“Era pazzo, perfezionista, antipatico, aveva molte donne e non si allineò alle mode letterarie del momento”. Elogio di Giorgio Saviane, grande dimenticato

Posted on Luglio 05, 2020, 7:17 am
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Se fosse il personaggio di uno spaghetti-western sarebbe il brutto ma soprattutto il cattivo. “Guardi, una volta, per sfizio, ho pure chiamato la redazione dei Meridiani Mondadori. Mi risposero, piccati, ‘ma noi pubblichiamo solo nomi conosciuti’. Ricordai all’impiegata che Giorgio Saviane è stato un autore di punta della Mondadori, che ha venduto decine di migliaia di copie con i suoi libri. Trent’anni fa gli hanno perfino dedicato un SuperOmnibus con incorporati i romanzi maggiori”. Quindi? “Quindi la tizia mi rispose sbrigativamente che ‘noi pubblichiamo chi vogliamo’. Poi si corresse, ‘mi scriva, comunque’”. Bene. “No, male. Non le ho mica scritto. Mi è bastata la sgarbata conversazione”. Certo che anche lei ha un carattere… “Giorgio mi ha insegnato che non bisogna mendicare. Diceva che non bisogna andare con il cappello in mano a impetrare un favore. Se mi vogliono, bene, sennò bene lo stesso, problemi loro”. Non tutti nel club dei letterati la pensano così. “Assolutamente. Giorgio mi raccontò, schifato, di un collega, uno degli scrittori ritenuti più importanti in Italia, che per vincere lo Strega aspettava sotto casa i giurati. Andava nei salotti di tutti, uno per uno, per ottenere i voti”. L’esatto opposto di Saviane. “Per lui la dignità era tutto”.

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Sperimentazioni editoriali. Quello di Giorgio Saviane è un fenomeno. Una prova sperimentata della cecità editoriale odierna. Una ventina di romanzi (il primo, Le due folle, edito da Guanda nel 1957), quasi tutti di successo, a partire, per lo meno, da Il papa, selezionato alla prima edizione del Campiello, era il 1963, vinta da Primo Levi con La tregua. Un romanzo, quello che racconta la tormentata ascesa al soglio pontificio di don Claudio, che scassina l’alcova ben agghindata delle aule vaticane, che tortura con disarmate inquietudini. Tradotto in inglese (come The Finger in the Candle Flame) e in spagnolo (El Papa), il libro fu messo, idealmente, all’indice dai pensatori fedeli a Sua Santità. Salvo poi essere salvato dal falò dei chierici, “nel 1963 lo stroncai per ben tre volte”, confessò il pio Nazareno Fabbretti, per poi, trent’anni dopo – i grandi libri chiedono lunghi tempi digestivi – convertirsi: quel romanzo “su un possibile papa fuori di ogni schema fisso” era fitto di “pagine memorabili”, ma soprattutto costituiva “una profezia laica del destino della Chiesa”. Perché allora nessuno si è degnato di tirarlo fuori dalla soffitta nell’era del papa “guevarista” e rivoluzionario, Francesco?

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Saviane, scrittore rapace, che alterna scene lampanti, da fiction, a catabasi intellettuali, autore di capolavori scomodi (Il mare verticale), di libri mai facili, ma torbidi, obliqui, industriosamente sinistri, come Getsèmani, la storia patetica di un Gesù dei tempi moderni, che sa che “l’unico privilegio dell’uomo sull’uomo è quello di soffrire per lui”, tenerissimo, dove “non c’è fondo di disperazione umana che non sia suscettibile di riscatto” (questo è Carlo Bo), fece successo epocale con Eutanasia di un amore, Premio Bancarella e soprattutto film, girato da Enrico Maria Salerno con Tony Musante e Ornella Muti. “Beh, Silva, nel romanzo, sono io”, mi dice, con voce radiosa, Alessandra Del Campana. Che conobbe Saviane a 22 anni. Lui ne aveva quasi quaranta in più. “Lo incontrai nel suo studio a Firenze. Aveva risposto a un mio annuncio, cercavo lavoro come segretaria. Saviane era avvocato, il suo studio sfarzoso, metteva imbarazzo. Ricordo la grande finestra alle sue spalle, sul Lungarno. La luce ne corrodeva le fattezze, non lo vidi in volto, intuii soltanto la sua sagoma. ‘Lei è disposta a tutto?’, mi chiese, sibillino. Gli risposi che non avevo legami. Mi chiese il mio segno zodiacale, osservò con accuratezza la mia mano: ‘ha dei bei segni…’, mormorò. Non so, forse mi stava prendendo in giro”. Comunque, ottenne il posto. “Certo. Mi disse che la sua segretaria era una vecchia impossibile. Quando lo accompagnai nel garage dove custodiva la macchina, vidi che era atteso da una stangona, una donna bellissima, superba”.

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Già, Saviane diabolico donnaiolo. “Aveva molte donne, sì, ne era assediato. E tutte quasi subito presero a odiarmi. Ma io, per quel che mi riguarda, a Saviane non pensavo proprio: lo vedevo troppo anziano e troppo compromesso”. Poi però l’ha portato all’altare, quando lui aveva più di 80 anni. “L’innamoramento è stata una cosa lenta, progressiva, dolcissima. Saviane ha avuto tanta pazienza con me, è stato molto delicato, tenero. Ha atteso i miei tempi. Lui è stato per me il primo, ed è tutt’ora l’unico amore della mia vita”. Ricorda anche quando capitò il fattaccio… “eravamo a Mogliano Veneto, a Villa Condlumer”. Quella dove è stato pure Giuseppe Verdi. “Durante il G8 ospitò anche Ronald Reagan, se è per questo: si fece trasportare in aereo il proprio talamo”. Però… “C’era la nebbia, il lago, l’atmosfera… lì accadde tutto. Ed è stato un crescendo. Saviane ha riempito ogni spazio, è stato tutto per me, il padre e il figlio, l’amante e il maestro”.

 

Pratica archiviata. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, che covassero rancori, uno stillicidio di lancinanti invidie, lo si capisce subito, appena Saviane lascia questa terra. Nella storia della letteratura italiana, confessò a Repubblica Giorgio Luti, Saviane occupa “un posto marginale”, trattasi di “un minore, ma di talento”. Un giudizio che trancia, che sa di pratica archiviata e di sospiro di sollievo, a cadavere ancora ribollente. Un giudizio inaccettabile rispetto alla mole di commenti che si sono accumulati sul corpo carnale dell’opera di Saviane, “uno dei più grandi narratori europei del dopoguerra” (Dante Maffia), capace di “romanzi di idee di sconcertante vigore compositivo” (Geno Pampaloni), dotato di una scrittura che “non so se per dono angelico o diabolico, ha la poesia, azzurra, della vita” (Dario Bellezza) e che, insomma, “ai margini delle correnti, delle scuole, delle mode, mai entrato per molto tempo nella ‘società letteraria’ e quindi nella gerarchia di valori che la critica crea ed impone” Giorgio Saviane “sta nei gradi più alti di un’altra gerarchia, non fondata sulla cronaca contingente, ma sui ritmi lunghi della storia” (Carlo Salinari).

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Ci siamo, ecco il problema. Saviane non aveva amici. Anzi, stava sonoramente sulle palle. “Ricordo che frequentava qualcuno: Bigongiari, Baldacci. Ma amicizie tra i letterati non ne aveva. Ai club degli scrittori preferiva le scalate, sulle Dolomiti. Oppure andare in barca”. Antipatico? “Diciamo che non era un leccapiedi e diceva quello che pensava. Sì, aveva un brutto carattere. E lo ha scontato. Pensi che da Il terzo aspetto volevano fare un film: contattammo la figlia di Craxi, pare che pure Celentano volesse partecipare. Poi più nulla. Perfino Il papa doveva tramutarsi in pellicola: il produttore era Cecchi Gori, la sceneggiatura sarebbe stata di Massimo De Rita”. E poi? “Anche lì, niente. Gliel’ho detto, Saviane era antipatico, non era un lacchè, non mendicava attenzioni”.

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Editoria rivoluzionaria. Alessandra Del Campana è devota custode dell’opera del marito. Ne conosce tutti i geologici anfratti. “Il libro che mi piace di più? Il terzo aspetto, ovviamente: la protagonista sono io. Ma, sa, ho anche lavorato a un suo romanzo inedito, giovanile”. Cos’è? “Un omaggio ad Alessandro Manzoni e ai Promessi sposi, l’opera che più di tutte, insieme a quella di Carlo Emilio Gadda, piaceva a Saviane. L’ho tagliato e ridotto: ha delle pagine meravigliose. Poi l’ho letto a Saviane”. E lui? “Mi ha detto, ‘va bene, va bene, ma pubblicalo dopo che sarò morto…’ Quando era a Firenze, dedicava la mattina alla scrittura – di pomeriggio tornava avvocato. Altrimenti, scriveva ogni volta che era ispirato. La scena finale di Eutanasia di un amore, ad esempio, è stata composta in motoscafo. Scriveva su quaderni dalla copertina marrone, con una penna a inchiostro verde. Gli ultimi libri, però, me li ha dettati. ‘Non dirlo a nessuno, per carità’, mi intimava. Pensava che per uno scrittore fosse sconveniente dettare i propri libri”.

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“Era un pazzo e un perfezionista. Aveva un senso del dovere e dell’onestà ai massimi livelli. Un giorno decideva di non lavorare, e andava al golf; il giorno dopo si lavorava tutto il giorno, senza mangiare perché ‘il dovere prima di tutto’. Era ombroso, sensibile. Molto complicato nei rapporti con gli altri”. E il mondo cannibale dei letterati non assolve i solitari e gli individualisti, i geniacci che amano le strade inesplorate. Non perdona. (d.b.)

*Nel 2014 l’editore Guaraldi pensò di riproporre l’opera di Giorgio Saviane, per la cura di Alessandra Del Campana Saviane, in un libro antologico, “Mio Dio”, da cui è estratto questo scritto. L’intento era quello di rilanciare un grande autore del ‘canone italiano’, in vista di ulteriore interesse editoriale. Qualcuno tornò a parlare di Saviane, di fatto, da allora, è accaduto poco, quasi nulla