“Allora, se essere incompiuti significa essere meraviglie, vorrà dire che mi appresterò nell’arte di scrivere parole sempre più scomode, abbacinanti e pericolose”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”

Posted on Agosto 11, 2019, 10:07 am
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La prima volta che mi saltò in mente di cambiare nome, ovvero di cercarmi uno pseudonimo, ero un giovane imberbe, fatto e finito. Mi credevo chissà chi, borioso come un galletto di latta; al tempo stesso soffrivo nel mio letto, la sera, d’estate, quella prima solitudine, quando senti tutti sghignazzare e divertirsi per strada, mentre tu sei abbagliato dalla lucina della lampada da comodino e abbacinato dai sonetti di Elizabeth Barrett Browning. Sognavo di proseguire la mia vita di poeta, ignaro su tutto: della vita, della morte. Dimentico che il poeta è altro, rispetto al vagito stridulo di un ragazzino.

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Certo che avere uno pseudonimo, è roba dell’altro mondo. Suadente sirena che incanta tutti gli scrittori della letteratura universale. Mistero nel mistero. Misticismo allo stato puro. Endecasillabo di passione. Vetta estrema dell’iperuranio. Collodi ne è la dimostrazione. Persino un mio amico ne ha uno, che è cielo dei violenti, nome di battaglia, dalla corrusca bellezza. Ma. Giustappunto. Quando ho confessato al mio amico, che volevo pure io trovarmi con fermezza uno pseudonimo, sono stato da lui ferocemente dissuaso nella fratellanza. All’inizio non capii pienamente la sua giustificazione, tanto da rimanerci male, quasi. Poi, però, ne parlai col mio medico. Quello psichiatra che mi aveva tirato per i capelli fuori dal fango. Gli espressi il mio desiderio. Fu allora che capii la prima parte della verità: «Signor G, non le conviene affatto cambiare il suo nome» mi disse.

«E come mai?» replicai io.

«Perché lei tanti anni fa ha avuto degli episodi di estraniamento dalla realtà, e altrimenti perché negherebbe tutto quello che ha fatto di buono finora. Sminuirebbe tutta la sua prosa e poesia che ha scritto in questi anni con il suo vero nome. Sarebbe come rinunciare a delle soddisfazioni, alle opere che ha pubblicato fino adesso, per dover ricominciare tutto da capo».

Lì, capii cosa voleva dirmi il mio amico, quando tentò di farmi cambiare idea. Adesso era tutto chiaro. In realtà, capii pienamente, in un altro momento che la sorte mi aveva riservato. Vidi l’altra faccia della medaglia, nascosta tra le righe, in alcuni scritti dell’amico. Scoprii il vero significato del suo pseudonimo. Che da quel momento, per me, divenne nome potente. Di irta battaglia. Un nome da storia della Letteratura, appunto. Il nome che si era scelto, era quello del…

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Ora, era tutto chiaro. Ogni poeta e scrittore vero deve avere dei misteri, da non giustificare a nessuno. Semmai, i conti li farà con se stesso. Capii che la mia essenza mi stava portando per sentieri sconosciuti. Stavo navigando in acque torbide, e non chiedevo di meglio… L’altra faccia della Letteratura mi stava chiamando, e io non me lo feci ripetere due volte.

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S, dice che tutti i grandi registi hanno la barba, perché è segno di autorità. È quasi come se incutessero timore reverenziale, e ottenessero quindi obbedienza assoluta. Una fiducia astrale.

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Jorge Luis Borges, invece, dice a Liliana Heker che esistono differenti ultime parole nella morte delle persone: ‒ …Dicono che [François] Rabelais abbia detto: «Vado verso il grande forse». Le grand peut-être. Questo coincide col scegliersi uno pseudonimo partigiano. E non uno qualunque. Poiché è rame da guerrieri. Da sciamani del verso, da incantatori di storie. Richiede una responsabilità ultima, che non ti fa più avere paura di niente e nessuno. Coerenti con noi stessi, col nostro vero nome, ci avvinciamo sempre più a lambire i mille drappi dell’opera.

Siccome io non posso avere uno pseudonimo, per controfattura ho iniziato a ripetere dei gesti che mi ricordano momenti intensi e importanti vissuti insieme agli amici vicini e lontani. Saranno pure ossessioni, guardatemi storto, ma così è. Sicché ho iniziato a bere il caffè senza zucchero, o a ordinare una birra in particolare. Ma non posso star qui a dirvi tutto, ho un’intimità anch’io. O forse no: voglio, come il più grande pugile di tutti i tempi, darmi in pasto a chiunque, per potervi stendere uno ad uno nella lotta per la libertà.

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Allora, se essere incompiuti significa essere meraviglie, vorrà dire che mi appresterò nell’arte di scrivere parole sempre più scomode, abbacinanti e pericolose. Perché scrivere per destino, significa veramente tendere all’immortalità. E in speranza immortale, saranno esattamente le mie “differenti ultime parole”, nell’attesa che un Dio si sveli in tutta la sua onestà.

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Nel frattempo, scorgo R per strada. Sta aspettando il pullman. Va e viene dalla nostra città a ritmi sconosciuti. Si fa di droga da tempi immemori. Ogni volta che lo rivedo, per me è un segno. In un periodo della mia vita in cui stavo male, gli ho stretto la mano e ci siamo messi a parlare sotto il porticato della chiesa. Certi giorni compare emaciato e livido, quasi pesto. Altri è grasso, gonfio. Si è sempre dipendenti da qualcosa ‒ penso, mentre ci scambiamo il saluto da una parte all’altra dello stradone. Più di tutto, siamo dipendenti a un nome, che non ci appartiene, ma ci sconvolge. Al punto tale da incarnarsi in fatti. Fiorire in responsabilità. Se solo se ne avesse voglia.

La mancanza del padre, per me, e l’irruenza piena, coriacea, di una madre, sono emblema di lotta, di occhi affamati alla vita, denti atti a mordere gli eccessi, con il candore di resistere alla tentazione di bruciare subito; non per istinto di sopravvivenza, ma per obbedienza a ciò che effettivamente il tuo nome comporta: un lascito europeo, se non universale. ‒ Ci hai mai pensato?

Giorgio Anelli

*In copertina: Mickey Rourke in una scena da “L’anno del dragone” (1985)