I giorni passano. Proprio così, i giorni uguali ai giorni, anche se, come scriveva Pavese, non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi. Manca poco e ci lasciamo alle spalle quest’altro anno. Folle? Sbagliato? Chi siamo noi per giudicarlo. Tutt’al più ci arroghiamo il diritto di giudicare il governo, o forse è più esatto dire che il governo osa giudicare noi. Giudizio e pregiudizio più che meritati. Ho visto gente azzuffarsi per la mascherina, disconoscere l’altro, di punto in bianco, gridare all’untore e bestemmiare sotto un cielo troppo azzurro per essere vero. Tutto ciò mi è bastato per prefigurare l’inferno in terra. Abbiamo tanto amato la rivoluzione, la cosiddetta rivoluzione culturale, ma non abbastanza da assicurarne la continuità. Una distanza siderale ci condanna – lo scarto tra Idéa e Pragma –, tanto che delle cose non ci resta che idolatrare l’Eidos, la forma. Forma o simulacro a parte, abbiamo noi, generazione secolare, cognizione reale del tempo? Di quale parliamo, poi, del tempo del corpo o del tempo dell’anima? La mia generazione, che ha vissuto con una qualche passiva innocenza nel boom del consumismo, gli anni del Made in Italy bello e andato, del fior fiore di designer e artigiani, prima dell’avvento di Ikea, può ancora sognare nel ricordo del passato, forse anche meglio della cosiddetta generazione Z, quella, per farla breve, tutta pane e informatica. Si è tramutato in altre virtù il Made in Italy, qualità che già ci appartenevano, fatte di carte, Lettere, buon cibo, buon vino. A noi veterani basta pensare che avremo ancora qualche nume per proteggere i giorni a venire, un custode libresco, un lare familiare, riposto tra un volumetto e l’altro sullo scaffale. Sono giorni di letture confuse, troppe riflessioni a margine, conseguenza dei tempi. Ecco, è proprio un vizio questo divagare di cronologie. Più che altro si vive di tagli, di lacerazioni, vivide come lo squarcio su una tela di Fontana. Meglio sarebbe tuttavia vivere di voragini. Di letture e librerie virtuali il web è pieno.

È così che m’imbatto nell’incipit di un romanzo con un personaggio dal cognome zoomorfo, un io narrante scorrevole, sfuggente, come ogni bestia che per difendersi fugga, pur avvezzo come noi mammiferi all’inevitabile cruccio dell’accidia. Ma ciò che è vizio, tratto connaturato nell’animale, è un peccato per l’uomo. Fuggo, a mia volta, per difendermi dal romanzo e dal suo protagonista, perso in una nebulosa di pensieri, come polverose anticaglie stipate negli stigli segreti della mente. A volte, alle letture ignote è meglio prediligere le riletture, per comprendere ciò che a un primo sguardo non fu dato di afferrare. Dell’accidia, dicevo, mai peccato fu più umano. Ci insegna il genio di Albrecht Dürer, in una delle sue più famose incisioni, Melancholia I, rappresentazione dell’accidia sotto forma di figura alata afflitta da mestizia, come sia difficile trasformare il piombo in oro, e come sia altrettanto insormontabile il trapasso immediato dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza. Eppure, l’alchimia, in secoli oscuri, ebbe un ruolo importante nel conservare un certo senso del sacro, che la Chiesa ufficiale, altrove, andava dissacrando.

A proposito di scritture e penne alchemiche, è vertiginosa rilettura quella di Giorgio Manganelli. Incredibile la quantità di volte in cui l’autore ci costringe a soffermarci su una parola, sul suo senso pregnante e la fuggevolezza invece di tantissime altre. Perle più che romanzi e micro-romanzi, cronache di apocalissi private come le prime righe di Dall’inferno, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1985: “Secondo ragione, dovrei ritenere d’esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l’opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento un tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori”.

Un inferno dall’atmosfera limbica, forse più simile alla pantomima del Purgatorio dantesco. Tutt’altra storia rispetto all’Inferno di Coppo di Marcovaldo, nel Giudizio universale del soffitto istoriato del battistero di Firenze, datato nella seconda metà del Duecento, in cui Satana e buffi serpentelli ingoiano serenamente i corpi dei dannati, come bastoncini di zucchero. Tornando a Manganelli, “neghittosità” è la parola che incombe ribelle tra le righe, se vogliamo, barocche, di Antologia privata (Quodlibet, 2015), raccolta di alcuni dei suoi pezzi migliori, in cui si attorciglia il nostro, perso nel tessere giochi di nappe, di mappe, geografie di pellami, in cui il dolore si riduce spesso a finzione o tediosa ricerca, o, meglio ancora, eroico dipanarsi di scatole cinesi, narratologie tutte manganelliane, per dissacrare credenze, esistenze, mitologie. Si va da Hilarotragedia a Agli déi ulteriori, da Centuria all’arguto saggio La letteratura come menzogna, da Laboriose inezie, sulle opere di autori e personaggi illustri, a Extravaganti, singolari pezzi da svariati giornali o convegni.  Leggendo di Manganelli, infaticabile scrittore, consulente editoriale, traduttore, giornalista, critico letterario, viene la tentazione di accostare la sua carriera all’impresa alchemica di Bellerofonte che scagliò contro la Chimera una lancia dalla punta di piombo, che, a contatto con le fiamme delle sue fauci, si fuse, soffocandola. A proposito del mito della Chimera, è uscito in ottobre 2020 per Arkadia editore il romanzo La chimera di Vasari dell’aretino Mauro Caneschi, una storia affascinante, sul solco del mito, tra antichità e tecnologia. Ancora, di Manganelli e Bellerofonte, si può dire di un comune anelare all’Olimpo, un credere, raggiungere l’impossibile. Manganelli soffriva di miastenia gravis, una malattia neurologica cronica, di fatto un’infermità. E l’infermità aveva colpito anche Bellerofonte, una volta disarcionato da Pegaso per volere divino. Due miti legati da una coppia di consonanti, da un’endiadi, fuoco (dell’inferno) e fiamme.

L’opera è un abisso ironico. Il risultato è una scossa implementata di significati, come le “quarte” ai libri che l’autore stesso scriveva. Altre volte il risultato è un effetto placebo che si rivela calmante, perlomeno per chi, come in Dall’inferno, a udire le espressioni di questo accidioso, un po’ se la ride, pur rimanendo comunque sospeso sulle parole del protagonista: “Se questo è l’inferno, questo è il luogo della mia eternità; è la forma di durata che mi sono scelto, o che mi ha scelto; dunque sono un apprendista di me stesso. Non ho il sentimento, che dovrebbe essere connaturato all’inferno, di una definitiva sconfitta; sconfitta che, per essere totale, consentirebbe una sorta di maligna pace”. Somiglia tanto tale pensiero alla concreta realtà dei nostri giorni, inferno privo di una definitiva sconfitta. Questi tempi che ci costringono a un’esistenza semireclusa, a una passività sociale né carne né pesce. Per dirla con il neghittoso manganelliano: che sia tutto un delirio limbico, questo vivere?

L’inferno del quotidiano è già tema centrale di Centuria, del 1979, una delle opere più significative di Manganelli, già definito libro misterioso, in realtà totalmente affine all’autore, al suo gioco collezionistico di possibilità, o meglio jeux de cartes, come suggerisce la copertina dell’edizione Adelphi. Sul momento, il neghittoso incontrerà un compagno di sventura, uno solo, e non tanti, come si presume, invece, di poterne incontrare negli inferi. L’ignoto soggetto viene identificato come “un profilo di cosa che si muove” e risponde al suo “Scusi signore…” con una sommessa risata e con queste parole echeggianti il tono del Virgilio dantesco: “Chiamami amico, compagno, sodale, complice, come vuoi; ma dirmi signore è troppo ridicolo. Non te ne crucciare; ti chiamerò amico”. S’instaura un dialogo che ha del teatrale:

“Dimmi, amico, giacché io qui sono giunto da poco…”

“Giunto da dove?”

“Ah, non lo so; suppongo di esser morto. Che ne dici?”

“Una buona supposizione, certamente; ma di più non saprei dirti.”

“Ma tu, scusami, non pensi di esser morto?”

“Quante volte me lo son chiesto; ma non sono venuto a capo di nulla; ridono, i morti? Eppure tu l’hai sentito, io ho riso.”

“Ed io ho sorriso. E tuttavia troppo mi manca per dirmi vivo.”

Più avanti chiederà al nuovo amico di Belzebù, di demoni, d’immagini terribili, visioni e tormenti, di “penose trattative”. Legittima la richiesta di fare luce su una eventuale presenza diabolica, su un esecutore di ogni tipo di crudeltà, in qualche modo plausibile, visto che del male, in vita e in morte, tutto e tutti parlano. Se ne assommano a miliardi di sinistre icone, senza mai venire a capo della sua identità. Il compagno di sventura si rivelerà un innominato, a tal punto pigro, accidioso, anche lui, da soffrire l’idea di darsi un nome, di essere, di relazionarsi, se non per reciproca curiosità, un po’ come avviene, oggi, per i profili fake, tra i gironi tortuosi dei social network.  

“Oh questa è altra storia. Dèmoni, così chiamiamoli, ci sono. E visioni. Trattative, come tu dici. Si soffre. Tutto ciò non pare diverso da quel che abbiamo sperimentato da vivi, vero? È strano: è diverso affatto, e insieme non è diverso. È orribile; è meraviglioso.”

“Ma tutto ciò sarà dunque inferno?”

“Se è, non potrebbe essere che inferno; ma se non è, non so che altro si sia.”

“Non ti capisco.”

“E io nemmeno; ma discorreremo ancora, amico. O altri discorrerà con te. Abbi pazienza; sia l’inferno o meno, ti ci vorrà pazienza. Addio.”

“Non t’allontanare troppo.”

“Qui siamo sempre vicini, anche se a mala pena ci distinguiamo.”

“Non hai nome?”

“Preferisco non averlo. Chiamami alla voce”.

Alessandro Corso