“Ho la sensazione che la realtà non mi basti”: dialogo con Giorgio Biferali, quasi un Flaubert

Posted on Luglio 06, 2019, 9:30 am
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Giorgio Biferali me lo immagino come un Balzac, litri di caffè e produzione tesissima di libri rigurgitanti caratteri, un romanziere europeo insomma, di quelli che rifuggono dalla costipazione letteraria che fa scrivere in carriera sì e no tre libri. Quasi che lo scrittore sia un gentiluomo col suo bizzarro passatempo, sempre impegnato a sferruzzare la solita trama di adulterio discreto per lettrici difficili e felici.

L’ultimo lavoro di Biferali esce dalla cristalleria della Nave di Teseo e ha per titolo Il romanzo dell’anno (un estratto lo leggete qui). È giusto rilevare che Biferali, appena sui trenta, ha già dato mostra di libri notevoli dove la fantasia si intreccia alla ricostruzione accurata. Di lui bisognerebbe leggere Italo Calvino. Scoiattolo della penna e Giorgio Manganelli. Amore controfigura del nulla. Opere notevoli dove la perizia dello studioso si oblia nella ricostruzione del carattere – insomma un esempio singolare e lieto nel panorama italiano, poco incline alla biografia che non si attenga al motto parlamentare ‘dei morti si parli solo bene’. Biferali ci svela un Manganelli diverso, passionale e privato, e l’amore è nelle corde del nostro: quello che mi affascina di Biferali non è tanto l’ultimo romanzo quanto il precedente L’amore a vent’anni, libretto ustionante dove ognuno potrà rilevare questo o quel carattere ma che in ogni caso lascia intravedere la figura desueta del pavesiano risentito e fuori dai giochi. Come a dire: parliamo d’amore ma raccontiamo quello che gli gira intorno, le possibili sfumature, addirittura le figure sfortunate inabili a far compromessi.

Andrea Bianchi 

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Giorgio, partiamo con una domanda impegnativa per scivolare verso la fine come su un piano inclinato. Da dove scatta la molla della scrittura? Sei semplicemente un lettore ossessionato dai grandi, da Calvino e Manganelli, o c’è altro? Dimmi.

C’è anche altro, direi, sì. La scrittura viene sempre dalla lettura, dalla scoperta di chi ha provato a capire e a raccontare il mondo prima di te. Si leggono tanti libri e piano piano, con il tempo, trovi gli autori che ti somigliano di più, che possono aiutarti davvero a trovare la tua voce. Ma prima di tutto questo, per me, c’è stato un sentimento particolare, la sensazione che la realtà non mi bastasse, che avessi bisogno di aggiungere qualcosa di mio.

A proposito di Manganelli, in che misura la sua lettera a Viola, questo documento poco noto (“la dirò quella parola amara e squisita, quella parola diffidente e fantastica, ti accoglierò con amore”) ti è stato sufficiente per ricostruire il personaggio? Certo non ti sei limitato a fare il cronista o lo storico. 

Perché non sono né un cronista, né uno storico, infatti. Le lettere, e in generale le testimonianze sulla sua biografia, mi hanno aiutato a ricostruire l’uomo, l’essere umano, che mi sembrava un po’ messo da parte, prima dello scrittore.

Pochi mesi fa è uscita la raccolta di lettere di Calvino ragazzo alla De Giorgi (Ho preso il treno per te, Feltrinelli). Anche qui si è rotto l’equilibrio burocratico di un Calvino scrittore compassato e ironico anche quando parla di passioni. Ricordi Gli amori difficili? Quelle lettere ti hanno spiazzato molto dopo che avevi ritratto Calvino giovane?

Me l’hanno regalato, quel libro, ma non ho voluto leggerlo. Forse per una strana forma di rispetto nei confronti di Calvino e della sua vita insieme a Esther.

Nel tuo libro su Calvino siamo tutto sommato su una superficie più liscia rispetto a Manganelli, se pensi a questa bella immagine di lui come scoiattolo arrampicato sulla penna, come dice Pavese. Spiegami perché hai voluto avvicinare di più questo scrittore. 

Sono due libri molto diversi, quello su Manganelli non è altro che la mia tesi di laurea un po’ ‘rivisitata’, quello su Calvino, invece, è un libro immaginato, pensato, costruito, scritto per un progetto, quello de La Nuova Frontiera, di raccontare i grandi scrittori del Novecento ai ragazzi. Ecco perché risulta più leggero, in fondo è un racconto illustrato dove c’è anche molta fiction. E poi Calvino, come sguardo, come forma, lo sento molto vicino a me.

A proposito di richiami. Col tuo ultimo Il romanzo dell’anno per me ti avvicini al sogno sospeso di Dostoevskij, a Povera gente. Sei d’accordo? 

Grazie dell’accostamento, davvero. In realtà mi sono ispirato a romanzi più vicini a noi, come quelli di Grossman e di Palahniuk, in cui ho ritrovato una forma, quella epistolare, che mi sembrava giusto riportare alla luce.

Hai scelto comunque di scrivere su autori che gravitavano su Roma. Forse perché è lei il tuo lessico di base? In fondo con L’amore a vent’anni parli tanto di sentimenti che della tua città. Quasi a identificare le due cose, se vedo bene.

Sì, ci vedi benissimo. Roma è un po’ una condanna per me, è un po’ una condanna per chi ci nasce e per chi poi ci rimane, è una città ingombrante, piena di storia, di vite, di piani, è forse la città più raccontata del mondo. Una città umorale, capricciosa, pigra, iperattiva, dolce, spietata, quindi profondamente contraddittoria, simile a un amore adolescenziale o post-adolescenziale. Ecco perché è diventata uno dei personaggi principali de L’amore a vent’anni.

Dicci dove punta il tuo occhio letterario quando vuoi intendere Roma. Guardi di più agli autoctoni, a Moravia, o agli appassionati che vengono da fuori, a Stendhal? O magari a nessuno di questi due…

Guardo la Roma di Pasolini, dal basso, quella di Calvino, dall’alto, quella di Moravia, quella di Leopardi, quella di Nanni Moretti. Guardo e ho guardato tutte le Rome possibili, e la cosa bella è che non si lascia mai catturare davvero, è troppo grande, irregolare, ribelle, per essere definita una volta per tutte.

Ancora una parola sulla tua scrittura. Dopo il tuo ultimo lavoro, Il romanzo dell’anno, sei stato appaiato al realismo di Flaubert e di Franzen. La cosa ti va a genio? La trovi una forzatura perché sotto sotto hai altre preferenze? 

La cosa mi va a genio, anche perché l’ha detta uno dei miei scrittori preferiti, Tiziano Scarpa. Ma l’ha detta dopo aver letto L’amore a vent’anni, chissà cosa penserà di questo. Comunque essere accostati a scrittori così grandi fa sempre piacere.

A questo punto ci puoi confidare qual è, tra i romanzi di Flaubert, il tuo favorito. 

L’educazione sentimentale. 

Non trovi che dopo Flaubert si sia parlato sempre meno di amore nei romanzi di spessore? Secondo te la cosa si spiega col fatto che ormai si sa di cosa si sta parlando (basso ventre) oppure è un argomento che non dà felicità letteraria e il pubblico vuole oggi solo storie facili?

Non saprei, penso a romanzi recenti come Il senso di una fine, Molto forte, incredibilmente vicino, Leggenda privata, e in ogni caso mi sembra che si parli sempre d’amore, da prospettive molto diverse, magari, che però non fanno altro che arricchire quello che, a detta di tutti, è l’argomento più trattato di sempre.

L’amore a vent’anni mi è piaciuto non solo per la storia dei due protagonisti ma per chi gira loro intorno. Di solito un intervistatore non scende nel dettaglio ma io ti chiedo lo stesso se per il carattere del ragazzo scorbutico perché trattato male dalle donne (scrivi così) c’è in filigrana la figura di Pavese, oggi un po’ desueto. Dico bene?

No, il personaggio viene da Antoine Doinel di Truffaut (cui si allude nel titolo), e soprattutto da quello che avevo capito sull’amore fino a quel momento.

Di solito chi scrive di passioni come fai tu ne Il romanzo dell’anno preferisce leggere romanzi rosa rispetto ai gialli per nutrire l’immaginazione. Almeno per Vargas Llosa le cose stanno così: ci puoi dare una smentita? Sotto sotto sei un lettore di Simenon, di Sciascia o magari di le Carré?

Direi di no per i romanzi rosa, e anche per i gialli. Simenon mi piace, ma lui è un caso a parte. Amo leggere delle storie, chi sa come raccontarle, ecco, e che magari mi sorprende, mi fa pensare cose cui non avevo mai pensato prima, da un punto di vista lontanissimo dal mio.

Andrea Bianchi