebraico, “la legatura” di Isacco), per le sue implicazioni antropologico-psicanalitiche sulla natura dei legami profondi (laddove assumersene la responsabilità significa prendere atto della propria vulnerabilità, ovvero accettare il rischio e la sofferenza a cui ci espongono). Unità di risveglio nasce invece da circostanze biografiche, ed è la cronaca in versi del mio ritorno alla vita dopo il coma seguito a un gravissimo incidente. Avevo molta paura che la poesia non ritornasse, ma, piano piano e miracolosamente, la scrittura è riaffiorata, aiutandomi a ritrovare me stessa”.

So che è in uscita una raccolta ultima per Einaudi. Ce ne parli? Come è nata, assecondando quale urgenza?

“Ogni stagione ha la propria scrittura, e in questa fase della mia vita, coincidente con la maturità, si cominciano a fare bilanci e a misurare il peso e la consistenza dei ricordi… si tratta ancora di fioriture, ma tendono a reclinare… (Il titolo, infatti, è Fioriture capovolte). È uno sguardo sulla vita da quest’altezza: gli imprevisti sentimentali che capitano a qualsiasi età, col loro carico di confusione e aspettative; il lato rovescio dell’esistenza, quando il dolore e le difficoltà per le ferite ricevute sembrano prevalere, ma anche i luminosi e perduranti frammenti di felicità terrena che riempiono di senso la vita, e l’inaspettata irruzione di piccole epifanie nel tessuto dell’ordinaria quotidianità. Ancora, la memoria viva di stagioni della vita (l’infanzia, l’adolescenza) apparentemente concluse, ma ancora ben presenti negli anni di una genitorialità adulta, in cui i figli ormai cresciuti cercano la loro strada nel mondo. C’è anche una sezione sull’esperienza giovanile degli anni universitari in una Venezia anni Ottanta, coincidenti con l’ottimismo e la spensieratezza che hanno caratterizzato quel decennio, tra la fine della Guerra fredda e la caduta del muro di Berlino. Spero, in questa mia quarta raccolta, di aver dato un quadro della mia esperienza del mondo, a partire dalla messa a fuoco sia delle parti più in ombra sia di quelle più in chiaro del mio vissuto, nella consapevolezza che ogni età offra sorprese, così come la possibilità di apprezzare e mettere a frutto quello che abbiamo fatto o ci è capitato, e chi siamo diventati… e di godere degli affetti e relazioni che hanno dato valore e consistenza a ciò che siamo”.

E ora? Cosa stai leggendo, cosa vale la pena leggere?

“Leggo di tutto, contemporaneamente e disordinatamente. Sono un’appassionata di narrativa anglosassone e angloamericana. Su tutti l’amatissimo, immenso Philip Roth, di cui, da quando ha smesso di scrivere, sto leggendo i romanzi giovanili, in questo momento Lasciar andare, dove sono già presenti tutti i temi della sua poetica, in particolare l’attenzione al mondo relazionale. Ho sul comodino anche Tutto è possibile di Elizabeth Strout, autrice che racconta in modo magistrale le ferite esistenziali di un gruppo di personaggi della provincia americana, e la grazia e leggerezza con cui ne vengono fuori. Recentemente ho anche molto apprezzato Stoner di John Williams, autore americano riscoperto negli anni Zero e diventato grazie al passaparola un caso editoriale, e un autore scozzese, John Burnside, che ha scritto un memoir fra prosa e poesia intitolato La natura dell’amore. Seguo molto anche la vitalissima letteratura israeliana, non solo i conosciutissimi a livello internazionale Oz, Yehoshua e Grossman, ma anche autori notevolissimi che si stanno affermando ora, come Zeruya Shalev (splendido il suo Dolore), Eshkol Nevo e Ayelet Gundar-Goshen. Per la poesia, uno dei miei autori di riferimento, che non mi stanco mai di rileggere, è Yehuda Amichai, il più grande poeta israeliano moderno. L’inverno scorso ho incontrato e letto la poetessa Agi Mishol, la cui poesia ricorda alla lontana quella della Szymborska, e si caratterizza per l’uso dell’ironia e gli espliciti riferimenti sessuali. Leggo buona parte di quello che viene pubblicato di poesia italiana, spesso in anteprima… Fra le ultime letture, mi sono molto piaciuti due libri di poesia assai diversi fra loro, Omaggi di Alida Airaghi, autrice che sono fiera di aver “riscoperto” inserendola nei miei Nuovi poeti italiani 6, e una splendida raccolta di Cristiano Poletti, Temporali, che uscirà nel 2019 per Marcos y Marcos. Aspetto con trepidazione anche l’uscita, col nuovo anno, del prossimo romanzo di Tiziano Scarpa, per Einaudi”.

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