Bisogna parlare con i morti continuamente (ne va della nostra vita!)

Posted on Novembre 02, 2019, 8:41 am
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Nel piccolo cimitero, il cervo sembrava un grosso insetto nella rete di un ragno. Poi trovò la regalità, la consapevolezza. Trottava lento – era un piccolo cimitero, in campagna, ai margini del paese, dove poi si abbuffava il bosco. Il cervo si avvicina alle fotografie di alcuni morti, quelle che bombardano le mura del cimitero. Sono morti di un secolo fa, durante la Grande Guerra. Sono ragazzi, di solito. La bestia lecca alcune fotografie, come se si riconoscesse, poi scarta – la ghiaia fa il suono di un richiamo – trova l’uscita, ritorna nel bosco. Forse il cervo ha riconosciuto chi è stato, troppo tempo prima. Ha rivissuto il vento di emozioni scomposte.

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Si vive per fare spazio ai morti, per collocarli nella storia che non hanno potuto risolvere – la biologia ha limiti inauditi alla leggenda. Non ci si ‘risolve’ in vita, ci si perde in forma di eredità – rischiando il ringhio del vuoto.

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Che ci sia un giorno dedicato ai morti è l’atto d’accusa verso tutti gli altri, attraversati nel rimbambimento. In una ovattata ottusità.

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Estranei al pianeta – dove tutto, dall’apertura alare di un albero al piccolo uccello che mangia cercando di evitare di essere cibo per gli altri, ha un suo ruolo, di feroce eleganza – abbiamo il baricentro nei morti. Chi porta il cibo ai morti non lo spreca, lo offre ai soli che possono davvero mangiare.

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Ad esempio, di notte, spero che i morti vengano a divorarmi i ricordi: li vedo a un passo dagli occhi, lì, che entrano e escono dal mio cervello, alcuni si fanno largo dalle narici, come nuotando, facendomi diventare una esplosione. Filano intorno al viso un bozzolo, un elmo di sogni.

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Una vecchia pulisce, con abile ostinazione, le tombe di tutti i morti. Leva le ragnatele dai loculi, lucida l’ovale della fotografia, annaffia i fiori o li cambia. È vecchia, sente la morte irrompere, si prepara, si fa familiare ai morti ignoti. Ma questo è un lavoro che dovrebbero fare i ragazzi: pulire le tombe di morti sconosciuti. Non si tratta di avere la morte ‘davanti agli occhi’, ma nel cuore – fare amicizia con gli andati. Se non hai trasporto verso chi non c’è più come puoi adorare il vivente?

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Tutto questo eccesso di vita ci ha reso dei morti viventi – ma che cos’è questo corpo se non la proiezione di chi non c’è più, l’esito dell’amore disastrato, disordinato, di alcuni, sepolti?

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Chi va dai morti con senso di colpa – io esisto e tu no, ed esito a dirti che sono felice – sbaglia. Quando un uomo muore inizia la vita: finalmente c’è spazio per un rapporto autentico. L’assenza approfondisce le relazioni: improvvisamente, so chi sei e cosa ti caratterizzava, da quando non ci sei più. Adesso posso amarti con un fragore privo di schermi, di schermaglie, di specchi.

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Bisognerebbe portare le scolaresche al cimitero. Andare presso le tombe dove i nomi sono scrostati, le fotografie scassate, l’incuria – di cui è responsabile la vita che lotta per annientare la morte – cancella la verità del morto. E lì sedersi, per inventare un nome, una storia, una vita che quel morto può abitare – in cui noi possiamo stare. La vita è dire una vita nuova a chi l’ha persa, a chi è dimenticato.

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Abbiamo tradito i morti, così compiendo un tradimento verso la vita.

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Non si vince la morte per il gesto indimenticabile, ma perché qualcuno, uno sconosciuto, si ferma davanti a una lapide e vi depone qualche verbo, un racconto.

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I cimiteri anonimi, quelli dove i morti alloggiano in palazzine enormi, che riproducono, in morte, le frustrazioni dei viventi – non più vivi – hanno bisogno di qualcuno che li deterga nel canto.

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Già dimentichi, siamo noi a non doverci dimenticare dei morti, altrimenti si vive per caso, svigoriti, in uno scavo, insignificati, nel bunker di un addio.

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Che non sia domestico il compito: ho i morti nelle tasche, mi siedono sulla testa. Se li evoco non è per rievocare ciò che davvero hanno fatto, durante la parzialità della vita – ma perché ne inventi per loro un’altra, limitando la malinconia del ritorno a un gioco.

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Penso che la poesia moderna occidentale divaghi da due interrogativi, di selvatica semplicità. “Ed io che sono?”, si domanda il pastore errante di Leopardi, nella beckettiana pianura asiatica. Che cosa sono io, né luna né pecora, né astro né bestia, estraneo a me e al pianeta? L’altra è la domanda-soffio in Orfeo. Euridice. Hermes di Rainer Maria Rilke. “E quando il dio bruscamente/ fermatala, con voce di dolore/ esclamò: Si è voltato –,/ lei non capì e in un soffio chiede: Chi?”. Il morto, radicato in un altro mondo, guardandoci ci chiede, chi sei?, da dove arrivi?, perché mi turbi? Di Euridice, che ormai ha disintegrato il nome in una fermezza più aspra, il poeta dice che “era colma della sua grande morte,/ così nuova che tutte le era incomprensibile”, che “era in una verginità nuova/ ed intangibile”. La morte è una pienezza, i morti non interrogano – come in Dante – perché siamo noi, i vivi, gli interrogativi, siamo noi che vogliamo vincere la soglia della risposta mentre dovremmo soltanto stare nella fame. (d.b.)