“La prepotenza e la fragilità di un uomo bambino”. Il Signor G. compie 50 anni: sia lode a Giorgio Gaber

Posted on Ottobre 21, 2020, 8:15 am
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“Capii che potevo vivere così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. All’inizio ebbi un po’ di paura, perché dopo i ‘pienoni’ con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo choc, dentro di me sentivo che era giusto farlo”.

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Pare un battito di ciglia quanto l’estate fa per salutare e le ombre si allungano, e il sole è meno violento. Pare una vita fa, e forse una vita ci è passata davvero da quell’autunno del 1970, la stagione della rivoluzione: il gabbiano capisce che ha ali che permettono il volo. E decide di volare.

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Dopo un’anteprima il 6 ottobre 1970 presso gli studi Regson di Milano, il 21 ottobre “Il signor G” debutta al Teatro San Rocco di Seregno. La regia gliela firma Beppe Recchia. Nell’autunno del 1970 nasce il teatro-canzone e il G. del titolo è Giorgio. Giorgio Gaber. Lo spettacolo lo produce il direttore del Piccolo di Milano, Paolo Grassi, che intuisce il potenziale di quel giovanotto dinoccolato che si è fatto la gavetta con le canzoncine. La prima tournée non va benissimo. O almeno, Giorgione non è del tutto soddisfatto. Grassi lo prende in disparte e gli dice più o meno così: “La strada è quella giusta, continua”. Gaber è incerto ma ha amici fidati: uno si chiama Sandro Luporini, un toscano che dipinge e scrive. I due si mettono giù: da quelle sedute nascono Storie vecchie e nuove del signor G, una versione bis – riveduta, corretta e densificata – dello spettacolo del 1970. Al centro del lavoro uno dei topoi del poeta milanese: il confronto tra l’uomo adulto, quindi G.G., e i giovani.  

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“Da una parte il poeta diciamo così borghese, coi suoi problemi, i suoi dolori, le sue cose: un tipo un po’ compiaciuto, un po’ narcisistico. Dall’altra, l’uomo che si è liberato del suo fardello individuale per dare un senso totale, collettivo alla propria vita”. Gaber presenta così Dialogo tra un impegnato e un non so, due visioni diverse sulla vita. Gaber mette al centro della propria indagine la disumanizzazione dell’individuo nel mondo capitalizzato (L’ingranaggioIl pelo) e la presa di distanza da moralisti e intellettuali. È lo spettacolo de Lo shampoo e de La libertà. Sì, quella che fa così: “La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione”.

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L’ultimo spettacolo che ha messo in scena prima di ritirarsi è stato a febbraio del 2000 a San Marino. Urbino è alle spalle, esame superato. Scelgo di cambiar strada: passo dai monti. Urbino, la strada è vuota. Primo pomeriggio. Non so perché: è più comodo passare per Tavullia e San Giovanni in Marignano, e poi da lì prendere per Rimini. Ma non ci penso: la musicassetta gira da sola, la mia Ford Ka trotterella sulle strade dissestate. Passo per Fiorentino, poi Borgo Maggiore, poi Domagnano, poi Dogana. Stasera c’è Gaber. Mi fermo, prendo il biglietto. Il suo ultimo spettacolo dal vivo, lo avrei saputo più tardi. Il mio ultimo “30” sul libretto, lo avrei scoperto più tardi ancora.

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Sarà blasfemia, ma forse il capolavoro l’ha registrato 25 anni fa esatti. Anche qui, l’aiuto di Luporini è straordinario, a partire dall’immagine della copertina. E pensare che c’era il pensiero è la vetta assoluta. Si apre con il monologo La sedia da spostare, e poi si entra nell’infinito: Destra-sinistra, Quando sarò capace d’amare, Un uomo e una donna. Ed è forse in queste due ultime canzoni che emerge, nitida e amara, la differenza di genere. Dalla gioia di una vita nuova (“Io e lei, un uomo e una donna / In cerca di una storia del tutto inventata / Ma priva di ogni euforia e così concreta / Che intorno a sé fa nascere la vita”) alla consapevolezza necessaria che la maschera deve essere gettare via (“Quando sarò capace d’amare / Farò l’amore come mi viene / Senza la smania di dimostrare / Senza chiedere mai se siamo stati bene. / E nel silenzio delle notti / Con gli occhi stanchi e l’animo gioioso / Percepire che anche il sonno è vita / E non riposo”).

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Lo aspetto nel foyer del teatro “Novelli” di Rimini, un luogo che non esiste praticamente più: le stagioni le hanno trasferite al “Galli”. Lo spettacolo è finito. Gli chiedo se mi firma il cd. È distrutto dalla fatica ma sorride: “Non sono una bella donna” mi dice, oppure “Non sono famoso”. Qualcosa del genere. Gli porgo la penna. Assieme a me tante altre persone: è spaesato, il signor G., quasi non ritenesse meritate tutte quelle attenzioni.

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Poi esce, e si fuma una sigaretta.

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“Io mi chiamo G”.
“Io mi chiamo G”.

“No non hai capito sono io che mi chiamo G”.
“No sei tu che non hai capito mi chiamo G anch’io”.

“Ah. Il mio papà è molto importante”.
“Il mio papà no”.

“Il mio papà è forte sano e intelligente”.
“Il mio papà è debole malaticcio e un po’ scemo”.

“La mia mamma è molto bella assomiglia a Brigitte Bardot”.
“La mia mamma è brutta bruttissima la mia mamma assomiglia, la mia mamma non assomiglia”.

“Il mio papà ha tre lauree e parla perfettamente cinque lingue”.
“Il mio papà ha fatto la terza elementare e parla in dialetto, ma poco perché tartaglia”.

“Io sono figlio unico e vivo in una grande casa con diciotto locali spaziosi”.

“Io vivo in una casa piccola, praticamente un locale, però c’ho diciotto fratelli”.

“Il mio papà è molto ricco guadagna 31 miliardi al mese che diviso 31 che sono i giorni che ci sono in un mese fa. Un miliardo al giorno”.
“Il mio papà è povero, guadagna 10.000  al mese che diviso 31 che sono i giorni che ci sono in un mese fa, circa 10.000 al giorno. Al primo giorno poi dopo basta”.

(Mi chiamo G, 1970)

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Una stella cometa. Con una coda lunga 50 anni: l’abbiamo vista e applaudita in tanti, e adesso, oggi, ora, anche in questo periodo, quanto cazzo ci mancano le sue parole. Le sue perle. La sua visione sulle cose. Le sue risposte. Gli vorrei chiedere dell’amore, della vita, delle frizioni sociali. Con la mia voce. Con quello che ho: “La prepotenza e la fragilità / di un uomo bambino”.

Alessandro Carli